Social Marketing del 2021: tra incertezze e trends.

In un articolo precedente avevo riportato i progressi raggiunti sul campo dalle ultime applicazioni e i possibili sviluppi in ottica SEO. Il 2021 sarà tutt’altro che chiaro per il settore del marketing e i suoi operatori, pur potendo contare su tendenze già delineate, al fine di pianificare una adeguata strategia di social marketing.


Mai pensare a una social media strategy per l’anno a venire è stato più complicato: il 2020 lascia in eredità un anno pesante sia per le impreviste mutate abitudini delle persone a causa della pandemia sia per l’ attività fortemente compromessa dalle misure restrittive messe in atto negli ultimi mesi per le imprese di diversi settori; dall’altra parte “freme” oramai la voglia di riscatto di ripartenza con l’affacciarsi di nuove tecnologie e modalità d’approccio.

Punto fermo rimane quello attuale della pandemia i cui effetti, anche se dovesse rientrare nei mesi a venire, si protrarranno ancora per lungo tempo, rendendo finanche difficile mettersene alle spalle le conseguenze. E’ per ciò che le aziende sono chiamate ad adeguare il proprio modo di fare comunicazione per mantenere il loro ‘primato’ sul mercato, come assecondare una maggiore importanza della digitalizzazione e dei contatti umani – riflessi dei lockdown che si sono succeduti.

Tendenze che secondo l’autorevole Ninja Marketing ruotano attorno a tre concetti chiave, tre “tracce” che faranno da padrone nel delineare i trends per l’anno a venire pensando ad una strategia da adottare: “contenuti“, “meme“, “nostalgia“: tradotto, maggiori fruizione e condivisione ‘a più mani’ e trasversalità dei contenuti, purché siano di qualità, i meme evoluzione delle tanto ricorrenti e utilizzate emojis, sempre più utilizzati dai social media tanto da offuscare le prime; nostalgia come elemento trainante a significare una sorta di trasposizione dal sociale al digitale delle nuove necessità ed esigenze avvertite.

Due osservatori in particolare, We are social, ripreso da Ninja Marketing, e Talkwalker, hanno dedicato un report a riguardo, da una parte uno che analizza le nuove tendenze da un punto di vista settoriale dall’altra un rapporto che più in dettaglio guarda ai mutati comportamenti sociali e al modo in cui poi vanno a riflettersi sempre sugli orientamenti di categoria, un’analisi più orientata dunque al ‘micro’, dando voce anche a marketer professionisti.
Nel suo lavoro l’agenzia Wearesocial mette in rilievo i mutamenti sociali conseguenti alla pandemia: se il distanziamento sociale e i ripetuti lockdown iniziati con il mese di marzo hanno portato a riscoprire i valori empatici e più basilari della società, ben presto questi sono stati traslati nel mondo digitale (per esempio si è assistito alla nascita di diverse community dedicate proprio alla riscoperta e alla divulgazione di essi) portando gli imprenditori ad affrontare la sfida della digitalizzazione ripensando alle vecchie logiche per .. rimanere a galla e rispondere ai nuovi bisogni dei consumatori. Viene inoltre incentivata una riscoperta delle potenzialità dei social nel fare riavvicinare persone lontane.

Wearesocial evidenzia pure come le persone tendano a prestare maggiore attenzione ai profili che tendono a seguire sui social: sempre più consapevoli ed esigenti rispetto alla pertinenza dei contenuti vedono nei cosiddetti influencer figure in cui rispecchiarsi per i propri gusti e scelte. Ecco allora che le aziende dovranno prestare attenzione anche all’influencer marketing nella definizione di strategie. Viene poi esaltato il concetto più che mai determinante di “crossmedialità“: la consultazione di più canali multimediali per le loro ricerche, infatti, caratterizza con sempre maggiori riscontri le modalità d’approccio degli utenti ai social media fino a interagire con propri ‘elaborati’. Contenuti il cui editing in passato era prerogativa di una specifica piattaforma, oggi diventano trasversali coinvolgendo più piattaforme come flessibilità nella loro creazione. https://www.insidemarketing.it/social-media-trend-2021-scenari-futuri-e-prospettive/

Talkwalker ha svolto un lavoro più ‘di settore’ andando cioè a verificare come i succitati cambiamenti sociali si riflettono nel settore del marketing. A concetti-chiave basati sulla componente sociale, ne accosta – o meglio ne fa derivare – altri più attinenti al marketing (presa di consapevolezza dei social media contro la disinformazione digitale e battaglia contro le fake news, con uno sguardo al passato quanto ai mezzi di comunicazione. Il pubblico sarà più socialmente consapevole. Viene valorizzato con il target di ‘remix marketing‘ il nuovo contenuto generato dagli utenti – il nuovo UGC User Generated Content: si individua qui la capacità dell’utente di estrapolare e importare da altre risorse o testi concetti e combinarli per esprimere la propria opinione. https://www.talkwalker.com/it/tendenze-social-media

Se da una parte si conferma che “il Contenuto è il re” dall’altra “il consumatore ha sempre ragione”.

Fonti: www.omniaweb.it ; www.talkwalker.com ; www.ninjamarketing.it)

WooCommerce vs Shopify


Nel panorama delle piattaforme di e-commerce, WooCommerce e Shopify sono quelle più affermate e popolari, più facili ed utilizzate sul mercato (1 2).
Ambedue possono essere utilizzate senza bisogno di particolari requisiti né dell’aiuto di professionisti; ognuna delle due presenta propri punti di forza per rappresentare la soluzione ideale al fine di implementare il proprio negozio online come pure svantaggi.
Primo carattere distintivo fa riferimento alla loro “natura”: mentre Shopify è a pagamento, WooCommerce, plugin associato al CMS WordPress, è fondamentalmente gratuito, fintantoché non si voglia personalizzarlo secondo le proprie esigenze.

Shopify è un ‘prodotto chiavi in mano’: una volta acquistato “pronti-via” … si va in strada con la sola preoccupazione di allestirlo con i propri prodotti etc. (.. affermazione comunque del tutto relativa, considerando comunque la sua strutturazione !). WooCommerce invece si presenta come un vero e proprio programma ‘indipendente’, da personalizzare in base alle proprie esigenze in termini di ecommerce.

Una delle decisioni principali da parte dell’utente è (saper) cogliere se è orientato ad una piattaforma di e-commerce open source (gratuita) piuttosto che ad una più user-friendly che al contrario prevede una tariffa mensile.
Shopify è la soluzione ideale per iniziare da subito, eliminando complicazioni dovute all’hosting (acquisto dello spazio per il sito web) e alla gestione degli aspetti tecnici legati al negozio online, sostituendoli con una svariata gamma di strumenti di facile utilizzo per le varie esigenze, rendendolo così funzionante in pochi minuti. Shopify è la scelta ideale se si desidera un pacchetto all-in-one per il proprio negozio di e-commerce. WooCommerce si presta invece alla personalizzazione del proprio ecommerce.
Approfondimenti qui:
https://ecommerce-platforms.com/it/compare/shopify-vs-woocommerce-comparison#woocommerce-vs-shopify-difference

Shopify è una soluzione di e-commerce all-in-one progettata per offrire tutto il necessario per iniziare subito. Consente di ‘bypassare’ eventuali complicazioni che possono derivare dal dover gestire gli aspetti tecnici ricorrendo invece a strumenti di facile utilizzo. Se questi ne sono i privilegi, se cioè Shopify ha il pregio di essere funzionante in pochi minuti, ciò si traduce nella mancanza di un controllo completo sul progetto. WooCommerce, a parte il fatto di essere in stretta relazione con WP, si presenta come una piattaforma open-source (‘Le soluzioni open source sono spesso piene di funzionalità uniche perché vengono costantemente sviluppate‘) e self-hosted cioè prevede pieno controllo sia sul dominio del sito che sull’hosting, pieno controllo sui contenuti che vengono caricati permettendo, a differenza del concorrente, e di avere il controllo su aspetti più peculiari (come il citato hosting). Può inoltre contare su di una vasta community, garantendo una piena personalizzazione del negozio online.


In definitiva, Shopify offre tutte le funzionalità necessarie per gestire e far crescere la tua attività. WooCommerce è la soluzione ideale se si ha già un sito wordPress e si vuole poter avere un maggiore controllo sul proprio negozio.

Il modello dropshipping applicato all’e-commerce

Il modello ‘Dropship’

Non può passare inosservato il primato che in particolare negli ultimi mesi ha fatto registrare il fenomeno ‘e-commerce‘, e tanto più la spinta alla presenza di un’attività commerciale online.

Immaginiamoci per un momento fra gli ingranaggi della macchina ne rimarremo esterrefatti: ‘ben oleati’ per le sue dinamiche e la fluidità degli ordini da ricevuti ad evasi. Sorge allora spontanea la domanda: cosa sta dietro a questo ” perfezionismo” ? in che modo cioè i colossi commerciali- Amazon piuttosto che Ebay o altri – riescono a gestire il grande volume di ordini che prendono in carico quotidianamente ?
Il segreto del settore è nascosto nel cosiddetto ‘drop ship‘ (più conosciuto come ‘drop shipping‘ o più semplicemente ‘dropshipping‘), ovvero un modello di vendita … fatto su misura !

Schema modello dropshipping

Il dropshipping si rivela essere la ‘chiave di volta’ per un ecommerce, il gap che può decretare il successo di una attività di commercio che decide di avere un negozio online.

Schematizzazione fasi di un sistema dropshipping


Drop ship (meglio conosciuto come Dropshipping) è un sistema di vendita particolarmente adottato dall’e-commerce secondo cui il venditore vende un articolo al cliente senza bisogno di averlo materialmente in magazzino. In base a questo modello, quando il titolare di un ecommerce vende un prodotto, lo acquista da una ‘terza parte’ – commerciante o grossista – e da questo “terminale” lo fa direttamente recapitare al cliente. Pertanto, il venditore in questo caso non gestisce direttamente il prodotto.

Le fasi di un modello drop ship

Passaggi in un modello drop ship

A differenza del modello standard di vendita al dettaglio, il venditore qua non fa scorte o non possiede un (proprio) magazzino fisico (e quindi un corrispondente inventario delle giacenze). Precisamente, il venditore acquista l’inventario da un terzo soggetto per poter evadere gli ordini.
Ciò consente ai dropshipper di concentrarsi sugli aspetti commerciali e di marketing dell’attività: essi lavorano come intermediari tra fornitori e clienti. Nello specifico, chi fa dropshipping guadagna una commissione vendendo i prodotti dei fornitori; quando ricevono un ordine, trasferiscono loro le informazioni relative e a conclusione del rapporto commerciale trattengono per sè una percentuale come commissione.

Step in un modello drop ship o dropshipping

“La SEO è viva”: contrordine firmato Google

Se per Steve Jobs i webmaster venivano additati come figure ‘in circolo’ e usate da poche persone, la sua interpretazione va rivista o meglio aggiornata ! Ne è un chiaro sintomo l’aver ribattezzato pochi giorni fa il Google Webmasters Central in Google Search Central con un certosino indizio sul cambiamento “generazionale” in corso.
La terminologia ‘webmaster’ è stata ufficialmente (e operativamente) deprecata, o meglio rimpiazzata: con ciò decade la figura ‘nuda e cruda’ di webmaster preferendo spostare l’attenzione su SEO specialist, marketer, web developer, blogger, …

Un0a riflessione asettica questa, perché se volessimo darle un taglio più specifico beh si aprirebbe un mondo a riguardo, leggi qui 1 e 2.

GA4: uno spaccato su Google Analytics 4

Cronotavola di Google Analytics

Il mese di ottobre ha portato un fondamentale aggiornamento allo strumento di Google Analytics, giunto ora alla release numero 4. ‘GA 4‘ (evoluzione della proprietà App + Web) è il nuovo nome di Google Analytics App Place Web, in grado di monitorare dati sia da mobile sia da siti web.

Google Analytics è lo strumento utilizzato dalle aziende, grandi e piccole, per analizzare e apprezzare le preferenze dei clienti e “conformarsi” alle loro esigenze di acquisto; questo rinnovamento deriva dal fatto che l’uso dell’analisi costituisce una priorità assoluta per le aziende, e le soluzioni esistenti attualmente rendono difficile ottenere una visione completa del cliente e al tempo stesso ricavare informazioni utili.

Occorre fare un inciso per capire due concetti chiave ricorrenti nell’ambito di Google Analytics.

Google Analytics 4 si differenzia radicalmente dal precedente Google Universe Analytics: non ci sono più le viste. Un concetto innovativo sono i data streams cioè i dati raccolti possono essere ora analizzati in una proprietà.

La configurazione della nuova versione è basata sugli eventi: si passa da un modello session-centric ad uno basato su eventi; muore così il concetto di ‘sessione’ (e suoi attributi). Il data model viene ‘appiattito’ consentendo di avere un dato più granulare, più grezzo e pertanto ‘usabile’, in un certo senso duttile e performante: i dati vengono utilizzati dinamicamente (rispetto a quanto avveniva in Google Universal).

GA 4 può venir definito come un Google Analytics più intelligente, che sfrutta il machine learning per l’apprendimento automatico e fornisce automaticamente informazioni utili e addirittura una profilazione degli utenti. Così, il nuovo Analytics è in grado di rilevare automaticamente le nuove tendenze che emergono dallo studio dei dati (ad esempio i prodotti che subiscono una variazione della domanda in funzione delle nuove esigenze dei clienti).
Sarà possibile apprezzare il comportamento dei clienti dall’acquisizione alla conversione e alla fidelizzazione, significativo quando occorre prendere decisioni in tempo reale per conquistarli in linea con le loro mutate esigenze.

Sostanzialmente, Google Analytics 4 è un sistema di analisi user centrico e predittivo, ideato per ottenere un miglior ritorno dalle operazioni di marketing che vengono applicate.

Non prevedendo uno schema predefinito ma assolutamente personalizzabile (vedi introduzione e definizione eventi) al tempo stesso è necessario attribuire una specificità della struttura medesima quanto a parametri, dati di confronto ecc.; agli eventi viene posto un limite sul numero di eventi che si possono creare di 500. Inoltre, la mancanza di uno standard di misurazione, riferito ai parametri, comporterà l’avere a che fare con “una giungla”, con una struttura dei dati completamente diversa da altre analisi.

Inoltre, il nuovo real-time integrato ha una gestione completamente diversa dal precedente. Definito il significato di concetto in GA, GA4 presenta un nuovo concetto di conversione che si differenzia da precedente concetto di obiettivi presente in GAU (da configurare in ogni vista), collegato agli eventi e attivabile mediante un flag.
Ci sono definizioni e metriche “custom” – ora 50 non più 20 -, e altri attributi (user properties: dimensioni da collegare cioè parametrizzare “su misura” agli utenti).


Si ha ora una gestione completa dei grafici: tramite Explorer Analysis è possibile creare ex-novo nuove reportistiche anche ex-novo: ciò in particolare comporta però una complessità per creare i nuovi report, in conflitto con ‘data studio‘, strumento collegato ad esso.
In Google Analytics 4 è previsto un collegamento diretto con BigQuery, ovvero un enorme database virtuale il quale consente di eseguire operazioni su gradi volumi di dati. Ora, l’utilizzo di GA non è più a pagamento come previsto da Google Analytics 360.
Inoltre, ora è possibile debuggare in tempo reale tutti gli eventi (Debug View).
C’è inoltre la possibilità di poter contare su un collegamento diretto con Google Adsense (nativo).
Inoltre creare custom audience mediante algoritmi di predictive: uso audience per gestire operazioni di remarketing (il cui intento è di individuare e indurre ‘utenti che potrebbero acquistare’).
Gestione cross domain gestita direttamente da GA4.
Gli eventi si possono adesso creare e modificare all’interno della piattaforma stessa, permettendo di duplicare un evento cambiandogli semplicemente nome. Quindi ciò appare come un nuovo livello di gestione e modifiche di eventi e conversioni strutturato ora direttamente all’interno della piattaforma di GA4 non facendo riferimento esterno al sito/app, definito non solo in fase di progettazione, creando nuove entità.

Conclusioni

La nuova proprietà di Google Analytics 4 fornisce una visione cross-channel più completa andando a prendere come dato di analisi l’intero ciclo di vita del cliente e utilizza tali informazioni con funzionalità di marketing predittivo, fornendo agli operatori di marketing più informazioni e modi efficienti per agire in base a tali informazioni.

Google Analytics 4 sarà l’opzione predefinita quando si imposterà una nuova proprietà. Universal Analytics continuerà ad essere disponibile, ma Google consiglia ai proprietari dei siti di impostare entrambi i tipi di proprietà e di eseguirli in parallelo.

Per approfondimenti (fonti): https://www.nimaia.it/blog/google-analytics-4-che-cos-e-e-come-si-usa/ https://www.dankempes.com/blog_seo/29-google-analytics-4.html https://support.google.com/analytics/answer/10089681

Appunti di Lead Generation

Che cos’è un lead? Si tratta di un individuo che ha mostrato interesse verso un prodotto o un servizio … In ambito marketing si genera un lead quando, attraverso un’iniziativa di marketing, un potenziale cliente, che dimostra un interesse nei confronti dell’azienda o dei suoi prodotti, e potrebbe stabilire un contatto commerciale con la medesima. Più precisamente, è quel contatto che precedentemente ha letto una landing page e, motivato da altri strumenti come i lead magnet, ha svolto l’azione suggerita dalla call to action.
La lead generation è una fase del marketing che consente di generare una lista di possibili clienti interessati ai prodotti o servizi offerti da un’azienda.

Oggi sono gli stessi utenti che, spinti dalle loro ricerche sui prodotti, sono pronti a dichiarare un interesse nei confronti dell’azienda (prima azione del funnel). Per esempio, scelgono di compilare un form sul sito web o di iscriversi a una newsletter per ottenere un beneficio in cambio.


La Lead Generation è un insieme di azioni di marketing volte all’acquisizione ed alla generazione di una lista di contatti di potenziali clienti realmente interessati. Successivamente, l’insieme di queste strategie sono finalizzate alla conversione dell’interesse del Lead (un contatto qualificato) in vendita. L’impresa è chiamata ad accompagnare i contatti, far evolvere il loro interesse e ottenere la loro fiducia nei confronti dell’azienda .
Allora finalità della Lead Generation non è l’immediata vendita, piuttosto costruire un rapporto di fiducia con gli utenti e catturare il loro interesse prima di contattarli per la vendita.

Di seguito ecco le fasi fondamentali per la generazione di Lead:

  1. Individuare il target di riferimento e analizzare le sue esigenze;
  2. Raggiungerlo e farsi trovare facilmente generando traffico qualificato al sito web;
  3. Raccogliere l’interesse degli utenti creando una lista di contatti qualificati;
  4. Canalizzare i contatti instaurando con i clienti un rapporto basato sulla fiducia;
  5. Comunicare il valore dell’azienda;
  6. Soddisfare le esigenze del pubblico offrendo una soluzione concreta ai loro problemi;
  7. Monitorare le diverse fasi del processo di acquisto in cui si trova l’utente;
  8. Convertire i potenziali clienti in clienti reali proponendo una vendita.

Il punto di partenza per ogni processo di vendita è l’acquisizione di nominativi e recapiti telefonici/email, step determinante per la conversione di un contatto in cliente a tutti gli effetti. Ogni fase del processo è strategica per il raggiungimento del risultato finale ed ad ogni fase corrispondono attività specifiche utili a far “scendere” l’utente nell’imbuto fino alla vendita.
Una volta definito il proprio target di riferimento, è importante capire come attirare l’attenzione del pubblico e ottenere una prima manifestazione di interesse, e così via fino all’ottenimento del risultato finale. Mediamente, più dell’80% dei visitatori che atterra per la prima volta su un sito web non è pronto ad acquistare, piuttosto è propenso a raccogliere delle informazioni preliminari sui prodotti o servizi; è pertanto necessario costruire una presenza online visibile ed efficace che presenti l’azienda come una reale soluzione al problema del consumatore.
Per essere pronto ad acquistare l’utente deve essere “educato nel tempo” e deve costruire un rapporto con l’azienda basato sulla fiducia. Ed è perciò che il processo di lead generation si realizza mediante un ‘funnel’.


Il sito web, il blog e i social media sono i principali canali tramite cui un’azienda può creare il primo contatto con il proprio target di pubblico e da qui creare un rapporto.
L’obiettivo è quello di trasmettere credibilità mediante la pubblicazione di contenuti di valore che contengano informazioni utili.

In questo modo l’utente sarà motivato ad approfondire le sue conoscenze e accetterà di lasciare i suoi contatti come iscriversi alla newsletter per ottenere qualcosa in cambio:
o report, ebook, ricerche di mercato;
o video tutorial;
o risorse gratuite
o promozioni;
o punti o gadget in omaggio.

Grazie a questa strategia sarà possibile ottenere una lista variegata di contatti qualificati, utenti che hanno espresso un primo interesse, i quali sono alla base del lead nurturing mediante cui l’azienda ottimizza la comunicazione con i potenziali clienti .

Così il Lead Nurturing è parte integrante di una strategia di marketing di successo; tramite di esso si perfeziona il processo di costruzione delle relazioni con i potenziali clienti tramite i diversi canali comunicativi. Le parole chiave del processo di Lead Nurturing sono: costanza e rilevanza. Non bisogna pensare solo alla vendita, ma seguire e rispettare le fasi del processo di acquisto seguite dal cliente.

Oggigiorno i consumatori si aspettano una comunicazione sempre più personalizzata e diversificata, cioè essere ascoltati; le aziende per contro vogliono creare relazioni cercando di trasmettere fiducia.
Informare il cliente per la sua fidelizzazione, promuovere il Brand mediante l’invio di messaggi costanti e non necessariamente finalizzati ad una promozione, arrivare ad un pubblico profilato di clienti, cioè interessati alle attività svolte dall’azienda, ottenere fiducia nel tempo trasformando i contatti stessi in promotori dell’azienda sono gli obiettivi da perseguire nel processo della lead generation.

E’ in questo scenario che si interpone la figura del blogger aziendale, figura che si occupa di scrivere periodicamente contenuti per il blog. Perché avere un blogger aziendale è indispensabile? Il compito del blog aziendale è quello di condurre un lettore verso la sua trasformazione in lead, offrendogli una serie di contenuti di qualità che rispondano in modo dettagliato. Come intuibile, e come dimostrato in precedenza, il blog aziendale è uno degli strumenti della lead generation perché contribuisce alla profilazione del lead rivolgendosi a un target preciso.

Allora il senso di un blog aziendale resta la conversione, ossia il contributo che questo strumento riesce a dare affinché un lettore diventi un cliente reale. Il blogger non deve però fermarsi alla mera reportistica dei dati ma conoscere le dinamiche di vendita, deve ampliare le sue competenze su diversi versanti, dal copywriting alle basi dello storytelling, e soprattutto alla comprensione delle dinamiche comportamentali della clientela. Ciò esclusivamente per orientare verso la soddisfazione del cliente alla ricerca di un determinato prodotto/servizio.

[fonti: www.webmarketingaziendale.it, www.mysocialweb.it]

Connubio fra AI e marketing

Con il termine di Artificial Intelligence Marketing (“marketing con uso di intelligenza artificiale”) si fa riferimento al marketing diretto che si basa su tecniche, concetti e modelli elaborati dall’intelligenza artificiale tramite l’apprendimento automatico (la parte di ragionamento che suggerisce le azioni da intraprendere è qui svolta da un computer e da algoritmi anziché dall’uomo).

Del significato dell’Intelligenza Artificiale non si ha ancora una piena cognizione: in sostanza, indica l’abilità di un sistema tecnologico nel risolvere problemi o svolgere compiti e attività tipici della mente e delle abilità umane. In ambito informatico allora potremmo identificare l’AI – Artificial Intelligence – come la disciplina che si occupa di progettare macchine – sia hardware che software – e soluzioni attraverso cui poter risolvere autonomamente problemi, compiere azioni, ecc..

In quest’ottica si sente spesso parlare di Machine Learning e Deep Learning, due distinti modelli di apprendimento e applicazione dell’intelligenza artificiale. ‘Machine Learning‘ si distingue per essere un insieme di tecniche di applicazione mediante cui consentire al software di intelligenza artificiale (modello di apprendimento) di ‘allenare’ le macchine di AI ad apprendere e svolgere autonomamente un compito o un’attività, senza bisogno che siano programmate (senza dover cioè dipendere da sistemi programmati che regolano come deve comportarsi e reagire un sistema di AI); sistemi che servono ad “abituare” l’AI in modo che imparando, correggendo gli errori, allenando sé stessa possa poi essere autonoma nello svolgimento delle azioni impartite.
Deep Learning‘: in questo caso parliamo di modelli di apprendimento basati sulla struttura e capacità cognitive del cervello umano. A differenza del precedente metodo allora, il Deep Learning rappresenta la “messa su strada” dell’intelligenza artificiale così concepita andando ad emulare direttamente la mente dell’uomo. Non dunque un modello matematico: il Deep Learning si basa su una rete neurale artificiale che verosimilmente riceve e smista infinite operazioni di calcolo e analisi (simulando in questo modo le connessioni del cervello). Anche se non ce ne accorgiamo, questo modello lo ritroviamo già nel riconoscimento vocale, delle immagini e nei sistemi di NLP – Natural Language Processing.

Secondo l’Osservatorio Artificial intelligence del Politecnico di Milano, è possibile distinguere otto distinte classi di applicazione dell’Intelligenza Artificiale: Autonomous Vehicle: si riferisce a qualunque mezzo a guida autonoma; Autonomous Robot: robot in grado di muoversi ed eseguire azioni senza intervento umano, traendo informazioni dall’ambiente circostante; Intelligent Object: tutti quelli oggetti in grado di eseguire azioni e prendere decisioni autonomamente; Virtual Assistant e Chatbot: sistemi evoluti capaci di comprendere tono e contesto di un dialogo, memorizzare e riutilizzare le informazioni raccolte e sostenere con intraprendenza la conversazione; Recommendation: soluzioni orientate a indirizzare le preferenze, gli interessi, le decisioni dell’utente, basandosi su informazioni fornite; Image Processing: sistemi in grado di effettuare analisi di immagini o video per il riconoscimento di persone, animali e cose presenti nell’immagine stessa; Language Processing: capacità di elaborazione del linguaggio per la comprensione del contenuto, la traduzione, fino alla produzione di testi in modo autonomo; Intelligent Data Processing: soluzioni che utilizzano algoritmi di intelligenza artificiale su dati strutturati ma non per estrarre informazioni, quindi ad es. per sistemi di controllo e analisi complesse.

Step da perseguire dal punto di vista delle abilità intellettuali, il funzionamento di una AI si sostanzia principalmente attraverso su quattro differenti livelli funzionali:

comprensione: mediante la simulazione di capacità cognitive di correlazione dati ed eventi l’AI (Artificial Intelligence) è in grado di riconoscere testi, immagini, tabelle, video, voce e ricavarne informazioni;

ragionamento: mediante la logica i sistemi riescono a collegare le molteplici informazioni raccolte (attraverso precisi algoritmi matematici e in modo automatizzato);

apprendimento: sistemi con funzionalità predefinite per l’analisi degli input di dati e per la loro “corretta” restituzione in output (è il classico esempio dei sistemi che con modelli di apprendimento automatico portano le AI ad imparare e a svolgere varie funzioni);

interazione (Human Machine Interaction): in questo caso ci si riferisce alle modalità di funzionamento dell’AI in relazione alla sua interazione con l’uomo. È qui che stanno fortemente avanzando i sistemi di Nlp – Natural Language Processing, tecnologie che consentono all’uomo di interagire con le macchine (e viceversa) sfruttando il linguaggio naturale.

L’AI nasce negli anni 50, ma è solo oggi che i progressi tecnologici registrati nel campo della potenza di calcolo, della disponibilità dei dati e nella capacità di analisi per la risoluzione di problemi complessi hanno permesso alle applicazioni di nascere e diffondersi.
Il 2020 sarà l’anno in cui tali soluzioni esploderanno.
Le tecnologie di base sono mature e, mediante quelle più avanzate, vengono rese fruibili a costi accessibili.

Attualmente i principali settori nell’adozione di progetti di intelligenza artificiale sono banche, finanza e assicurazioni, automotive, energia, logistica e telecomunicazioni.


Come allora l’intelligenza artificiale può tornare utile per le imprese e il commercio ? Un esempio lampante e sotto gli occhi di tutti sono gli assistenti vocali (Siri di Apple, Cortana di Microsoft o Alexa di Google), ma verosimilmente possiamo contarne infinite applicazioni di cui magari neppure ci accorgiamo: ad esempio gli algoritmi intelligenti, in grado cioè di auto-apprendere; quelli che ci suggeriscono i prodotti da acquistare, i generi di film o brani musicali che rispondono ai nostri gusti, rispondono a domande dei clienti via chat; sono in grado di riconoscere il volto di una persona per consentire un accesso, di smistare i documenti in base al contenuto,filtrare i curriculum per selezionare il candidato ideale; forniscono un valido supporto nel settore medico, aiutando i medici nella lettura delle immagini radiografiche e nelle diagnosi.Esistono già svariati esempi di come l’introduzione dell’Intelligenza artificiale nei processi aziendali abbia avuto un impatto positivo, automatizzando parti altrimenti ripetitive, in precedenza svolti dall’uomo.

Di seguito un estratto da una recente indagine condotta in particolare sul mercato italiano.

In Italia, secondo i risultati dell’Osservatorio Intelligenza Artificiale del Politecnico di Milano, si fa strada l’Artificial Intelligence e, grazie ad essa il mercato, tra software, hardware e servizi, ha raggiunto, nel 2019, il valore di 200 milioni di euro.

Tra i diversi settori, l’AI si è diffusa in particolare nelle banche e finanza (25% del mercato), nella manifattura (13%), nelle utility (13%) e nelle assicurazioni (12%).

La quota principale della spesa (il 33%) è dedicata a progetti di Intelligent Data Processing, algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati, seguiti da quelli di Natural Language Processing e di Chatbot/Virtual Assistant (28%) in grado di comprendere il linguaggio naturale ed eventualmente fornire risposte ad un interlocutore.

Le imprese italiane si dimostrano consapevoli della portata di questa tecnologia: il 90% ha compreso che l’AI può replicare specifiche capacità dell’intelligenza umana, mentre è superata l’idea secondo cui il nostro intelletto possa essere replicato completamente.

Il 96% delle imprese che hanno già implementato soluzioni di AI non rileva effetti di sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine. Più che sostituire le capacità degli esseri umani, l’AI le sta aumentando: il 48% delle imprese evidenzia che le soluzioni di intelligenza artificiale adottate non hanno direttamente coinvolto attività svolte dalle persone, il 28% che le attività sostituite hanno permesso ai lavoratori di dedicarsi con maggiore dedizione a quelle rimanenti, il 24% che sono stati necessari ricollocamenti, anche parziali, dei lavoratori coinvolti.

Le soluzioni di automazione di processo RPA (Robotic Process Automation) sono da diversi anni utilizzate per snellire processi onerosi, automatizzando operazioni ripetitive, in particolare sui sistemi informativi (ad esempio, per estrarre dati da un sistema ERP e inserirli in un altro software). Il loro utilizzo è mirato all’efficienza: fanno risparmiare molto tempo e permettono di dedicare le risorse ad attività di maggior rilievo.

L’integrazione dell’AI con la RPA, di fatto complementari, ha reso possibile automatizzare le parti più complesse del processo precedentemente demandate all’uomo.

Nel Marketing si vedono ormai da tempo sistemi di AI impiegati in differenti attività e con svariati obiettivi; il più importante riguarda indubbiamente la gestione della relazione con gli utenti, da sempre “cartina tornasole” dell’azienda, come pure del mondo BtoB.

Le tecnologie di IA impiegate vanno dagli assistenti vocali/virtuali che sfruttano algoritmi di intelligenza artificiale sia per il riconoscimento del linguaggio naturale sia per l’apprendimento e l’analisi delle abitudini e dei comportamenti degli utenti, fino ai processi per l’acquisizione e analisi di grandi moli di dati per la comprensione del “sentiment” e delle esigenze delle persone con attività che si spingono fino alla previsione dei comportamenti di acquisto da cui derivare strategie di comunicazione e/o proposta di servizi.

Chatbot ed altri sistemi basati sul NLP sono ormai diffusamente impiegati anche all’interno dei reparti che si occupano di assistenza, servizio e supporto alla clientela (contact center, customer service, manutenzione e supporto, ecc.).

La rivoluzione digitale sta interessando sempre più le aziende in modo organico impattando sui modelli operativi e organizzativi in maniera esponenziale e alquanto inesplicabile quanto ad “ambiti di applicazione”.

La chiamano “disruption”:oramai sta divenendo un canone irrinunciabile per la sopravvivenza delle aziende.

Fondamentale per organizzare le decisioni d’impresa è tener presente che “Data is the new oil”: l’adozione dell’intelligenza artificiale permetterà di capire e prevedere con lungimiranza il contesto operativo dell’azienda.

Qual è il processo di funzionamento delle nuove tecnologie AI applicate al Marketing? Questi gli step:

Ascolto: la macchina è capace di percepire quello che le sta intorno attraverso l’acquisizione di input;
Comprensione: è capace di analizzare e capire i dati che acquisisce;
Apprendimento: è in grado di svolgere una funzione, un computo;
Interazione: è in grado di prendere una decisione e interagire con l’essere umano.
Applicare queste tecnologie porterà ad automatizzare diverse attività e conseguentemente, sgravati da processi ripetitivi e a basso valore aggiunto, l’uomo potrà concentrarsi sulle sue doti creative. Da ciò deriva la massima “Work smarter, non harder!”

Sono diversi i settori del Marketing su cui l’AI sta impattando, vediamone alcuni insieme:

Chatbot che si basano su Natural Language Processing (NLP): alcuni studi hanno dimostrato che hanno tassi di apertura e percentuali di click superiori rispetto alle e-mail. Messenger applicato in questo contesto ha un Avg open rate (tasso di apertura medio) del 90% con un CTR (numero dei click generati dalla visualizzazione di un annuncio) del 30%, mentre le mail si fermano al 23% e al 3,3%.
Rappresentano inoltre un ottimo mezzo per ottenere informazioni sui visitatori del sito web, sono utilizzati per:

  1. segmentare il pubblico e vendere prodotti e servizi;
  2. rendere i contenuti più interattivi e personalizzati;
  3. sviluppare un rapporto più personale con gli utenti, aumentandone la fedeltà e la fiducia.

Content Marketing: l’AI può venire in supporto alla creazione di contenuti in ambiti quali la ricerca di keyword, la pianificazione degli argomenti, l’ottimizzazione e la personalizzazione dei contenuti, etc…
SEO optimization: l’AI può aiutare a identificare le keyword, a raggrupparle per individuare gli argomenti principali di interesse, sviluppare la struttura del sito in sottogruppi pertinenti e creare contenuti ottimizzati.
Search Marketing: sta cambiando il modo di cercare online, basta pensare che la ricerca vocale è un’applicazione AI. Entro il 2020 il 50% delle ricerche saranno vocali e gli algoritmi di Machine Learning, per poter essere sempre più puntuali, hanno bisogno di essere istruiti in maniera elementare: si parte dall’analisi stessa delle parole usate, che indicano l’intento dell’utente (es. cosa/chi, come, quando e dove).
Autonomos Media buying: l’acquisto di spazi pubblicitari può avvalersi dell’AI per trovare il posto giusto al momento giusto in cui veicolare l’informazione.
Marketing Attribution: soluzioni AI possono aiutare le aziende a raccogliere dati sul gradimento del mercato del brand come il posizionamento nei confronti dei competitors.

Un limite all’usabilità e dunque applicazione di sistemi di intelligenza artificiale sta nella paura che l’AI possa diventare “cattiva”: in realtà la tecnologia non ha sentimenti, sta a noi darle un indirizzo con i nostri intenti.

Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale e del Machine Learning si sta assistendo a a un importante cambiando del panorama tecnologico: ad esempio se prima ipotizzare macchine in grado di guidare da sole era fantascienza, oggi ciò è realtà; e molti altri ancora sono gli ambiti di applicazione di queste tecnologie.

Nel contesto aziendale il settore che si occupa di Marketing e Pubblicità tutto questo si identifica nel concetto di Artificial Intelligence Marketing, l’insieme delle tecnologie che fanno capo all’AI (Machine Learning, Natural Language Processing e Deep Learning) e alle tecniche utilizzate nel Marketing Comportamentale con la finalità di individuare il proprio target e quali le sue caratteristiche.
Come impatta allora l’AI sul Marketing ? Detto della specializzazione delle macchine che consente all’uomo di dedicarsi ad altro processi produttivi, l’AI permette “di liberare a” nuove esperienze possibili che sono la chiave per dare vita ad un Marketing che sia sempre più personalizzato e focalizzato nel soddisfare le esigenze del consumatore.

Questa tecnologia permette inoltre di dare impulso alle cosiddette personalizzazioni su larga scala, desiderate da un numero crescente di consumatori, andando in questo modo a catalizzare un pubblico ancora maggiore, intercettando i bisogni attuali del consumatore.

Una applicazione di intelligenza artificiale che va diffondendosi progressivamente sulle piattaforme di acquisto di beni/servizi è quella che va sotto il nome di “cashback” (‘soldi indietro’): nel settore del marketing indica un sistema di riaccredito di soldi sugli acquisti effettuati presso negozi convenzionati, che viene restituito in un portafoglio virtuale, ossia un processo nel quale una parte di quello che noi abbiamo pagato per un acquisto ci viene restituita.

(Rif: https://www.ai4business.it/intelligenza-artificiale/ https://www.digital4.biz/executive/ai-cos-e-l-intelligenza-artificiale-e-come-puo-aiutare-le-imprese/ https://www.contentintelligence.net/it/ci/marketing-e-intelligenza-artificiale-come-innovare-il-business https://www.vidiemme.it/artificial-intelligence-marketing/ https://italiacashback.com/cashback-come-funziona/ https://ai.marketing/it)

Perché l’Email Marketing è meglio del Social Media Marketing ?

(lunedì 6 luglio)

Fra le tecniche di marketing online (‘Affiliate marketing’, ‘Email marketing’, ‘Social Media Marketing’, ‘Content marketing’, ‘SEO’, ‘Influencer marketing’, Viral marketing’) se ne può apprezzare una che si dimostra particolarmente efficace quanto a tempi di risposta.

L’Email Marketing è tutt’oggi, e probabilmente lo sarà per molto tempo ancora, il canale primario di lead generation utilizzato dalla maggior parte delle aziende perché garantisce un ritorno d’investimento sicuro e “in tempi celeri”.

Valore indiscutibile del marketing online è di riuscire a raggiungere un pubblico potenzialmente ampio e, dati alla mano, questa tecnica è una “cassaforte” all’uopo.

L’email marketing consiste in tutte quelle attività che prevedono l’invio di messaggi di posta elettronica, commerciali e/o promozionali, al fine di acquisire nuovi clienti nel pubblico, fidelizzare quelli che si hanno già e spingerli con un invito (call-to-action) a eseguire un’azione (es. acquistare un prodotto, utilizzare un servizio, etc.). Il che è poi il processo del funnel.
Ricorrendo alla tecnica dell’email marketing comunque, bisogna fare attenzione a non cadere nella pratica dello spamming, ovvero l’invio assillante e continuo di messaggi pubblicitari: questo potrebbe infastidire gli utenti e produrre risultati negativi rispetto alle intenzioni.
Per inviare messaggi pubblicitari è possibile utilizzare vari servizi, ad esempio i famosi MailChimp e CleverReach, i quali offrono strumenti avanzati nella gestione dei messaggi e per effettuare campagne di marketing.

Si può parlare allora di un “primato” del marketing online alias Web Marketing ? Potrebbe essere, guardando alle consuetudini dell’utente medio, sempre più fuori casa e connesso per necessità ad internet e ai dispositivi mobile per trovare risposta alle sue necessità (approfondimento).

Altra voce importante nel panorama del marketing online e che trova sempre più riscontri con il proliferare dei social network è il social media marketing (SMM). Il suo successo dipende principalmente dal fatto che permette alle aziende e ai clienti (= utenti interessati) di interagire fra di loro.
Questo offre dei benefici per ambedue i soggetti: da una parte le aziende hanno la possibilità di condurre campagne di marketing mirate, scegliendo il pubblico (target) da raggiungere; dall’altro i clienti possono esprimere liberamente le proprie opinioni su un certo prodotto o un servizio con le recensioni. Sui social network è possibile promuovere i propri prodotti e servizi a pagamento, avviando campagne pubblicitarie mirate, che permettono di selezionare il pubblico che si vuole raggiungere, aumentando in questo modo le probabilità di rendere visibili i post a persone realmente interessate al contenuto proposto. I social media sono fortemente associati a una strategia dei contenuti, solitamente di tipo organico (cioè non a pagamento), impensabile in una strategia di Marketing Digitale (che non includa cioè anche la pubblicità a pagamento). Mentre una campagna di Marketing Digitale si realizza in vari modi (pubblicità su Internet, annunci per cellulari, TV, SMS e così via) una strategia di Social Media Marketing rimane sempre e comunque circoscritta all’ambito dei social.

Non deve trarre in inganno che il solo “mettersi sui social media” significhi che così si sta già facendo Marketing Online e che tutto si esaurisca lì: nient’affatto ! I social media sono, infatti, una delle tante attività che è possibile fare nell’ambito del più ampio gruppo di azioni dell’Online e Digital Marketing. Quindi, è solo mediante l’ausilio di determinate tecniche – SEM, e-mail marketing, remarketing, pubblicità su canali o piattaforme digitali, pubblicità a pagamento – che si realizza l’effettiva promozione.

È più importante puntare nel Marketing Digitale o nel Social Media Marketing? Su cosa un imprenditore deve investire per far conoscere la propria attività e i propri prodotti ? La risposta è strettamente correlata alla tipologia dei prodotti e servizi che si intendono promuovere: a casi in cui una attività di SMM può essere più che sufficiente, se ne contrappongono altri che necessitano del supporto di una strategia di Digital Marketing efficace. Tutto dipende dal risultato che si vuole raggiungere e dalle ambizioni che si hanno. Va però notato che implementare il Social Media Marketing all’interno di una più strutturata strategia di promozione sul web garantisce maggiori probabilità di successo.

Anche se entrambe le strategie sono molto efficaci prese singolarmente se ben impostate ed utilizzate possono, integrate fra di loro, amplificare i risultati in maniera esponenziale. Questo suggerisce che, se si desidera migliorare il coinvolgimento del nostro pubblico aumentando i tassi di conversione, l’utilizzo dell’Email Marketing e la sua integrazione con i Social, ed in particolare con Facebook, potrebbe essere uno dei migliori percorsi da intraprendere.

Se un tempo la strategia di invio delle email consisteva semplicemente in un invio massivo della stessa email a tutti i contatti di una mailing list, oggi l’email marketing è una tecnica di digital marketing all’avanguardia, articolata, dinamica e altamente professionale.
La tecnica che utilizza l’email è la regina dei canali di marketing con un ROI cospicuo (3.800%). Le email permettono di accelerare il processo di conversione degli interessati in clienti e agevolano – come detto – l’interazione e la fidelizzazione.


Una sinergia fra le strategie di email marketing e social media marketing genera potenza e, quindi, risultati. Ad esempio, validi suggerimenti sono quelli di aggiungere le icone dei social network alle email, promuovere la presenza sui social del brand, promuovere il contenuto stesso delle email sui social, offrire incentivi (chiedere ai propri affiliati di invitare i loro contatti a mettere “Mi piace”sulla pagina dell’azienda in cambio di scontistica sugli acquisti).

“Sottile linea rossa” fra Web Marketing e Digital Marketing

(mercoledì 1 luglio)

Oggigiorno le dinamiche sociali, il livello di competitività tra le imprese, il modo di interagire stesso e le esigenze dei consumatori hanno sovvertito le strategie aziendali: il successo sta ora nella comunicazione digitale e nel rivolgersi in particolare in maniera efficace al proprio target (nel frattempo sempre più social, che si aggiorna tramite dispositivi mobile e il web).

Con alla base queste nuove esigenze e aspettative, due sono le tendenze “operative” già avviate da alcuni anni, settori in fermento da questo punto di vista: il Digital Marketing e il Web Marketing; ma cosa li distingue? è nato prima l’uno o l’altro ? In effetti, “una sottile linea rossa” sta tra i due termini che spesso vengono utilizzati erroneamente come sinonimi: operativamente, una sottile sfumatura infatti li distingue.

Possiamo affermare che il suffisso ‘web’ indica un sottoinsieme del Digital Marketing: quest’ultimo ingloba l’insieme di azioni e strumenti di promozione che hanno a che fare col digitale; pertanto, il ‘Web’ si conclude ne è una branca.
L’imperativo appare dunque non utilizzare più “Web Marketing” al posto di “Digital Marketing” e viceversa !
Tenendo presente la situazione attualizzata del mercato e delle dinamiche correlate, il Digital Marketing fa riferimento alle azioni messe in atto da azienda o professionista per pubblicizzare beni e/o servizi che hanno a che fare con il mondo del digitale (ad es. dalle offerte commerciali alle informazioni utili per fidelizzare i clienti).

Web Marketing fa riferimento alla sterminata varietà di attività del World Wide Web per raggiungere il comune fine di promozione e pubblicità di beni attività che, pur convergendo in sostanza tutte nel digitale, circoscrivono un ambito più definito: il web; quindi ad esempio fare web copywriting, seo, inbound marketing, leads, social media marketer è fare web marketing.

Fare marketing su Internet “Web Marketing” – all’interno di cui stanno strumenti anche innovativi – si può etichettare come “Marketing Online

(tradizionalmente qui rientrano: Affiliate marketing, email marketing, analytics, content marketing, SEO, influencer marketing, viral marketing). Sempre più aziende e associazioni si rivolgono a questa metodologia di marketing non solo perché risulta essere il modo più conveniente per connettersi con i propri clienti/utenti ma anche per attrarne di nuovi tramite opportune strategie di funnel e conversione _.

Investire semplicemente sui canali di comunicazione del web marketing non appare però esaustivo al fine di averne poi la padronanza: è opportuno conoscere i fondamenti per investire al meglio le proprie risorse e farsi conoscere dal proprio target per i prodotti/servizi offerti.

Definire il web marketing come “marketing applicato al web” è però limitato, non dà spazio alla sua varietà. Il web marketing è un insieme di strumenti, tecniche e metodologie di marketing utilizzati/e per la promozione di una marca e/o prodotti e servizi attraverso internet. Esso include l’uso di social media, motori di ricerca, blogging, video e email. Normalmente le attività di web marketing si traducono prima nella pubblicazione di un progetto web, poi nella realizzazione e promozione di un sito internet.
Il web marketing è destinato ad essere sempre più importante nei prossimi anni: come consumatori si prenderanno le nostre decisioni sempre di più online; si spende sempre più tempo in internet, ci intratteniamo sempre di più sui motori di ricerca, su mobile e sui siti web per ottenere ciò che vogliamo. Allora, un’azienda che vuole vendere i propri prodotti e servizi deve essere in grado di:
– intercettare i suoi possibili clienti su questi canali;
– online deve saper comunicare con loro per influenzare positivamente le decisioni, affinché acquistino prodotti e servizi di questa azienda.

I canali di marketing sono tutte le piattaforme, gli strumenti e le strategie a disposizione del business per comunicare con la loro target audience (“pubblico profilato”) allo scopo di vendere i propri prodotti.

Perché abbiano successo, le imprese devono saper scegliere il giusto “marketing mix” di strategie, ovvero attuare un’efficace comunicazione di marketing. I consumatori vogliono oggi brand di cui fidarsi, comunicazioni che siano personalizzate e rilevanti, e offerte ritagliate sui loro bisogni e preferenze.
Dal punto di vista delle PMI, assume particolare importanza per le micro-attività in quanto con azioni di marketing online anche queste possono intraprendere campagne di rispetto.
Rispetto al marketing tradizionale, il web marketing potendo contare su validi strumenti mediante cui monitorare in maniera pressoché costante l’attività consente ai web marketer di apprezzare in tempo reale cosa funziona ed eventualmente apportare correzioni alla strategia adottata.
Fare marketing oggi significa pensare una strategia per posizionarsi sul mercato e successivamente implementarla attraverso gli strumenti a disposizione.
Prima di cominciare a utilizzare qualunque strumento di marketing e decidere di investire in una qualsivoglia campagna, è indispensabile definire il proprio posizionamento sul mercato: la prima cosa da fare quindi è guardarsi intorno e cominciare un’analisi della nostra concorrenza.

I vantaggi del marketing online rispetto al marketing tradizionale:

Costi ridotti: usare internet per connettersi con il proprio target clienti è meno oneroso rispetto ad una promozione attuata tramite i media tradizionali.
Alta focalizzazione: il web marketing consente attraverso gli Analytics e altri tools di targettizzare i clienti non solo in base a caratteristiche demografiche, ma anche psicografiche ed emozionali (cioè sulla base di interessi, valori, caratteristiche personali ecc.).
Analytics: il web marketing facilita il conseguimento di risultati statistici senza il sostenimento di costi aggiuntivi.
Opzioni multiple: gli strumenti di advertising sono diversificati e includono pay-per-click advertising, email marketing e integrazioni di ricerche locali (come Google Maps).


Per contro, il Digital Marketing è il ramo del marketing che, volgendosi prevalentemente su internet attraverso siti, canali web e social e piattaforme di e-commerce studia il mercato, il comportamento e l’interazione degli utenti.
Differisce dal marketing tradizionale perché consente la promozione online di prodotti ispirandosi a principi di comunicazione pubblicitaria.


Il Digital Marketing comprende diverse branche come Content Marketing, SEO, SEM, DEM, Social Media Marketing e E-Commerce Marketing ed è oggi considerato il settore maggiormente in crescita sia in termini di fatturato che di posizioni lavorative generate ogni anno.

Avere una strategia di marketing efficace è fondamentale per riuscire a posizionarsi sul mercato sapendo di avere a disposizione strumenti sempre più oculati.

Esiste una sterminata varietà di strategie di marketing online che possono essere adottate. Prima che queste diventassero fruibili ai più e disponibili, un business poteva essere attuato a fronte di pubblicità e sponsorizzazioni, dunque era necessario fare un investimento per poterle attuare. Oggi basta disporre di un computer, una connessione a internet e ambizione per arrivare a dei risultati !
Un esempio è offerto dai Social: prima del loro avvento, poter comunicare in modo rapido con altri Paesi quando non altre parti del mondo era inimmaginabile. Il social media marketing consente invece di crearsi una rete di relazioni commerciali con una minima spesa.

Il 2020 ha messo a disposizione alcune strumenti tramite cui poter fare marketing gratuitamente, a fronte della varietà dei canali a disposizione: i Social Media (strumento ideale per avviare un’attività e tramite cui riuscire a realizzare una vera e propria connessione con il target di riferimento), gli Influencer marketing (collaboratori per la promozione del business, consapevoli di poterlo diffondere tramite i propri follower, e che poggia sull’importante leva delle recensioni e opinioni – cosiddetta prova sociale -), il Content marketing (cioè il processo che va dalla pianificazione alla pubblicazione e redistribuzione di contenuti interessanti e coinvolgenti per i proprio target), la spinta della Search Engine Optimization strategia di marketing utilizzata per cercare di posizionarsi nei primi posti delle pagine dei risultati dei motori di ricerca (SERP) facendo leva sull’interesse per i contenuti pubblicati, l’Email marketing, strumento completamente duttile e controllabile di pubblicità, che nonostante la sua non giovane età consente ancora di ottenere buoni ritorni d’investimento.

Fra le strategie di marketing in generale si sta facendo strada il concetto di prossimità.

Strategie di marketing in sintesi

Social Media Marketing

Scegli solo alcune piattaforme di social media su cui concentrarti.
Assicurati che ampia parte della tua target audience interagisca su questi siti.
Le relazioni sono più importanti delle vendite.
Sii consistente con il tuo programma di social media.
Influencer Marketing

Crea un’offerta allettante: cosa ci guadagnano?
Assicurati di ricercare gli influencer in modo approfondito prima di avviare collaborazioni.
Attieniti agli influencer più piccoli, per iniziare.
Sii proattivo e contatta diversi influencer.
Sviluppa relazioni a lungo termine con gli ambassador.
Content Marketing

Concentrati sulla produzione e la condivisione del valore.
Intrattieni il tuo pubblico o insegna loro qualcosa.
Riutilizza i contenuti per diversi canali e piattaforme.
Investi nel lungo termine.
Search Engine Optimization

Ricerca parole chiave efficaci che il tuo target di riferimento sta già cercando.
Ottimizza il tuo sito web e i contenuti per queste parole chiave.
Aggiorna e rinnova continuamente i vecchi contenuti per garantire che rimangano pertinenti.
Email Marketing

Crea un lead magnet avvincente per indurre le persone ad iscriversi alla tua mailing list.
Segmenta la tua mailing list in gruppi in modo da poter prendere di mira strategicamente le persone in diverse fasi del percorso dell’acquirente.
Inizia utilizzando modelli di email efficaci per risparmiare tempo.

Approfondimento: https://www.communicationvillage.com/blogs/2017/09/25/come-fare-marketing-online-strategie-infografica/

Sinergia fra User Experience e SEO

(venerdì 19 giugno)

Se fino a non più di due anni fa la SEO poteva essere considerata a tutti gli effetti una scienza abbastanza rigida nelle regole e nelle metodologie, circoscritta alla valutazione di pochi parametri come argomentazioni e strumenti a disposizione, solo da tempi più recenti sta mostrando continue mutazioni le quali vanno comunque sempre a interessare quella che è l’essenza della scienza stessa, rendendola però più lungimirante: se il fine ultimo è il miglior posizionamento di un sito ciò viene fatto in virtù delle effettive esigenze dell’utente/buyer personas.
Agli albori di Internet il web appariva come un mondo da scoprire in cui veicolare l’utente navigatore. Ora si assiste invece a una sorta di rovesciamento dei fronti: se cioè in principio era il web a presentare i contenuti agli utenti, ora la logica è che siano loro a disegnare il “percorso digitale” da intraprendere in base alle proprie esigenze. Oggi gli utenti navigano scientemente e sanno cosa cercare, dove andare, cosa vogliono: il sito web deve quindi essere davvero all’altezza delle loro aspettative, ora la logica è che sono loro a selezionare il “percorso digitale” da intraprendere.
Se l’utente è diventato più esigente nelle proprie ricerche, di conseguenza i motori di ricerca si sono adattati, modificando l’interpretazione delle ricerche e il modo di mostrare i risultati desiderati.
Da questo punto di vita, l’algoritmo di Big G subirà nei prossimi mesi (si parla comunque del 2021) un nuovo “scossone”; senza creare panico, un affinamento dove saranno premiate l’interazione e l’usabilità del sito .

Il web marketing dunque si conforma sempre più sull’utente, e in futuro le strategie aziendali adottate giocheranno su un dualismo oramai innegabile, quello fra SEO e UX per ottenere più vendite.
E’ allora necessario che la visibilità sui motori di ricerca sia massimizzata. In che modo ? Semplice, ottimizzando il sito.

Seo e UX si danno la mano

La User Experience fa riferimento alle attività di progettazione del sito messe in atto per ottenere la soddisfazione dell’utente (lavorare sull’UX vuol dire mettere in risalto la qualità intrinseca della risorsa con accessibilità, usabilità – “concentrato” di efficacia, efficienza e soddisfazione -, architettura dell’informazione); accorgimenti che si riflettono poi sulla SEO. Infatti, se la UX mira a coinvolgere i visitatori una volta approdati sul sito mediante l’implementazione di una struttura ad hoc, la SEO si focalizza sugli elementi esterni e sulla struttura del sito al fine di portare traffico.

Ecco che invece di porsi in competizione, i settori della Search Engine Optimization e della User Experience agiscono entrambi nell’intento di fornire un’esperienza ottimale ai vari livelli della navigazione web.
Il nuovo algoritmo di indicizzazione terrà conto di nuovi parametri legati al grado di soddisfazione che il sito offre all’utente per determinare l’assegnazione del ranking.
Dunque, un’analisi oculata delle prestazioni di un progetto web oggi deve valutare il legame tra User Experience e SEO. Combinare una buona progettazione della UX con l’ottimizzazione per i motori di ricerca, questa è la chiave del successo !
La sinergia fra i due diversi approcci si rivela fondamentale al fine di avere esperienze ottimizzate per gli utenti. Si può constatare che la SEO mette a disposizione i dati necessari agli addetti alla User Experience per sviluppare esperienze customizzate; per contro, la UX, puntando sulla conoscenza della struttura del sito e l’ottimizzazione dei contenuti necessarie, consente ai primi di assumere decisioni importanti al fine di raggiungere il miglior posizionamento nelle SERP (Search Engine Result Page).

Un tempo il lavoro di posizionamento per i motori di ricerca si basava sulla pura e semplice suddivisione tra le tecniche di link building e keyword research. Ciò è ancora valido, seppur con sfumature differenti, ma sempre con un occhio di riguardo a ciò che fa l’utente quando arriva sulla pagina web.
Invece di essere in competizione, i comparti SEO e UX convergono nell’intento di guadagnarsi la soddisfazione dei clienti; ne consegue che le due metodologie sono dunque complementari.

Mentre la SEO è importante per mettere in luce le tendenze dell’utente tipo, una user experience vincente è fondamentale per la permanenza degli utenti che hanno deciso di visitare un determinato sito. Il rischio è però che se non riescono a trovare velocemente le informazioni che stanno cercando, presto abbandoneranno quel sito web senza convertire.

Se la SEO si focalizza principalmente su elementi esterni e sulla struttura al fine di migliorare il traffico, la User Experience mira prevalentemente a coinvolgere i visitatori una volta approdati al sito, implementando un design che riduca le distrazioni per massimizzare viceversa l’interesse del visitatore e dunque aumentare le conversioni.

La qualità della risorsa non è data solo dal contenuto; ed è in questo contesto che si inserisce l’User Experience la quale fa leva su accessibilità, usabilità, architettura dell’informazione, buona struttura del codice e altro ancora per massimizzare il risultato.

Uno dei punti su cui focalizzare l’attenzione al fine di ottimizzare il rapporto tra web usability e ottimizzazione per i motori di ricerca è la velocità del sito web. Le pagine devono cioè caricarsi nel minor tempo possibile, evitando che l’utente decida di andare altrove a causa dei tempi di caricamento.

Non dimenticare poi che il tuo sito web deve essere sì bello da vedere, ma facile da navigare; mai sacrificare la funzionalità per l’estetica, il che non ripaga il fine ultimo ovvero il riuscire a convertire.

Perciò occorre puntare su di una struttura snella e fluente, che offra da subito al cliente una chiara visione di ciò che il sito offre in funzione di quel che si cerca; puntare a una navigazione semplice e intuitiva, lavorando su un menu capace di accorpare solo ciò che serve.

Perché fare User Experience è importante in un progetto ?

L’esperienza utente (in inglese User Experience o UX) può essere intesa come la sommatoria di emozioni, percezioni e impressioni avvertite da una persona nel momento in cui si interfaccia con un prodotto o servizio. La User Experience (termine coniato da Donald Norman vent’anni fa) è quindi una sfaccettatura della progettazione che mette al centro le caratteristiche e i bisogni degli utenti.
Lavorando su un menu capace di riunire solo ciò che serve ciò dovrebbe aiutare nell’evoluzione dei siti web in modo da corrispondere alle consuetudini di navigazione degli utenti, ormai affinate. Tuttavia, il condizionale è d’obbligo: se da una parte i clienti sono diventati più selettivi nelle loro ricerche, dall’altra parte, sulla base di questi cambiamenti, i motori di ricerca si sono adattati, modificando l’interpretazione delle ricerche e il modo di mostrare i risultati.
Non è più possibile focalizzarsi solo sulle peculiarità della SEO o guardare solo alla UX.
Così, se in principio è stato il web a dettare il modo in cui gli utenti interagiscono con i contenuti, ora sono loro a richiedere che i contenuti abbiano determinati requisiti.
I tuoi potenziali clienti hanno una certa aspettativa quando interagiscono con il tuo business: sta all’azienda far sì che i siti web siano all’altezza delle previsioni. Per farlo è decisivo che ogni realtà imprenditoriale sappia combinare user experience (UX) e strategie SEO.
Gli utenti/visitatori hanno problemi specifici per i quali cercano risposte affidandosi ai motori di ricerca. Nel momento in cui trovano un sito che soddisfa le loro necessità, da quel sito web si aspettano una esperienza di navigazione che sia all’altezza.
Questo è il motivo per cui SEO e UX devono lavorare insieme:

  • La SEO si focalizza principalmente su elementi esterni e sulla struttura del sito web e agisce nell’intento di portare traffico.
  • La UX mira prevalentemente a coinvolgere i visitatori quando arrivano sul sito, mediante un design che lo catturi nella visita al fine di massimizzare le conversioni.


Analizzando la realtà, la UX si pone in stretta relazione con il futuro della SEO: mentre scopo di quest’ultima è mettere in risalto le tendenze dell’utente tipo, una user experience oculata è fondamentale per la permanenza dei medesimi sul sito.


La UX non solo influenza il modo in cui le persone percepiscono un sito web, ma può anche avere un impatto positivo sul modo in cui i motori di ricerca percepiscono l’authority del proprio sito, la sua rilevanza e la sua affidabilità, elementi che possono indirettamente migliorarne il posizionamento in SERP.

La SEO dispone dei dati che gli addetti alla User Experience utilizzano poi per progettare esperienze personalizzate per i clienti; viceversa, gli addetti della UX conoscono la struttura del sito e come puntare all’ottimizzazione dei contenuti, ciò che consente agli addetti alla SEO di prendere decisioni importanti per posizionare il sito nelle SERP (Search engine result page).

I Core Web Vitals: nuove metriche per il (buon) posizionamento in SERP

La già poliedrica e vasta gamma dei fattori di ranking (il complesso meccanismo, con cui gli algoritmi di Google stabiliscono il posizionamento di un sito, conta oltre 200 diversi elementi) si arricchirà con i primi mesi del prossimo anno di nuove metriche, annunciate a maggio 2020, destinate a testimoniare la crescente sinergia fra SEO e UX.

L’algoritmo di Big G subirà nei prossimi mesi un nuovo “scossone”; senza creare panico si tratterà di un affinamento con l’attenzione rivolta a premiare l’interazione e l’usabilità (“concentrato” di efficacia, efficienza e soddisfazione) del sito. L’User Experience fa riferimento alle attività di progettazione del sito messe in atto per ottenere la soddisfazione dell’utente (lavorare sull’UX vuol dire valorizzare la qualità stessa della risorsa con accessibilità, usabilità, architettura dell’informazione). Accorgimenti che si riflettono poi sulla SEO.

Se la UX mira quindi a coinvolgere i visitatori un volta che sono approdati sul sito mediante l’implementazione di una struttura ad hoc, la SEO si focalizza sugli elementi esterni e sulla struttura del sito al fine di portare traffico. Invece di essere in competizione, i comparti SEO e UX agiscono entrambi nell’intento di fornire un approccio soddisfacente a diversi livelli per la navigazione dei clienti. Di fatto, SEO e UX sono due facce della stessa medaglia.

Il motore di ricerca Google ha annunciato che essi rientreranno tra i parametri di riferimento dell’algoritmo che determina il posizionamento dei siti. La casa di Mountain View ha precisato che le metriche adottate non rimarranno costanti bensì potranno cambiare nel tempo in funzione del grado di accuratezza (e di risposta al cliente) nella pagina web.
Nell’algoritmo di Google si apprezza sempre più la sinergia fra la SEO e la User Experience, tramite i Core Web Vitals. I Core Web Vitals (letteralmente Segnali Web essenziali) rappresentano dei segnali di qualità che misurano la navigabilità di un sito dal punto di vista dell’esperienza utente.

Posto ciò, intuendone il valore basilare, i marketer hanno imparato a usare SEO e UX insieme per portare lead qualificati e accrescere le conversioni dei loro siti.

Ciò grazie a tre metriche : velocità di caricamento della parte iniziale della pagina, l’interattività del sito, vale a dire il tempo di risposta del sito alla prima richiesta di interazione dell’utente, la stabilità visuale, ovvero la frequenza con cui si verificano eventuali spostamenti nella visualizzazione della pagina.
Già conosciamo fattori di posizionamento legati alla qualità della navigazione, come l’ottimizzazione per i dispositivi mobili, il protocollo di sicurezza HTTPS, Elementi intrusivi disturbanti come le pop-up e il corretto upload dei contenuti. Ora se ne aggiungono altri legati in particolare all’usabilità e si chiamano Core Web Vitals, già preannunciati agli inizi di maggio dal blog Chromium e progettati per misurare l’esperienza dell’utente che forniscono in termini di caricamento, interattività e stabilità visiva. L’elenco delle metriche comprenderà quindi:

Velocità di caricamento
Interattività
Stabilità del layout
Uso del HTTPS
Ottimizzazione per dispositivi mobile
Sicurezza della navigazione
Elementi intrusivi disturbanti (come pop-up)

Fattori Core Web Vitals

I fattori Core Web Vitals sono tre, identificati da degli acronimi: LCP, FID e CLS, e considerano i seguenti aspetti:

Largest Contentful Paint (LCP): misura le prestazioni di caricamento (loading);
quantifica la velocità di caricamento percepita, e nello specifico la velocità con la quale i primi elementi della pagina appariranno agli occhi dell’utente. Il punteggio LCP ottimale si attesta sotto i 2,5 secondi;
First Input Delay (FID): misura la reattività (interactivity) degli elementi di una pagina al primo caricamento da parte dell’utente. È una misurazione pertanto della percezione e dell’interattività della pagina web. Si misura calcolando lo scarto di tempo intercorso tra prima interazione dell’utente sulla pagina (per esempio, il clic su un link o su un bottone) e l’effettiva risposta del sito a questa interazione. Il valore deve essere inferiore a 100 millisecondi;
Cumulative Layout Shift (CLS): misura la stabilità visiva (visual stability), se la pagina è stabile una volta caricata, se cioè immagini, contenuti e pulsanti si spostano all’interno della pagina. È forse, dal punto di vista concettuale, la metrica più difficile da capire; viene calcolata con un punteggio che considera la somma degli spostamenti dei layout. Il punteggio ottimale si ottiene sotto lo 0.1.

Ricapitolando:

                     Buono          igliorabile            Scarso

LCP <2,5s 2,5s < x < 4,0s >4,0s
FID <100ms 100ms < x < 300ms >300ms
CLS <0,1 0,1 < x < 0,25 >0,25

Conclusioni

I Core Web Vitals sono un insieme di metriche che pongono dunque al centro l’utente, qualificando gli aspetti chiave della User Experience. Misurano le dimensioni dell’usabilità del progetto come il tempo di caricamento, l’interattività e la stabilità dei contenuti durante la fase di loading.

Si potranno misurare tramite gli strumenti di misurazione di Google : ad esempio PageSpeed Insights, Search Console e Lighthouse di Chrome.

Non sono immutabili, il che significa che potranno cambiare di anno in anno in base a ciò che gli utenti si aspetteranno da una buona esperienza di pagine Web.
Con questo aggiornamento, l’esperienza utente diventa fattore di ranking; se Google ritiene che il sito non offra una buona User Experience non lo classificherà così come è adesso.
La qualità del contenuto rimarrà tra i principali fattori ma, in una SERP ad alta concorrenza, le metriche UX potranno sancire la gerarchia tra i risultati.
Per contro, l’uso delle pagine AMP non sarà più stringente, considerato un requisito richiesto.
La convergenza tra le ottimizzazioni per la SEO e quelle per la User Experience nel 2021 sarà realtà.

Il nuovo algoritmo di indicizzazione terrà conto di nuovi parametri legati all’esperienza che il sito offre all’utente per determinare l’assegnazione del ranking.

L’esigenza di avere una buona esperienza di navigazione oggi è rimarcata dal fatto che la maggior parte del traffico arriva da mobile ed è proprio in questo senso che la loro ottimizzazione porta a un Web più fluido e scorrevole per gli utenti qualsiasi browser usino e orienta i siti a evolversi verso le loro aspettative.

Google userà soprattutto la mobile version di un sito per indicizzare e posizionare contenuti. Non solo però responsive e mobile friendly: occorre assicurarsi che la velocità sia in primo piano, ma non vanno sottovalutate la leggibilità del testo e l’usabilità degli elementi nella pagina web.