Un’omelia, una riflessione

(sabato 27 gennaio)

‘Il più bel ricordo che una persona può lasciare di sè ai [posteri,] coetanei e compagni, sono gli insegnamenti che è riuscito a tramandare durante la sua esistenza …’.
Parole ricorrenti in una qualsiasi omelia …

Oggi queste stesse parole pronunciate da don Luca in una celebrazione funebre mi hanno toccato tanto da ricordarle parola per parola; “significativo” verrebbe da dire, in un frangente come quello di una liturgia, precisamente in un commento ai passi della Sacra Scrittura, ricordarsene a posteriori ! … Non so il motivo, forse perché avevo presente di chi si stava parlando nella circostanza. E quello che è ancor più significativo sono state le parole successive: ‘… perché ha capito cosa fosse importante nella vita, … i veri valori che bisogna tenersi stretti …’.

Una riflessione “dal doppio taglio” – verrebbe da pensare -: chi si può fregiare della “buona” strada intrapresa, chi rimane “in bilico” a queste parole, quasi rappresentassero una chimera ! ….

Traslando un pò la riflessione, nel corso della propria vita, del proprio vissuto, ad ognuno è data la facoltà di sperimentare giorno dopo giorno determinate esperienze e conseguentemente le proprie attitudini dal punto di vista caratteriale e comportamentale, imprescindibilmente dettate dalla propria sensibilità e da ciò, da quello che viene seminato, ne consegue il riscontro, una sorta di filtro dei propri talenti e valori, la cartina tornasole del nostro ego. Questa forse è anche l’essenza del ‘METTERSI IN GIOCO‘, non un dovere – va sottinteso – ma una facoltà per ognuno.

Dunque un invito a ‘conformare’ la propria vita interiore “ai” valori veri e consolidati, mettendo in secondo piano quelli più materiali ed effimeri: ciò non vuole sottintendere però a una vita asociale, al rimanere in disparte – anzi, il contesto sociale è il “campo di gioco” in questi termini ! -.

Tu chiamale se vuoi ‘AFFEZIONI’

(domenica 21 gennaio)

Uno degli aspetti umanamente (e universalmente) più “luminosi” e appaganti per ognuno di noi è – come ci viene insegnato – la capacità di intavolare, tessere rapporti sociali per così dire a vari livelli.
Quindi qui non voglio parare banalmente del nostro relazionarsi agli altri, siano essi la propria famiglia piuttosto che il frequentare la vita sociale in genere; mi riferisco cioé squisitamente alla nostra ambizione di METTERSI IN GIOCO (come altrove già alluso …).
Spostando l’attenzione su queste “situazioni” di vissuto abbiamo così gruppi di aggregazione per così dire generici (“Gruppo Alpini”, “Protezione Civile”, ecc) dove cioè abbiamo opportunità o meno di stabilire ulteriori legami e altri in cui, senza nulla togliere ai primi, ci si trova maggiormente immersi non per “numero” di rapporti stretti quanto forse “per scelta” e il senso di responsabilità che ci si prende nell’esserne parte e per quanto si spende per esso, …. la possibilità di stabilire e consolidare legami quasi ne consegue !
Un esempio lampante è quello dei gruppi sportivi: aggregazioni “extra-familiari” e “extra-sociali” – o meglio sottoinsieme – che ci danno l’opportunità di mettere in comune nostre passioni con altre persone, adulti e ragazzi. Relazioni che crescono senza che noi ce ne accorgiamo. In essi e con i nostri compagni di viaggio, grandi o piccoli, condividiamo sacrifici, l’Amicizia e parallelamente un rapporto di fiducia, gioie per i risultati raggiunti come le fatiche per i sacrifici sostenuti – leggi anche scelte da adottare – ….
Sembra quasi si venga a creare un nuovo nido se il rapporto coinvolge adulti e fanciulli di differente età ! Momenti rubati al proprio quotidiano – e chi allena in primis lo sa bene -per dedicarsi ad una famiglia costruita, fondata su valori di rispetto reciproco e crescita personale .
Ecco poi che, quando meno te lo aspetti, “ti” arriva una tegola addosso, che mai avresti voluto o pensato interessasse anche te – la quale si traduce nella perdita di qualcuno ‘di famiglia’ …. non l’abbandono, ognuno è poi libero di fare quello che vuole, di “scendere dalla giostra” perché non ritiene opportuno continuare o capisce che ciò non rispecchia effettivamente ciò che pensava …
E’ qui – come dicevo recentemente a un mio amico anche lui dirigente di squadra – che entra in scena il dirigente di squadra con i suoi valori e la sua opportuna vicinanza e – si auspica – la società tutta anzitutto per “proteggerli”, che deve farsi e dare forza ai propri atleti per andare avanti nel percorso intrapreso a prescindere dai momenti ‘bui’, da ciò che non si sarebbe mai voluto, star loro accanto, …..

PGS, 50 anni al servizio dei giovani con lo sport

(martedì 2 gennaio)

Il presidente della Repubblica Mattarella ha mandato una medaglia commemorativa. L’ente di promozione sportiva è presente sul tutto il territorio e sabato convegno celebrativo nel Salone d’onore del Coni, col presidente Malagò.

Lo scorso 16 dicembre le PGS (Polisportive Giovanili Salesiani) hanno spento le 50 candeline di presenza sul territorio nazionale facendo dello sport un valido e necessario Risultati immagini per 50 anni PGS

strumento educativo, indispensabile per una responsabile crescita formativa dei nostri ragazzi uomini e donne di domani, andando oltre la dimensione agonistica dello sport medesimo.

Nella giornata di sabato 16 dicembre è andato in scena il momento culminante delle celebrazioni con un convegno celebrativo presso il Salone d’Onore del Coni a Roma

Come riportato in un articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport, ‘ le Polisportive Giovanili Salesiane sono impegnate a sviluppare la dimensione educativa dell’attività sportiva all’interno di un progetto giovani-società ispirato al sistema preventivo di Don Bosco’ e portato avanti facendo leva sui fondamenti della tradizione e spiritualità salesiana e degli “alleducatori”.

Questi ultimi, insieme alla presenza del corpo arbitrale presenza imprenscindibile per il rispetto delle regole di gioco, sono i veri attori e artefici del progetto PGS.

 

http://www.gazzetta.it/Sport-Vari/13-12-2017/pgs-polisportive-salesiane-coni-malago-240203051921.shtml

(tratto da un articolo apparso su ‘La Gazzetta dello Sport’ e dal filmato realizzato per il 50° delle PGS, 14-16 dicembre 2017)

'Non abbiate paura !'

(sabato 23 dicembre)

La gioia del Natale è una gioia speciale perché è Speranza, lo spirito del Natale è Pace, il cuore del Natale è Amore.
Natale è una parola che trasmette felicità solo a pronunciarla ed il più grande augurio che possiamo farvi è che sia Natale ogni giorno e in ogni luogo.
Tutti i popoli accolgono e attendono questo evento e con questo concerto intitolato ‘Note di Natale nel mondo‘ abbiamo voluto proporre canti e musiche dell’avvento in luoghi lontani da noi per provare a vivere il Natale preparandolo “da dentro e celebrandolo nel profondo del proprio cuore perché “Gesù può nascere mille volte a Betlemme, ma se non nasce dentro ogni uomo è come se non fosse mai nato” (Angelus Silesius).

Si è rinnovato ieri sera (sabato 16 dicembre, ndr) l’appuntamento con il tradizionale Concerto di Natale della Corale Amadeus nella prepositurale di Cuveglio. A seguito del positivo anticipo nella chiesa di Lozza della sera precedente.
Si rinnova così un appuntamento che è oramai tradizione a Cuveglio, nonostante le varie peripezie affrontate negli ultimi tempi dal gruppo.

Aspettative che sono state ampiamente rispettate … e ripagate dai coristi come sempre diretti dal M° Loris Capister e accompagnati al piano/organo dal M° Marco Cadario e con la partecipazione ECCEZIUUNALEEE del soprano Antonella Romanazzi.

Sarà per l’atmosfera che traspirava piuttosto che per l’esecuzione ‘in casa’, i coristi sono decisamente parsi all’altezza del programma proposto, ‘… riuscendo oltre le righe ! …‘ – a detta del direttore stesso !! -,

un tangibile segno della maturazione raggiunta dal gruppo (ecco perché ‘Non abbiate paura !‘, magistrale esclamazione di papa Giovanni Paolo II); aspettative che dunque si sono riflesse nelle esecuzioni ufficiali.
E il programma proposto non ha senz’altro disatteso le aspettative dei presenti, nelle due distinte serate …. Sostanzialmente quasi un inedito, spaziando geograficamente nelle culture di vari paesi: ecco allora accostarsi ad alcuni “must” natalizi (‘Adeste Fideles’, ‘Stille Nacht’, ‘Jingle Bells’), brani natalizi ‘propri’ (‘Mele Kalikimaka’ ne è un esempio lampante) ad altri squisitamente meditativi sulla venuta del Signore (‘In the bleak midwinter’, ‘Joy to the world’, ‘The First Nowell’, ‘Deck the Halls’).
La serata è stata inoltre allietata dall’esecuzione di un mottetto di Antonio Vivaldimica pizza&fichi‘ eseguito dalla giovane soprano Antonella Romanazzi e ripreso in una sua recente incisione discografica: ‘Nulla in mundo pax sincera‘, mottetto in quattro arie. Paradossalmente (ma meritevolmente) le quattro arie proposte senza soluzione di continuità sono state intervallate dagli applausi dei presenti (!!) a riprova della indubbia preparazione della solista …
A conclusione della serata, la corale si è esibita nell’esecuzione di un tipico canto natalizio delle Hawaii, con la particolare aggiunta dell’accompagnamento dell’ ukulele,     caratteristica “chitarrina” pizzicata sapientemente da Gianluca Fortino.

 

 

 

Come non sono mancati gli apprezzamenti e i consensi ai due Maestri per la loro confermata preparazione, ed ai coristi che piacevolmente si sono fatti perfetti interpreti del programma della serata !

 

Comunicato importante: il 'Giorno del Giudizio' è rimandato !

(giovedì 29 dicembre)

giornodelgiudizio    E niente, si va ! … O meglio, si procede (ancora) così !!
La stagione 2016 del PdO si è conclusa al mese di ottobre con “sinistre” e poco incoraggianti (!!) noie al ginocchio, per cui ho ritenuto opportuno fermarmi per gli esami di routine per capire “DI CHE MORTE MORIRE” – così ho coniato con ironia questo momento di stand-by.
Non avendo mai sofferto problemi del genere, non avevo idea di che cosa potesse esserne la causa: liquido, cartilagine, …, menisco ? …. Stop ????
Il culmine si è profilato con una opportuna RM che avrebbe tracciato più approfonditamente eventuali anomalie a livello osseo e muscolare.

‘Nulla di allarmante …; è un inizio di infiammazione dovuto al riversamento del liquido…’- è stato il responso del medico che oggi mi ha (finalmente!) letto il referto della risonanza per me indecifrabile – ‘… Stai invecchiando ! …’. (SSOBBB) ….
Ma non ssobbb sparato a caso ma perché al mese e mezzo alle spalle di fermo precauzionale si aggiungono almeno altri venti giorni in attesa di una terapia di contrasto per attutire l’iniziale infiammazione riscontrata.
Da qui consegue che la preposta decisione sulla prossima stagione di corse(tte) è ancora rimandata, anche se oramai va prendendo una direzione quasi definitiva !

Il presepio e l'albero

(9 dicembre)

 Incontriamo il Nato Bambino

 

All’evento della Nascita di Gesù si giunge attraverso una fase preparatoria ed organizzativa che vede all’opera grandi e bambini. Una tradizione del “fare” che ebbe origine nel 1223 a Greccio con san Francesco d’Assisi. Era una scena della Natività fatta di essenzialità e semplicità, riflesso del sentire e vivere del Poverello d’Assisi.
Nel tempo le rappresentazioni del presepio sono andate sempre più elaborandosi. Da anni l’arte e la creatività hanno dato luogo a molteplici interpretazioni e svariati modelli che pur ruotando attorno alla ricostruzione storica della nascita di Gesù, da essa si distaccano introducendo mestieri e figure del presente.
A San Gregorio Armeno, Napoli, ad esempio, la fantasia napoletana mette in scena statuine con personaggi dello spettacolo e Capi di Stato.
In tante parrocchie viene realizzato il presepe vivente con la partecipazione attiva dei fedeli. Un modo per coinvolgere famiglie intere avvicinando anche i giovani che non frequentano la chiesa.
Il presepe che potrebbe essere definito come il luogo della tenerezza divina, trova anche nelle abitazioni una collocazione centrale in virtù di una tradizione religiosa irrinunciabile. Alla ricostruzione storica della Natività spesso si affianca l’albero di Natale.
ricordiamo che durante il pontificato di san Giovanni Paolo II nel 1982 fu allestito per la prima volta un grande albero di Natale in piazza San Pietro a Roma. Significative le parole di papa Francesco: ‘Anche oggi, presepe_1Gesù continua a dissipare le tenebre dell’errore e del peccato, per recare all’umanità la sfolgorante luce divina, di cui l’albero natalizio è segno e richiamo” (13 dicembre 2014).

 

(tratto da “La Domenica, periodico religioso)

Il valore della dignità oggi

(martedì 29 novembre)

La dignità è diventata negli ultimi anni da semplice vocabolo “perso” nei dizionari italiani celando il suo significato di ‘libertà e serenità’,
a bene prezioso, termine ricorrente nel quotidiano, quasi a significare una ‘cosa’ da custodire gelosamente. Stato e livello di vivibilità irrinunciabile per la persona, ma che spesso viene messo in discussione dal mondo reale !
Uscendo quasi dalla nebulosa dell’oblìo dei termini della lingua italiana (una bella accezione è “nobiltà morale che deriva all’uomo dalla sua natura, dalle sue qualità, e insieme rispetto che egli ha di sé e suscita negli altri in virtù di questa sua condizione”; e ancora: “Considerazione in cui l’uomo tiene se stesso e che si traduce in un comportamento responsabile, misurato, equilibrato”), per il suo significato, il suo valore, la sua innegabilità, oggi questa parola è alquanto di uso comune, fa parte della nostra quotidianità !!
Tante invece le sfumature che oggigiorno il mondo ci offre in cui la sua mancanza è viceversa tangibile, palpabile: dalle storie dei prigionieri reclusi e di guerra, al fenomeno e alle vicende dei migranti, … a quello – forse più latente e tagliente – della disoccupazione.
Già mi vedo Lorenzo Cherubini, apprezzato paroliere degli anni 2000, come possibile assemblatore di una grida a riguardo (“DIGNITA’ DIGNITA’…). Condizione a cui tutti auspicano di non arrivare, o banalmente evitare, ma che non guarda in faccia a nessuno … o quasi !!!
Anche papa Francesco nei suoi recenti discorsi si è schierato a difesa di questo diritto imprescindibile per ognuno: se anche il detenuto sconta una pena meritata (per aver commesso reati anche gravi) lo Stato non ha il diritto di ignorare le sue sofferenze.”; “Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti!”, “Ogni lavoratore ha il diritto di vederla tutelata, e in particolare i giovani devono poter coltivare la fiducia che i loro sforzi, il loro entusiasmo, l’investimento delle loro energie e delle loro risorse non saranno inutili.”
Leggi controverse e talora forse opinabili, diritti calpestati: tutto però fa “confusione”.
Brutto, estremamente sfiancante e intollerabile è vedere un padre di famiglia, se non padre e madre, vittime ‘innocenti’ e inconsapevoli,
faticare per arrivare a fine mese per riuscire a malapena a sfamare la propria famiglia.
O il pensionato o l’anziano vedersi privati di diritti certi e acquisiti, garantiti della propria carriera lavorativa dopo anni di lavoro, per un domani migliore. O ancora “i bamboccioni”, fantomatico eufemismo coniato dalla nostra classe politica, non riuscire a dare un senso, una finalità al proprio futuro, la libertà di poter programmare la propria vita “oltre”; a una possibilità di migliorare, di riuscire a cambiare il proprio domani, rincorrendo magari (anche) un sogno.

La preghiera di Papa Francesco «Resta aperta la porta della misericordia. Giubileo non finisce»

(lunedì 21 novembre)

Papa Francesco chiude l’anno della Misericordia iniziato l’8 dicembre 2015 e invita a «riscoprire la centralità del Vangelo»

 

CITTÀ DEL VATICANO – «Quante volte, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio». Francesco ha pregato in silenzio, si è avvicinato al portale di San Pietro, ha chiuso la Porta Santa che aveva aperto l’8 dicembre 2015 e con essa l’Anno Santo della Misericordia.

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Il senso del Giubileo

E ora è come se ricapitolasse il senso del Giubileo che in realtà aveva voluto aprire il 29 novembre dell’anno scorso, nel Centrafrica in guerra civile: Bangui e la sua cattedrale come «capitale spirituale» di un mondo afflitto dal «virus dell’inimicizia», ciò che ha più volte definito la «terza guerra mondiale combattuta a pezzi». Francesco ha voluto invitare la Chiesa a «riscoprire il centro, ritornare all’essenziale» del Vangelo,  e nella piazza gremita sillaba: «La misericordia, portandoci al cuore del Vangelo, ci esorta anche a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio; a trovare il nostro orientamento solo nella perenne e umile regalità di Gesù, non nell’adeguamento alle precarie regalità e ai mutevoli poteri di ogni epoca». Ecco perché il Giubileo non è finito, non deve finire: «Anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza».

Il vero potere

Più di 22 milioni di persone hanno attraversato la porta santa di San Pietro durante il Giubileo, una cifra enorme considerando che il Papa aveva deciso che non si concentrasse tutto a Roma e venissero aperte più di diecimila porte sante in tutte le diocesi del mondo. Nessun grande evento, niente spettacoli. Il Papa ha voluto un Giubileo sobrio: «Tanti pellegrini hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore». Francesco ha voluto che l’Anno Santo si chiudesse, oggi, nel giorno che per la Chiesa è la «solennità di Cristo Re dell’Universo». La sua riflessione è intorno al senso di questa regalità: «Cristo appare senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete». Qui sta ciò che il Papa indica alla Chiesa: «La grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa. Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta. Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura».

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La tentazione più terribile

Di fronte a questa «regalità paradossale», ci possono essere tre possibili reazioni che Francesco riassume con tre immagini. La prima è il «popolo» che «stava a vedere», la tentazione di stare lontani: «È lo stesso popolo che per le proprie necessità si accalcava attorno a Gesù, ed ora tiene le distanze. Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile. Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi…». La secona immagine, il gruppo che nel Vangelo comprende «i capi del popolo, i soldati e un malfattore», rappresenta la tentazione più grave: «Tutti costoro deridono Gesù, gli rivolgono la stessa provocazione: “Salvi se stesso!” Tentano Gesù, come fece il diavolo agli inizi del Vangelo, perché rinunci a regnare alla maniera di Dio, ma lo faccia secondo la logica del mondo: scenda dalla croce e sconfigga i nemici! Se è Dio, dimostri potenza e superiorità! Questa tentazione è un attacco diretto all’amore. “Salva te stesso»: non gli altri, ma te stesso. Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo». La tentazione di «cercare le appaganti sicurezze offerte dal mondo», «scendere dalla croce»: mirare al potere e al successo.

Il malfattore

La terza immagine è quella del malfattore crocifisso che dice: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È l’atteggiamento indicato dal Giubileo, spiega Francesco: «Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: “Oggi con me sarai nel paradiso”». Qui sta il senso dell’Anno Santo, la porta che resta aperta: «Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza».

(tratto da www.corriere.it, domenica 20 novembre)

Papa Francesco: in ogni Diocesi un "segno" del Giubileo

(lunedì 21 novembre)

Papa Francesco conclude l’Anno Santo straordinario della Misericordia nella solennità di Cristo Re dell’Universo, domenica 20 novembre. Iniziato l’8 dicembre 2015, questo Anno è stato ricco di appuntamenti ecclesiali. Per ricordarlo negli anni a venire, il Pontefice ha inviato a costruire un “monumento” in ogni diocesi, un’opera strutturale di misericordia: un ospedale, una casa per anziani, per bambini abbandonati, una scuola dove non ci fosse, una casa per recuperare i tossicodipendenti.

Sarebbe un modo per lasciare come un ricordo vivente, un’opera di misericordia concreta, una “piaga di Gesù vivente”, come Papa Bergoglio ha detto, nella veglia di preghiera in piazza San Pietro sabato pomeriggio 22 aprile, nella festa della Divina Misericordia e nell’XI anniversario della morte di san Giovanni Paolo II.

L’Anno Santo è stata un’occasione importante per riscoprire il Volto compassionevole di Cristo e per mettere l’accento sulla necessità di esprimere con le opere concrete la misericordia professata a parole. Solidarietà e amore verso i fratelli che devono coniugarsi con la tutela e la salvaguardia del creato, come ha sottolineato ancora Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato sì”. L’Anno Santo, infatti, dovrebbe lasciare ai posteri anche un “messaggio” ecologico per testimoniare che la terra è strettamente solidale con l’uomo che per primo deve rispettarla.

 

(tratto da ‘La Domenica’, di Nicola Gori)

"Un salto indietro" … in ricordo dei nostri defunti

(martedì 1 novembre)

A distanza di anni dalla mia vita scolastica, e dopo essermi lasciato sfuggire l’occasione negli ultimi, riporto qui un poema che la letteratura ci ha insegnato vuole essere una ode nel mese dedicato ai nostri defuni e cari.
Un ricordo fra gli altri, senz’altro, per cui ringrazio il professor Gugliemo Iurilli sinceramente (per il merito) per la capacità di farci gustare queste pagine, che allo stesso tempo enfatizza e può imprimere in ognuno di noi dei valori imprescindibili della vita umana.

 

TESTO

Deorum amnium iura sancta sunto

 

 

1.  All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

2.  confortate di pianto è forse il sonno

3.  della morte men duroOve piú il Sole

4.  per me alla terra non fecondi questa

5.  bella d’erbe famiglia e d’animali,

6. e quando vaghe di lusinghe innanzi

7. a me non danzeran l’ore future,

8. né da te, dolce amico, udrò piú il verso

9.  e la mesta armonia che lo governa,

10.  né piú nel cor mi parlerà lo spirto

11.  delle vergini Muse e dell’amore,

12.  unico spirto a mia vita raminga,

13. qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso

14. che distingua le mie dalle infinite

15. ossa che in terra e in mar semina morte?

16. Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

17. ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

18. tutte cose l’obblío nella sua notte;

19.  e una forza operosa le affatica

20.  di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe

21.  e l’estreme sembianze e le reliquie

22. della terra e del ciel traveste il tempo.

23. Ma perché pria del tempo a sé il mortale

24. invidierà l’illusïon che spento

25. pur lo sofferma al limitar di Dite?

26. Non vive ei forse anche sotterra, quando

27. gli sarà muta l’armonia del giorno,

28.  se può destarla con soavi cure

29.  nella mente de’ suoi? Celeste è questa

30.  corrispondenza d’amorosi sensi,

31.  celeste dote è negli umani; e spesso

32.  per lei si vive con l’amico estinto

33. e l’estinto con noi, se pia la terra

34. che lo raccolse infante e lo nutriva,

35. nel suo grembo materno ultimo asilo

36. porgendo, sacre le reliquie renda

37.  dall’insultar de’ nembi e dal profano

38. piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

39. e di fiori odorata arbore amica

40. le ceneri di molli ombre consoli.

41. Sol chi non lascia eredità d’affetti

42. poca gioia ha dell’urna; e se pur mira

43. dopo l’esequie, errar vede il suo spirto

44. fra ‘l compianto de’ templi acherontei,

45. o ricovrarsi sotto le grandi ale

46. del perdono d’lddio: ma la sua polve

47. lascia alle ortiche di deserta gleba

48. ove né donna innamorata preghi,

49. né passeggier solingo oda il sospiro

50. che dal tumulo a noi manda Natura.

51. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri

52. fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti

53. contende. E senza tomba giace il tuo

54. sacerdote, o Talia, che a te cantando

55. nel suo povero tetto educò un lauro

56. con lungo amore, e t’appendea corone;

57. e tu gli ornavi del tuo riso i canti

58. che il lombardo pungean Sardanapalo,

59. cui solo è dolce il muggito de’ buoi

60. che dagli antri abdüani e dal Ticino

61. lo fan d’ozi beato e di vivande.

62. O bella Musa, ove sei tu? Non sento

63. spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,

64. fra queste piante ov’io siedo e sospiro

65. il mio tetto materno. E tu venivi

66. e sorridevi a lui sotto quel tiglio

67. ch’or con dimesse frondi va fremendo

68. perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio

69. cui già di calma era cortese e d’ombre.

70. Forse tu fra plebei tumuli guardi

71.  vagolando, ove dorma il sacro capo

72. del tuo Parini? A lui non ombre pose

73. tra le sue mura la città, lasciva

74. d’evirati cantori allettatrice,

75. non pietra, non parola; e forse l’ossa

76. col mozzo capo gl’insanguina il ladro

77. che lasciò sul patibolo i delitti.

78. Senti raspar fra le macerie e i bronchi

79. la derelitta cagna ramingando

80. su le fosse e famelica ululando;

81.  e uscir del teschio, ove fuggia la luna,

82. l’úpupa, e svolazzar su per le croci

83. sparse per la funerëa campagna

84. e l’immonda accusar col luttüoso

85. singulto i rai di che son pie le stelle

86. alle obblïate sepolture. Indarno

87. sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade

88. dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti

89. non sorge fiore, ove non sia d’umane

90. lodi onorato e d’amoroso pianto.

91. Dal dí che nozze e tribunali ed are

92. diero alle umane belve esser pietose

93. di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi

94. all’etere maligno ed alle fere

95. i miserandi avanzi che Natura

96. con veci eterne a sensi altri destina.

97. Testimonianza a’ fasti eran le tombe,

98. ed are a’ figli; e uscían quindi i responsi

99. de’ domestici Lari, e fu temuto

100. su la polve degli avi il giuramento:

101. religïon che con diversi riti

102. le virtú patrie e la pietà congiunta

103. tradussero per lungo ordine d’anni.

104. Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi

105. fean pavimento; né agl’incensi avvolto

106. de’ cadaveri il lezzo i supplicanti

107. contaminò; né le città fur meste

108. d’effigïati scheletri: le madri

109. balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono

110. nude le braccia su l’amato capo

111. del lor caro lattante onde nol desti

112. il gemer lungo di persona morta

113. chiedente la venal prece agli eredi

114. dal santuario. Ma cipressi e cedri

115. di puri effluvi i zefiri impregnando

116. perenne verde protendean su l’urne

117. per memoria perenne, e prezïosi

118. vasi accogliean le lagrime votive.

119. Rapían gli amici una favilla al Sole

120. a illuminar la sotterranea notte,

121. perché gli occhi dell’uom cercan morendo

122. il Sole; e tutti l’ultimo sospiro

123. mandano i petti alla fuggente luce.

124. Le fontane versando acque lustrali

125. amaranti educavano e vïole

126. su la funebre zolla; e chi sedea

127. a libar latte o a raccontar sue pene

128. ai cari estinti, una fragranza intorno

129. sentía qual d’aura de’ beati Elisi.

130. Pietosa insania che fa cari gli orti

131. de’ suburbani avelli alle britanne

132. vergini, dove le conduce amore

133. della perduta madre, ove clementi

134. pregaro i Geni del ritorno al prode

135. che tronca fe’ la trïonfata nave

136. del maggior pino, e si scavò la bara.

137. Ma ove dorme il furor d’inclite gesta

138. e sien ministri al vivere civile

139. l’opulenza e il tremore, inutil pompa

140. e inaugurate immagini dell’Orco

141. sorgon cippi e marmorei monumenti.

142. Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,

143. decoro e mente al bello Italo regno,

144. nelle adulate reggie ha sepoltura

145.  già vivo, e i stemmi unica laude. A noi

146. morte apparecchi riposato albergo,

147. ove una volta la fortuna cessi

148. dalle vendette, e l’amistà raccolga

149.                      non di tesori eredità, ma caldi

150. sensi e di liberal carme l’esempio.

151.  A egregie cose il forte animo accendono

152. l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

153.  e santa fanno al peregrin la terra

154. che le ricetta. Io quando il monumento

155.  vidi ove posa il corpo di quel grande

156.                      che temprando lo scettro a’ regnatori

157.  gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela

158.  di che lagrime grondi e di che sangue;

159. e l’arca di colui che nuovo Olimpo

160. alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide

161. sotto l’etereo padiglion rotarsi

162. piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,

163. onde all’Anglo che tanta ala vi stese

164. sgombrò primo le vie del firmamento:

165. – Te beata, gridai, per le felici

166. aure pregne di vita, e pe’ lavacri

167. che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!

168. Lieta dell’aer tuo veste la Luna

169. di luce limpidissima i tuoi colli

170. per vendemmia festanti, e le convalli

171. popolate di case e d’oliveti

172. mille di fiori al ciel mandano incensi:

173. e tu prima, Firenze, udivi il carme

174. che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,

175. e tu i cari parenti e l’idïoma

176. désti a quel dolce di Calliope labbro

177. che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma

178. d’un velo candidissimo adornando,

179. rendea nel grembo a Venere Celeste;

180. ma piú beata che in un tempio accolte

181. serbi l’itale glorie, uniche forse

182. da che le mal vietate Alpi e l’alterna

183. onnipotenza delle umane sorti

184. armi e sostanze t’ invadeano ed are

185. e patria e, tranne la memoria, tutto.

186. Che ove speme di gloria agli animosi

187. intelletti rifulga ed all’Italia,

188. quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi

189. venne spesso Vittorio ad ispirarsi.

190. Irato a’ patrii Numi, errava muto

191. ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo

192. desïoso mirando; e poi che nullo

193. vivente aspetto gli molcea la cura,

194. qui posava l’austero; e avea sul volto

195. il pallor della morte e la speranza.

196. Con questi grandi abita eterno: e l’ossa

197. fremono amor di patria. Ah sí! da quella

198.  religïosa pace un Nume parla:

199. e nutria contro a’ Persi in Maratona

200. ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,

201. la virtú greca e l’ira. Il navigante

202. che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

203. vedea per l’ampia oscurità scintille

204. balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

205. fumar le pire igneo vaporcorrusche

206. d’armi ferree vedea larve guerriere

207. cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

208. silenzi si spandea lungo ne’ campi

209. di falangi un tumulto e un suon di tube

210. e un incalzar di cavalli accorrenti

211.  scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

212. e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

213. Felice te che il regno ampio de’ venti,

214. Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!

215. E se il piloto ti drizzò l’antenna

216. oltre l’isole egèe, d’antichi fatti

217. certo udisti suonar dell’Ellesponto

218. i liti, e la marea mugghiar portando

219. alle prode retèe l’armi d’Achille

220. sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi

221. giusta di glorie dispensiera è morte;

222. né senno astuto né favor di regi

223. all’Itaco le spoglie ardue serbava,

224. ché alla poppa raminga le ritolse

225. l’onda incitata dagl’inferni Dei.

226. E me che i tempi ed il desio d’onore

227. fan per diversa gente ir fuggitivo,

228. me ad evocar gli eroi chiamin le Muse

229. del mortale pensiero animatrici.

230. Siedon custodi de’ sepolcri, e quando

231. il tempo con sue fredde ale vi spazza

232. fin le rovinele Pimplèe fan lieti

233. di lor canto i deserti, e l’armonia

234. vince di mille secoli il silenzio.

235. Ed oggi nella Troade inseminata

236. eterno splende a’ peregrini un loco,

237. eterno per la Ninfa a cui fu sposo

238. Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,

239. onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta

240. talami e il regno della giulia gente.

241. Però che quando Elettra udí la Parca

242. che lei dalle vitali aure del giorno

243. chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove

244. mandò il voto supremo: – E se, diceva,

245.  a te fur care le mie chiome e il viso

246. e le dolci vigilie, e non mi assente

247. premio miglior la volontà de’ fati,

248. la morta amica almen guarda dal cielo

249. onde d’Elettra tua resti la fama. –

250. Cosí orando moriva. E ne gemea

251. l’Olimpio: e l’immortal capo accennando

252. piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,

253. e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.

254. Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto

255. cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne

256. sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando

257. da’ lor mariti l’imminente fato;

258. ivi Cassandra, allor che il Nume in petto

259. le fea parlar di Troia il dí mortale,

260. venne; e all’ombre cantò carme amoroso,

261. e guidava i nepoti, e l’amoroso

262. apprendeva lamento a’ giovinetti.

263. E dicea sospirando: – Oh se mai d’Argo,

264. ove al Tidíde e di Läerte al figlio

265. pascerete i cavalli, a voi permetta

266. ritorno il cielo, invan la patria vostra

267. cercherete! Le mura, opra di Febo,

268. sotto le lor reliquie fumeranno.

269. Ma i Penati di Troia avranno stanza

270. in queste tombe; ché de’ Numi è dono

271. servar nelle miserie altero nome.

272. E voi, palme e cipressi che le nuore

273. piantan di Priamo, e crescerete ahi presto

274. di vedovili lagrime innaffiati,

275. proteggete i miei padri: e chi la scure

276. asterrà pio dalle devote frondi

277. men si dorrà di consanguinei lutti,

278. e santamente toccherà l’altare.

279. Proteggete i miei padri. Un dí vedrete

280. mendico un cieco errar sotto le vostre

281. antichissime ombre, e brancolando

282. penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,

283. e interrogarle. Gemeranno gli antri

284. secreti, e tutta narrerà la tomba

285. Ilio raso due volte e due risorto

286. splendidamente su le mute vie

287. per far piú bello l’ultimo trofeo

288. ai fatati Pelídi. Il sacro vate,

289. placando quelle afflitte alme col canto,

290. i prenci argivi eternerà per quante

291. abbraccia terre il gran padre Oceàno.

292. E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

293. ove fia santo e lagrimato il sangue

294. per la patria versato, e finché il Sole

295. risplenderà su le sciagure umane.

 

PARAFRASI

“Siano rispettati i diritti dei Mani” massima di Cicerone. I Manes sono le anime dei defunti

 

Il carme inizia con una domanda retorica: la tomba può offrire conforto al sepolto? La morte (sonno della morte) è forse meno doloroso (men duro)  all’ombra dei cipressi e dentro le tombe (urne) consolate dal pianto [dei vivi]? Quando (ove) il sole avrà smesso per me di fecondare il creato (questa bella d’erbe famiglia e d’animali – iperbato), quando l’avvenire attraente per le vagheggiate promesse avrà perso ogni seduzione (vaghe…future), né udirò più te, Pindemonte (dolce amico), [recitare] i tuoi versi (il verso) e l’armonia malinconica che li ispira (lo governa), né più nel cuore sentirò l’ispirazione (spirto) delle Muse e dell’amore, unica consolazione della mia vita errabonda (mia vita raminga – perché esule),  quale consolazione sarà per la vita finita (qual…perduti) una lapide (sasso – pietra sepolcrale) che distingua i miei resti dagli infiniti altri (le mie dalle infinite ossa) che la morte sparge (semina) in terra e in mare?
È proprio vero Pindemonte ! anche la speranza, ultima dea (così era definita dai latini, l’ultima ad abbandonare l’uomo), fugge le tombe (si dilegua cioè l’ultima illusione di immortalità affidata appunto al sepolcro): la dimenticanza circonda (involve) tutte le cose nella sua tenebra (notte); e una forza attiva le trasforma (le affatica) incessantemente di movimento in movimento; e il tempo tramuta (traveste) sia l’uomo sia le sue tombe sia le ultime tracce (sembianze) sia ciò che resta (reliquie) della terra e del cielo.
Ma perché l’uomo dovrebbe privarsi (invidierà – da invidere latinismo) prima del tempo dell’illusione che [una volta] morto (spento) lo trattiene [gli fa credere di fermarsi] ancora sulle soglie dell’oltretomba (limitar di Dite) ?
Egli [l’uomo da morto] non vive forse anche sotto terra, quando gli sarà [divenuta] impercettibile (muta) l’attrattiva della vita (l’armonia del giorno, cioè la vita perduta), se può risvegliarla (destarla) nella mente dei suoi [cari] attraverso il culto della memoria (soavi cure: la cura delle tombe) ? Questa corrispondenza di sentimenti (sensi – lat.) amorosi è divina (celeste), è una dote divina negli uomini; e grazie a lei (per lei) si vive con l’amico morto e il morto [vive] con noi, se la sacra terra (se pia la terra) che lo ha accolto neonato e lo ha nutrito, porgendo l’ultimo asilo nel suo grembo materno, renda inviolabili (sacre) le sue spoglie dalle intemperie (dagli insulti delle nuvole – insultar de’ nembi) e dal piede profanatore degli uomini, e un sasso [la pietra sepolcrale] conservi il nome, e un albero (arbore – latinamente al femminile) amico profumato di fiori consoli le ceneri con la sua dolce ombra.
Solamente chi non lascia eredità di affetti [chi muore senza legami affettivi] ha poca gioia nella tomba; e se solo guarda (mira) oltre la [propria] sepoltura (in un mondo ultraterreno), vede la propria anima (spirto) vagabondare (errar) in mezzo al dolore (compianto) dei luoghi infernali (templi acherontei – si riferisce agli Acherousia Templa di Lucrezio), o rifugiarsi sotto le grandi ali del perdono di Dio: ma lascia le sue ceneri (sua polve) alle ortiche di una terra (gleba) deserta dove non prega [nessuna] donna innamorata, né [alcun] passante solitario ode il sospiro che la natura manda a noi dalla tomba.
Tuttavia (pur) una nuova legge [l’editto di Saint-Cloud] oggi impone che le tombe siano fuori dagli sguardi pietosi [fuori dai centri abitati], e toglie (contende) la fama (il nome) ai morti. E giace senza tomba il tuo sacerdote (si riferisce a Parini che non ebbe una tomba), o Talia (musa della poesia satirica), che poetando per te coltivò (educò – lat.) con lungo amore un lauro (l’alloro pianta sacra alle Muse) nella sua povera casa (povero tetto – allude alle modeste condizioni di Parini), e ti consacrò molte opere (t’appendea corone – metafora); e tu (Musa) abbellivi del tuo sorriso le sue poesie che criticavano (pungean) i viziosi aristocratici lombardi (Sardanapalo leggendario Re d’Assiria ricco e dissoluto è assunto per antonomasia a rappresentare la grassa nobiltà lombarda – lombardo Sardanapalo indica il “giovin Signore” protagonista del Giorno pariniano – vv.57/58 iperbato), a cui è gradito solo il muggito dei buoi che dalle rive dirupate dell’Adda (antri abdüani) e del Ticino gli consentono (lo fan) un’esistenza pingue e oziosa. Dove sei tu? O bella Musa fra queste piante (i giardini di Porta Venezia a Milano) dove io siedo e ricordo con desiderio la mia casa materna non sento profumare (spirar) l’ambrosia (il profumo d’ambrosia indica la presenza della Musa), indizio della tua divinità. Eppure tu venivi e gli sorridevi [Parini] sotto quel tiglio che ora con fronde tristi va fremendo, o Dea, perché non copre la tomba del vecchio [Parini] al quale in passato era generoso (cortese) dispensatore di pace e di ombra.
Forse tu [Musa] cerchi vagando (vagolando) fra le tombe umili (plebei tumuli) dove dorma [dove sia sepolta] la sacra testa del tuo Parini? La città [Milano], immorale (lasciva), amante (allettatrice) di cantanti castrati (oggetto di critica nell’ode pariniana La musica), non pose in suo onore alberi (non ombre pose – metonimia: ombre vale per piante) tra le sue mura, né lapidi (pietra), né iscrizioni (parola); e forse il ladro che scontò sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata (l’ossa…delitti). [Tu Musa], senti raspare fra le macerie e le sterpi (bronchi) la cagna randagia che va errando (ramingando) sulle fosse e ululando per la fame; e l’upupa uscire dal teschio, dove fuggiva la notte (luna), e svolazzare intorno alle croci sparse per il camposanto e [senti] l’uccello immondo (la Bibbia la cataloga tra gli “uccelli immondi”) rimproverare con il [suo] verso funebre (luttuoso singulto) i raggi pietosi che le stelle donano alle sepolture dimenticate [e quindi senza lumi]. O Dea, preghi inutilmente [che] sul tuo poeta [Parini] [cadano] rugiade dalla notte tetra (squallida). Ahi! Sui morti non sorge [nessun] fiore, quando (ove) non sia onorato da lodi umane e da pianto affettuoso.
Dal giorno in cui nozze, leggi (tribunali) e religione (are) [cioè la civiltà] fecero sì che gli uomini primitivi (umane belve) divenissero pietose verso se stesse e verso gli altri, i vivi sottraevano all’aggressione degli agenti atmosferici (etere maligno) e  delle belve (fere) i miseri resti [i corpi dei morti] che la natura con continue metamorfosi (veci eterne) destina ad altre forme (sensi altri).
Le tombe erano testimonianza delle glorie (fasti), e altari (are) per i figli; e da esse uscivano i responsi delle anime dei defunti (domestici Lari) [i trapassati diventavano divinità tutelari della casa ed elargivano ammonimenti e presagi] , e il giuramento sulle tombe degli avi fu considerato sacro: culto (religion) che le virtù civili e la pietà per i congiunti (pietà congiunta – ipallage) tramandarono (tradussero – lat.) per lungo tempo (lungo ordine d’anni).
Non sempre le lapidi sepolcrali fecero da pavimento alle chiese (templi); né il puzzo (lezzo) dei cadaveri mescolato (avvolto) agli incensi contaminò i fedeli (supplicanti); né le città furono rattristate (meste) da scheletri disegnati: le madri si svegliano nel sonno terrorizzate (balzan ne’ sonni esterrefatte), e protendendo le nude braccia sulla testa amata del loro caro lattante così che non lo svegli il gemere prolungato della persona morta che chiede dal Santuario agli eredi le messe a pagamento (venal prece – messe di suffragio per abbreviare la sua permanenza in purgatorio).

Ma (ma segna un cambio di tono e dalla concitazione dei versi precedenti si passa alla serenità e calma dei versi che seguono) cipressi e cedri [alberi che si facevano crescere anticamente vicino alle tombe], riempiendo l’aria (i zefiri) di profumi (puri effluvi), stendevano sulle tombe il verde perenne [delle loro fronde] per eterna memoria, e vasi preziosi raccoglievano le lacrime offerte in voto.
Gli amici [del defunto] rapivano una scintilla al sole [accendevano una lampada] per illuminare il sepolcro (sotterranea notte), perché gli occhi dell’uomo morendo cercano il sole; e tutti i petti [dei moribondi] rivolgono l’ultimo sospiro alla luce fuggente (iperbato).
Versando acque purificatrici (lustrali), le fontane facevano crescere (educavano) amaranti [piante con foglie color rosso porpora, simbolo di immortalità] e viole sul tumulo mortuario; e chi sedeva [sulle tombe] a versare latte [versare in segno di offerta] e a raccontare le sue pene ai cari estinti sentiva intorno un profumo (fragranza – non dei fiori ma degli unguenti funebri) come dell’aria dei beati Elisi [secondo i greci e i latini l’Eliso era la dimora degli spiriti eroici, situato nell’estremo occidente].
Follia benefica (pietosa insania) che rende care alle giovani inglesi (britanne vergini – lat.) i giardini (orti – lat.)  dei cimiteri (avelli) attorno alle città, dove le conduce l’amore della madre morta, dove pregarono i Geni (i Numi tutelari della Patria) di concedere il ritorno al valoroso (prode: Horatio Nelson) che troncò l’albero maestro della nave vinta (trionfata nave: il vascello francese Orient sconfitto ad Abukir) e con quel legno si fece preparare la bara.
Ma dove il desiderio (furor) di imprese gloriose (inclite gesta) è spento (dorme) e la ricchezza e la paura [di un despota] dominano la vita civile, cippi e monumenti di marmo appaiono vana ostentazione e funeste (inaugurate) immagini dell’oltretomba (Orco è uno dei nomi dell’oltretomba pagano).
Il popolo intellettuale e quello ricco e quello nobile [riferimento ai 3 collegi elettorali istituiti da Napoleone], ornamento e guida [detto ironicamente] per il bel regno italico, ha già la sua tomba da vivo nelle regge dove sempre risuona l’adulazione, e [come] unica lode [ha] gli stemmi [nobiliari]. A noi la morte prepari (apparecchi) una dimora serena (riposato albergo) dove un giorno la sorte cessi di perseguitarmi (dalle vendette) e gli amici (armistà = amicizia) raccolgano in eredità non ricchezze (di tesori eredità), ma caldi affetti (sensi) e l’esempio di una poesia ispiratrice di libertà (liberal carme l’esempio).
Le tombe (urne) dei grandi uomini (forti) spingono a nobili imprese gli animi, o Pindemonte e rendono al forestiero (peregrin) bella e santa la terra che le accoglie (le ricetta). Io quando vidi il monumento [la chiesa di S.Croce a Firenze] dove riposa il corpo di quel grande [Machiavelli] che, insegnando ai principi l’arte del governo (temprando lo scettro  a’ regnatori), lo spoglia (ne sfronda) [invece di ogni] gloria (gli allor), e svela alle genti di quante iniquità e violenze (lagrime – sangue) grondi [il potere]; e la tomba (arca) di colui [Michelangelo] che in Roma innalzò agli dei (Celesti) un nuovo (nuovo perché cristiano) Olimpo [la cupola di San Pietro]; e la tomba di colui che [Galileo] vide ruotare vari pianeti (più mondi) sotto la volta celeste (l’etereo padiglion), e il sole illuminarli [stando] immobile (immoto – riferimento al sistema eliocentrico), così che aprì per primo la conoscenza del cielo (le vie del firmamento) all’inglese [Newton] (Anglo) che tanto ingegno vi applicò (tanta ala vi stese – metafora) – esclamai “beata te” [Firenze], per l’aria felice piena di vita, per le acque che gli affluenti (lavacri) dell’Arno fa scorrere verso di te dalle sue montagne (Apennino)! [celebra Firenze perché terra di incontro di doni della natura e doni dell’ingegno]
La luna, più luminosa per la purezza dell’aria (lieta dell’aer tuo), ricopre di luce limpidissima i tuoi colli, festanti per la vendemmia; e le valli circostanti popolate di case e di oliveti, mandano verso il cielo mille profumi di fiori (mille di fiori al ciel mandano incensi – iperbato): Tu Firenze, inoltre, hai udito per prima il carme [la divina commedia] che attenuà (allegrò) l’ira al ghibellino esule [Dante; che in realtà era guelfo], e tu hai dato i genitori (cari parenti – lat.) e la lingua [a Petrarca],  (l’idioma…Calliope labbro: come se la Musa parlasse per lui), che velando di un velo candidissimo l’amore, [che era] nudo in Grecia e nudo in Roma, [lo] pose in grembo alla Venere celeste; ma [sei ancora] più beata [perchè] raccolte in un’unica chiesa (tempio – Santa Croce) conservi le glorie italiane, forse le uniche da quando le Alpi indifese (mal vietate – lat.) e l’onnipotenza delle alterne sorti umane ti sottrassero (invadeano) le armi e le ricchezze (sostanze),  l’identità religiosa (are) e politica (patria) e, tranne la memoria [della passata grandezza], tutto. Qualunque speranza di riscatto ci sarà tra valorosi e poi nell’Italia tutta dovrà muovere di qui (quindi – cioè dalle tombe di Santa Croce). E spesso Vittorio [Alfieri] venne ad ispirarsi presso questi marmi Irato con gli Dei protettori (patrii Numi) della patria [per averla abbandonata], vagava silenzioso dove l’Arno è più deserto, osservando desideroso i campi e il cielo; e poiché nessun incontro (vivente aspetto) gli leniva (molcea) l’affanno (la cura), [egli], severo, si fermava qui; e sul volto aveva il pallore della morte e la speranza.
[Alfieri] è sepolto (abita) in eterno con questi grandi [perché è sepolto a Santa Croce nella tomba scolpita da Canova]: e le ossa emanano amore di patria. Ah si! Un Nume (personificazione dell’amore di Patria) parla di quella pace sacra (religiosa) e ispirò il valore e l’ira dei greci contro i persiani a Maratona, dove Atene consacrò le tombe ai suoi caduti. Il navigatore che navigò a vela quel mare [l’Egeo] sotto [l’isola] Eubea [detta anche Negroponte, sta di fronte a Maratona], vedeva nella vastità buia balenare scintille di elmi e di spade che si scontrano (cozzanti brandi), [vedeva] i roghi [le pire – per bruciare i cadaveri] fumare vapore di fuoco (igneo vapor), [vedeva] fantasmi (larve) di guerrieri scintillanti (corrusche) di armi di ferro cercare lo scontro (cercar la pugna); e nell’orrore dei silenzi notturni si spargeva nei campi un lungo frastuono (lungo…tumulto – iperbato) di eserciti e un suono di trombe (tube) e un [rumore prodotto dall’] incalzare di cavalli che corrono scalpitando sugli elmi dei moribondi, e pianto, ed inni, e il canto della Parche.
O Ippolito, felice te, che in gioventù (a’ tuoi verdi anni) percorrevi l’ampio regno dei venti! [fa riferimento al viaggio di Pindemonte a Malta e in Grecia]
E se il pilota (piloto) guidò la nave (drizzò l’antenna) oltre le isole Egèe, certo udisti le coste dell’Ellesponto [stretto dei Dardanelli] [ri]suonare di antichi fatti, e [udisti] la corrente rimbombare portando le armi di Achille alle coste del Capo Reteo sopra le ossa di Aiace: la morte è giusta dispensatrice di gloria verso i valorosi; né l’astuta intelligenza, né il favore dei re (Agamennone e Menelao) conservavano a Ulisse (Itaco) le difficili spoglie [le armi di Achille] (spoglie ardue perché di faticosa conquista), poiché l’onda incitata dagli dei dell’oltretomba (inferno Dei) le ritolse alla nave errabonda (poppa raminga, cioè alla nave di Ulisse destinata a lunghe peregrinazioni).
E le Muse, animatrici del pensiero umano (del mortale pensiero animatrici), chiamano me ad evocare gli eroi [greci], me che i tempi [malvagi] e il desiderio di onore fanno andare esule fra popolazioni diverse (diversa gente).
Le Muse (le Pimplèe – così dette dal Monte Pimpla ad esse sacro) siedono custodi dei sepolcri, e quando il tempo con le sue fredde ali vi distrugge perfino le rovine (vi spazza fin le rovine), allietano i deserti con il loro canto, e l’armonia supera il silenzio di mille secoli.
E oggi nella Troade [la regione dove sorgeva Troia] desertica (inseminata – lerreralmente “sterile”) splende eternamente [davanti] ai viaggiatori un luogo eterno [il sepolcro dell’Ilo antico Dardanide] grazie alla ninfa (per la ninfa [Elettra]) di cui Giove fu sposo e [che] diede a Giove il figlio Dàrdano [fondatore do Troia], da cui derivano (onde fur) Troia e Assàraco e i cinquanta letti nunziali (talami) [dei cinquanta figli sposati di Priamo] e il regno della popolazione discendente da Iulo [i Romani] (il regno della giulia gente).
Eterno per il fatto che (Però che – va riferito a eterno: spiega il motivo dell’eternità dei vv.235-236) quando Elettra udì la Parca [Atropo – che taglia il filo della vita] che la chiamava dalle vitali brezze (aure) del giorno [dalla vita] alle danze dell’Eliso [nell’oltretomba], rivolse a Giove l’ultima preghiera (voto supremo): E se – diceva – a te furono cari i miei capelli e il [mio] viso e le dolci notti (vigilie), e la volontà del destino non mi concede (assente) premio [sottinteso: del mio amore] migliore [della morte], almeno proteggi (guarda) dal cielo l’amante morta [la sua tomba], così che resti memoria della tua Elettra.
Così pregando moriva. E Giove (l’Olimpio cioè abitatore dell’Olimpo) piangeva di ciò; e assentendo col capo immortale (l’immortal…accennando) faceva piovere dai capelli ambrosia sulla ninfa, e fece sacri quel corpo e la sua tomba.
Qui ebbe sepoltura (posò) Erittonio [figlio di Dardano ed Elettra], e riposano i resti del giusto Ilo [fratello di Assaraco e pronipote di Erittonio, da Omero detto giusto]; qui le donne troiane scioglievano i capelli inutilmente – ahi! – scongiurando di allontanare (deprecando) l’imminente destino [la morte] dai loro mariti; qui venne Cassandra [figlia di Priamo condannata da Apollo a predire il futuro senza essere creduta], quando Apollo (il Nume) [entratole] in petto le faceva predire la fine (il dì mortale) di Troia; e cantò ai morti (all’ombre) un canto (carme) d’amore e [vi] guidava i nipoti, e l’insegnava (apprendeva)  ai giovanetti il lamento amoroso.
E [Cassandra] diceva sospirando [ai nipoti]: O se mai il cielo vi consentirà di ritornare dalla Grecia (d’Argo – metonimia) dove nutrirete (pascerete) i cavalli [sarete cioè schiavi] di Diomede (Tidide – figlio di Tideo) e del figlio di Laerte [Ulisse], invano cercherete la vostra patria! Le mura, opera di Apollo (Febo) [in realtà fu Laomedonte aiutato da Febo e Poseidone], fumeranno sotto le loro rovine (reliquie).
Ma le divinità tutelari (i Penati) di Troia avranno dimora in queste tombe; perché è un dono degli dei conservare (servar) la fama (altero nome) [anche] nelle sventure (miserie).
E voi palme e cipressi [simboli del valore e della morte] che le nuore di Priamo piantano, e [che] crescerete presto – ahi!- innaffiati di lacrime vedovili, proteggete i miei avi: e chi, pietoso (pio), asterrà la scure dalle fronde consacrate (devote) si addolorerà meno (men si dorrà) per la perdita di persone care (consanguinei lutti) e toccherà santamente l’altare. Proteggete i miei avi. Un giorno vedrete un cieco mendicante [Omero] aggirarsi sotto le vostre ombre antichissime, e penetrare nei loculi (avelli) a tentoni (brancolando), e abbracciare le urne, e interrogarle. Le cavità nascoste gemeranno, e tutte le tombe narreranno (personificazione) di Troia (Ilio), distrutta (raso) due volte [da Ercole e dalle Amazzoni] e due risorta splendidamente sulle vie silenziose (su le mute vie – cioè sulla vita spenta dalla distruzione precedente) per rendere più bella la vittoria finale (ultimo trofeo) ai figli di Peleo [Achille e Pirro, cioè i greci] (Pelidi) mandati dal fato (fatati). Il poeta [Omero] (sacro vate), consolando con il suo canto  quelle anime (alme) afflitte [i troiani], renderà eterna in tutto il mondo (per quante abbraccia terre il gran padre Oceano – Oceano è il fiume che secondo i greci scorreva ai margini dei continenti) la memoria dei principi Achei (prenci argivi) vittoriosi.
E anche tu Ettore, avrai l’onore del pianto ovunque (ove) sarà santo e degno di lacrime (lagrimato) il sangue versato per la patria [dovunque vi sarà civiltà], e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane [finché durerà l’uomo].

 

 

 

PARAFRASI

Siano rispettati i diritti dei Mani” massima di Cicerone. I Manes sono le anime dei defunti.

Il carme inizia con una domanda retorica: la tomba può offrire conforto al sepolto? La morte (sonno della morte) è forse meno dolorosa (men duro)  all’ombra dei cipressi e dentro le tombe (urne) consolate dal pianto [dei vivi]? Quando (ove) il sole avrà smesso per me di fecondare il creato (questa bella d’erbe famiglia e d’animali – iperbato), quando l’avvenire attraente per le vagheggiate promesse avrà perso ogni seduzione (vaghe…future), né udirò più te, Pindemonte (dolce amico), [recitare] i tuoi versi (il verso) e l’armonia malinconica che li ispira (lo governa), né più nel cuore sentirò l’ispirazione (spirto) delle Muse e dell’amore, unica consolazione della mia vita errabonda (mia vita raminga – perché esule),  quale consolazione sarà per la vita finita (qual…perduti) una lapide (sasso – pietra sepolcrale) che distingua i miei resti dagli infiniti altri (le mie dalle infinite ossa) che la morte sparge (semina) in terra e in mare?
È proprio vero Pindemonte ! anche la speranza, ultima dea (così era definita dai latini, l’ultima ad abbandonare l’uomo), fugge le tombe (si dilegua cioè l’ultima illusione di immortalità affidata appunto al sepolcro): la dimenticanza circonda (involve) tutte le cose nella sua tenebra (notte); e una forza attiva le trasforma (le affatica) incessantemente di movimento in movimento; e il tempo tramuta (traveste) sia l’uomo sia le sue tombe sia le ultime tracce (sembianze) sia ciò che resta (reliquie) della terra e del cielo.
Ma perché l’uomo dovrebbe privarsi (invidierà – da invidere latinismo) prima del tempo dell’illusione che [una volta] morto (spento) lo trattiene [gli fa credere di fermarsi] ancora sulle soglie dell’oltretomba (limitar di Dite) ?
Egli [l’uomo da morto] non vive forse anche sotto terra, quando gli sarà [divenuta] impercettibile (muta) l’attrattiva della vita (l’armonia del giorno, cioè la vita perduta), se può risvegliarla (destarla) nella mente dei suoi [cari] attraverso il culto della memoria (soavi cure: la cura delle tombe) ? Questa corrispondenza di sentimenti (sensi – lat.) amorosi è divina (celeste), è una dote divina negli uomini; e grazie a lei (per lei) si vive con l’amico morto e il morto [vive] con noi, se la sacra terra (se pia la terra) che lo ha accolto neonato e lo ha nutrito, porgendo l’ultimo asilo nel suo grembo materno, renda inviolabili (sacre) le sue spoglie dalle intemperie (dagli insulti delle nuvole – insultar de’ nembi) e dal piede profanatore degli uomini, e un sasso [la pietra sepolcrale] conservi il nome, e un albero (arbore – latinamente al femminile) amico profumato di fiori consoli le ceneri con la sua dolce ombra.
Solamente chi non lascia eredità di affetti [chi muore senza legami affettivi] ha poca gioia nella tomba; e se solo guarda (mira) oltre la [propria] sepoltura (in un mondo ultraterreno), vede la propria anima (spirto) vagabondare (errar) in mezzo al dolore (compianto) dei luoghi infernali (templi acherontei – si riferisce agli Acherousia Templa di Lucrezio), o rifugiarsi sotto le grandi ali del perdono di Dio: ma lascia le sue ceneri (sua polve) alle ortiche di una terra (gleba) deserta dove non prega [nessuna] donna innamorata, né [alcun] passante solitario ode il sospiro che la natura manda a noi dalla tomba.
Tuttavia (pur) una nuova legge [l’editto di Saint-Cloud] oggi impone che le tombe siano fuori dagli sguardi pietosi [fuori dai centri abitati], e toglie (contende) la fama (il nome) ai morti. E giace senza tomba il tuo sacerdote (si riferisce a Parini che non ebbe una tomba), o Talia (musa della poesia satirica), che poetando per te coltivò (educò – lat.) con lungo amore un lauro (l’alloro pianta sacra alle Muse) nella sua povera casa (povero tetto – allude alle modeste condizioni di Parini), e ti consacrò molte opere (t’appendea corone – metafora); e tu (Musa) abbellivi del tuo sorriso le sue poesie che criticavano (pungean) i viziosi aristocratici lombardi (Sardanapalo leggendario Re d’Assiria ricco e dissoluto è assunto per antonomasia a rappresentare la grassa nobiltà lombarda – lombardo Sardanapalo indica il “giovin Signore” protagonista del Giorno pariniano – vv.57/58 iperbato), a cui è gradito solo il muggito dei buoi che dalle rive dirupate dell’Adda (antri abdüani) e del Ticino gli consentono (lo fan) un’esistenza pingue e oziosa. Dove sei tu? O bella Musa fra queste piante (i giardini di Porta Venezia a Milano) dove io siedo e ricordo con desiderio la mia casa materna non sento profumare (spirar) l’ambrosia (il profumo d’ambrosia indica la presenza della Musa), indizio della tua divinità. Eppure tu venivi e gli sorridevi [Parini] sotto quel tiglio che ora con fronde tristi va fremendo, o Dea, perché non copre la tomba del vecchio [Parini] al quale in passato era generoso (cortese) dispensatore di pace e di ombra.
Forse tu [Musa] cerchi vagando (vagolando) fra le tombe umili (plebei tumuli) dove dorma [dove sia sepolta] la sacra testa del tuo Parini? La città [Milano], immorale (lasciva), amante (allettatrice) di cantanti castrati (oggetto di critica nell’ode pariniana La musica), non pose in suo onore alberi (non ombre pose – metonimia: ombre vale per piante) tra le sue mura, né lapidi (pietra), né iscrizioni (parola); e forse il ladro che scontò sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata (l’ossa…delitti). [Tu Musa], senti raspare fra le macerie e le sterpi (bronchi) la cagna randagia che va errando (ramingando) sulle fosse e ululando per la fame; e l’upupa uscire dal teschio, dove fuggiva la notte (luna), e svolazzare intorno alle croci sparse per il camposanto e [senti] l’uccello immondo (la Bibbia la cataloga tra gli “uccelli immondi”) rimproverare con il [suo] verso funebre (luttuoso singulto) i raggi pietosi che le stelle donano alle sepolture dimenticate [e quindi senza lumi]. O Dea, preghi inutilmente [che] sul tuo poeta [Parini] [cadano] rugiade dalla notte tetra (squallida). Ahi! Sui morti non sorge [nessun] fiore, quando (ove) non sia onorato da lodi umane e da pianto affettuoso.
Dal giorno in cui nozze, leggi (tribunali) e religione (are) [cioè la civiltà] fecero sì che gli uomini primitivi (umane belve) divenissero pietose verso se stesse e verso gli altri, i vivi sottraevano all’aggressione degli agenti atmosferici (etere maligno) e  delle belve (fere) i miseri resti [i corpi dei morti] che la natura con continue metamorfosi (veci eterne) destina ad altre forme (sensi altri).
Le tombe erano testimonianza delle glorie (fasti), e altari (are) per i figli; e da esse uscivano i responsi delle anime dei defunti (domestici Lari) [i trapassati diventavano divinità tutelari della casa ed elargivano ammonimenti e presagi] , e il giuramento sulle tombe degli avi fu considerato sacro: culto (religion) che le virtù civili e la pietà per i congiunti (pietà congiunta – ipallage) tramandarono (tradussero – lat.) per lungo tempo (lungo ordine d’anni).
Non sempre le lapidi sepolcrali fecero da pavimento alle chiese (templi); né il puzzo (lezzo) dei cadaveri mescolato (avvolto) agli incensi contaminò i fedeli (supplicanti); né le città furono rattristate (meste) da scheletri disegnati: le madri si svegliano nel sonno terrorizzate (balzan ne’ sonni esterrefatte), e protendendo le nude braccia sulla testa amata del loro caro lattante così che non lo svegli il gemere prolungato della persona morta che chiede dal Santuario agli eredi le messe a pagamento (venal prece – messe di suffragio per abbreviare la sua permanenza in purgatorio). Ma (ma segna un cambio di tono e dalla concitazione dei versi precedenti si passa alla serenità e calma dei versi che seguono) cipressi e cedri [alberi che si facevano crescere anticamente vicino alle tombe], riempiendo l’aria (i zefiri) di profumi (puri effluvi), stendevano sulle tombe il verde perenne [delle loro fronde] per eterna memoria, e vasi preziosi raccoglievano le lacrime offerte in voto.
Gli amici [del defunto] rapivano una scintilla al sole [accendevano una lampada] per illuminare il sepolcro (sotterranea notte), perché gli occhi dell’uomo morendo cercano il sole; e tutti i petti [dei moribondi] rivolgono l’ultimo sospiro alla luce fuggente (iperbato).
Versando acque purificatrici (lustrali), le fontane facevano crescere (educavano) amaranti [piante con foglie color rosso porpora, simbolo di immortalità] e viole sul tumulo mortuario; e chi sedeva [sulle tombe] a versare latte [versare in segno di offerta] e a raccontare le sue pene ai cari estinti sentiva intorno un profumo (fragranza – non dei fiori ma degli unguenti funebri) come dell’aria dei beati Elisi [secondo i greci e i latini l’Eliso era la dimora degli spiriti eroici, situato nell’estremo occidente].
Follia benefica (pietosa insania) che rende care alle giovani inglesi (britanne vergini – lat.) i giardini (orti – lat.)  dei cimiteri (avelli) attorno alle città, dove le conduce l’amore della madre morta, dove pregarono i Geni (i Numi tutelari della Patria) di concedere il ritorno al valoroso (prode: Horatio Nelson) che troncò l’albero maestro della nave vinta (trionfata nave: il vascello francese Orient sconfitto ad Abukir) e con quel legno si fece preparare la bara.
Ma dove il desiderio (furor) di imprese gloriose (inclite gesta) è spento (dorme) e la ricchezza e la paura [di un despota] dominano la vita civile, cippi e monumenti di marmo appaiono vana ostentazione e funeste (inaugurate) immagini dell’oltretomba (Orco è uno dei nomi dell’oltretomba pagano).
Il popolo intellettuale e quello ricco e quello nobile [riferimento ai 3 collegi elettorali istituiti da Napoleone], ornamento e guida [detto ironicamente] per il bel regno italico, ha già la sua tomba da vivo nelle regge dove sempre risuona l’adulazione, e [come] unica lode [ha] gli stemmi [nobiliari]. A noi la morte prepari (apparecchi) una dimora serena (riposato albergo) dove un giorno la sorte cessi di perseguitarmi (dalle vendette) e gli amici (armistà = amicizia) raccolgano in eredità non ricchezze (di tesori eredità), ma caldi affetti (sensi) e l’esempio di una poesia ispiratrice di libertà (liberal carme l’esempio).
Le tombe (urne) dei grandi uomini (forti) spingono a nobili imprese gli animi, o Pindemonte e rendono al forestiero (peregrin) bella e santa la terra che le accoglie (le ricetta). Io quando vidi il monumento [la chiesa di S.Croce a Firenze] dove riposa il corpo di quel grande [Machiavelli] che, insegnando ai principi l’arte del governo (temprando lo scettro  a’ regnatori), lo spoglia (ne sfronda) [invece di ogni] gloria (gli allor), e svela alle genti di quante iniquità e violenze (lagrime – sangue) grondi [il potere]; e la tomba (arca) di colui [Michelangelo] che in Roma innalzò agli dei (Celesti) un nuovo (nuovo perché cristiano) Olimpo [la cupola di San Pietro]; e la tomba di colui che [Galileo] vide ruotare vari pianeti (più mondi) sotto la volta celeste (l’etereo padiglion), e il sole illuminarli [stando] immobile (immoto – riferimento al sistema eliocentrico), così che aprì per primo la conoscenza del cielo (le vie delfirmamento) all’inglese [Newton] (Anglo) che tanto ingegno vi applicò (tanta ala vi stese – metafora) – esclamai “beata te” [Firenze], per l’aria felice piena di vita, per le acque che gli affluenti (lavacri) dell’Arno fa scorrere verso di te dalle sue montagne (Apennino)! [celebra Firenze perché terra di incontro di doni della natura e doni dell’ingegno]
La luna, più luminosa per la purezza dell’aria (lieta dell’aer tuo), ricopre di luce limpidissima i tuoi colli, festanti per la vendemmia; e le valli circostanti popolate di case e di oliveti, mandano verso il cielo mille profumi di fiori (mille di fiori al ciel mandano incensi – iperbato): Tu Firenze, inoltre, hai udito per prima il carme [la divina commedia] che attenuà (allegrò) l’ira al ghibellino esule [Dante; che in realtà era guelfo], e tu hai dato i genitori (cari parenti – lat.) e la lingua [a Petrarca],  (l’idioma…Calliope labbro: come se la Musa parlasse per lui), che velando di un velo candidissimo l’amore, [che era] nudo in Grecia e nudo in Roma, [lo] pose in grembo alla Venere celeste; ma [sei ancora] più beata [perchè] raccolte in un’unica chiesa (tempio – Santa Croce) conservi le glorie italiane, forse le uniche da quando le Alpi indifese (mal vietate – lat.) e l’onnipotenza delle alterne sorti umane ti sottrassero (invadeano) le armi e le ricchezze (sostanze),  l’identità religiosa (are) e politica (patria) e, tranne la memoria [della passata grandezza], tutto. Qualunque speranza di riscatto ci sarà tra valorosi e poi nell’Italia tutta dovrà muovere di qui (quindi – cioè dalle tombe di Santa Croce). E spesso Vittorio [Alfieri] venne ad ispirarsi presso questi marmi Irato con gli Dei protettori (patrii Numi) della patria [per averla abbandonata], vagava silenzioso dove l’Arno è più deserto, osservando desideroso i campi e il cielo; e poiché nessun incontro (vivente aspetto) gli leniva (molcea) l’affanno (la cura), [egli], severo, si fermava qui; e sul volto aveva il pallore della morte e la speranza.
[Alfieri] è sepolto (abita) in eterno con questi grandi [perché è sepolto a Santa Croce nella tomba scolpita da Canova]: e le ossa emanano amore di patria. Ah si! Un Nume (personificazione dell’amore di Patria) parla di quella pace sacra (religiosa) e ispirò il valore e l’ira dei greci contro i persiani a Maratona, dove Atene consacrò le tombe ai suoi caduti. Il navigatore che navigò a vela quel mare [l’Egeo] sotto [l’isola] Eubea [detta anche Negroponte, sta di fronte a Maratona], vedeva nella vastità buia balenare scintille di elmi e di spade che si scontrano (cozzanti brandi), [vedeva] i roghi [le pire – per bruciare i cadaveri] fumare vapore di fuoco (igneo vapor), [vedeva] fantasmi (larve) di guerrieri scintillanti (corrusche) di armi di ferro cercare lo scontro (cercar la pugna); e nell’orrore dei silenzi notturni si spargeva nei campi un lungo frastuono (lungo…tumulto – iperbato) di eserciti e un suono di trombe (tube) e un [rumore prodotto dall’] incalzare di cavalli che corrono scalpitando sugli elmi dei moribondi, e pianto, ed inni, e il canto della Parche.
O Ippolito, felice te, che in gioventù (a’ tuoi verdi anni) percorrevi l’ampio regno dei venti! [fa riferimento al viaggio di Pindemonte a Malta e in Grecia]
E se il pilota (piloto) guidò la nave (drizzò l’antenna) oltre le isole Egèe, certo udisti le coste dell’Ellesponto [stretto dei Dardanelli] [ri]suonare di antichi fatti, e [udisti] la corrente rimbombare portando le armi di Achille alle coste del Capo Reteo sopra le ossa di Aiace: la morte è giusta dispensatrice di gloria verso i valorosi; né l’astuta intelligenza, né il favore dei re (Agamennone e Menelao) conservavano a Ulisse (Itaco) le difficili spoglie [le armi di Achille] (spoglie ardue perché di faticosa conquista), poiché l’onda incitata dagli dei dell’oltretomba (inferno Dei) le ritolse alla nave errabonda (poppa raminga, cioè alla nave di Ulisse destinata a lunghe peregrinazioni).
E le Muse, animatrici del pensiero umano (del mortale pensiero animatrici), chiamano me ad evocare gli eroi [greci], me che i tempi [malvagi] e il desiderio di onore fanno andare esule fra popolazioni diverse (diversa gente).
Le Muse (le Pimplèe – così dette dal Monte Pimpla ad esse sacro) siedono custodi dei sepolcri, e quando il tempo con le sue fredde ali vi distrugge perfino le rovine (vi spazza fin le rovine), allietano i deserti con il loro canto, e l’armonia supera il silenzio di mille secoli.
E oggi nella Troade [la regione dove sorgeva Troia] desertica (inseminata – lerreralmente “sterile”) splende eternamente [davanti] ai viaggiatori un luogo eterno [il sepolcro dell’Ilo antico Dardanide] grazie alla ninfa (per la ninfa [Elettra]) di cui Giove fu sposo e [che] diede a Giove il figlio Dàrdano [fondatore do Troia], da cui derivano (onde fur) Troia e Assàraco e i cinquanta letti nunziali (talami) [dei cinquanta figli sposati di Priamo] e il regno della popolazione discendente da Iulo [i Romani] (il regno della giulia gente).
Eterno per il fatto che (Però che – va riferito a eterno: spiega il motivo dell’eternità dei vv.235-236) quando Elettra udì la Parca [Atropo – che taglia il filo della vita] che la chiamava dalle vitali brezze (aure) del giorno [dalla vita] alle danze dell’Eliso [nell’oltretomba], rivolse a Giove l’ultima preghiera (voto supremo): E se – diceva – a te furono cari i miei capelli e il [mio] viso e le dolci notti (vigilie), e la volontà del destino non mi concede (assente) premio [sottinteso: del mio amore] migliore [della morte], almeno proteggi (guarda) dal cielo l’amante morta [la sua tomba], così che resti memoria della tua Elettra.
Così pregando moriva. E Giove (l’Olimpio cioè abitatore dell’Olimpo) piangeva di ciò; e assentendo col capo immortale (l’immortal…accennando) faceva piovere dai capelli ambrosia sulla ninfa, e fece sacri quel corpo e la sua tomba.
Qui ebbe sepoltura (posò) Erittonio [figlio di Dardano ed Elettra], e riposano i resti del giusto Ilo [fratello di Assaraco e pronipote di Erittonio, da Omero detto giusto]; qui le donne troiane scioglievano i capelli inutilmente – ahi! – scongiurando di allontanare (deprecando) l’imminente destino [la morte] dai loro mariti; qui venne Cassandra [figlia di Priamo condannata da Apollo a predire il futuro senza essere creduta], quando Apollo (il Nume) [entratole] in petto le faceva predire la fine (il dì mortale) di Troia; e cantò ai morti (all’ombre) un canto (carme) d’amore e [vi] guidava i nipoti, e l’insegnava (apprendeva)  ai giovanetti il lamento amoroso.
E [Cassandra] diceva sospirando [ai nipoti]: O se mai il cielo vi consentirà di ritornare dalla Grecia (d’Argo – metonimia) dove nutrirete (pascerete) i cavalli [sarete cioè schiavi] di Diomede (Tidide – figlio di Tideo) e del figlio di Laerte [Ulisse], invano cercherete la vostra patria! Le mura, opera di Apollo (Febo) [in realtà fu Laomedonte aiutato da Febo e Poseidone], fumeranno sotto le loro rovine (reliquie).
Ma le divinità tutelari (i Penati) di Troia avranno dimora in queste tombe; perché è un dono degli dei conservare (servar) la fama (altero nome) [anche] nelle sventure (miserie).
E voi palme e cipressi [simboli del valore e della morte] che le nuore di Priamo piantano, e [che] crescerete presto – ahi!- innaffiati di lacrime vedovili, proteggete i miei avi: e chi, pietoso (pio), asterrà la scure dalle fronde consacrate (devote) si addolorerà meno (men si dorrà) per la perdita di persone care (consanguinei lutti) e toccherà santamente l’altare. Proteggete i miei avi. Un giorno vedrete un cieco mendicante [Omero] aggirarsi sotto le vostre ombre antichissime, e penetrare nei loculi (avelli) a tentoni (brancolando), e abbracciare le urne, e interrogarle. Le cavità nascoste gemeranno, e tutte le tombe narreranno (personificazione) di Troia (Ilio), distrutta (raso) due volte [da Ercole e dalle Amazzoni] e due risorta splendidamente sulle vie silenziose (su le mute vie – cioè sulla vita spenta dalla distruzione precedente) per rendere più bella la vittoria finale (ultimo trofeo) ai figli di Peleo [Achille e Pirro, cioè i greci] (Pelidi) mandati dal fato (fatati). Il poeta [Omero] (sacro vate), consolando con il suo canto  quelle anime (alme) afflitte [i troiani], renderà eterna in tutto il mondo (per quante abbraccia terre il gran padre Oceano – Oceano è il fiume che secondo i greci scorreva ai margini dei continenti) la memoria dei principi Achei (prenci argivi) vittoriosi.
E anche tu Ettore, avrai l’onore del pianto ovunque (ove) sarà santo e degno di lacrime (lagrimato) il sangue versato per la patria [dovunque vi sarà civiltà], e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane [finché durerà l’uomo].