CSS font-size: em contro pixel contro punti contro percentuali

(giovedì 23 giugno)

CSS font-size: em contro pixel contro punti contro percentuali

Di seguito la traduzione dell’articolo “CSS Font-Size: em vs. px vs. pt vs. percent” di Kail Schaeffer del 30 Settembre 2008. E’ un pò vecchiotto come articolo, ma posso assicurarti che sono argomenti ancora oggi molto attuali e sentiti dai designer. L’autore inoltre nel 2011 inserisce un aggiornamento. I molti commenti (257) lo hanno spinto a scrivere un piccolo aggiornamento di stato basandosi sul confronto che ha avuto con i propri utenti.

Qual’è l’unita di misura migliore?

Uno degli aspetti più confusi dello styling CSS è l’applicazione della proprietà font-size per il cambio di dimensioni di un testo. In CSS, vi vengono date quattro diverse unità con le quali potete misurare la dimensione del testo così come viene visualizzato nel browser. Quale di queste quattro unità è la più adatta per il web? E’ una domanda che ha dato origine a una gran varietà di dibattiti e critiche. Trovare una risposta definitiva può essere complicato, soprattutto perché è difficile rispondere alla domanda stessa.

Conosciamo le unità

  1. Ems(em): è un’unità scalabile che viene utilizzata nei documenti sul web. 1em equivale al font-size corrente, ad esempio, se il font-size del documento è 12pt, 1em equivale a 12pt. Gli em sono scalabili per loro natura, quindi 2em equivarrebbero a 24pt, 0,5em equivarrebbero a 6pt, etc. Gli ems stanno diventando sempre più popolari nei documenti web a causa della loro “scalabilità” e il loro essere compatibili con i dispositivi mobile.
  2. Pixels(px): i pixel sono unità a misura fissa che vengono usati nei media di tipo screen (ad esempio possono essere letti sugli schermi dei computer). Un pixel equivale a un punto (dot) sullo schermo del computer (cioè la più piccola frazione della risoluzione del tuo schermo). Molti web designer usano i pixel nei documenti web per rappresentare perfettamente il loro sito così come viene reso sul browser. Uno dei problemi che ha il pixel è che non aumenta di dimensione per lettori con vista ridotta e non diminuisce di dimensione per adattarsi ai dispositivi mobile.
  3. Punti(pt): i punti sono tradizionalmente usati nei media di tipo print (tutto ciò che deve essere stampato su carta, ecc). Un punto corrisponde a 1/72 di un pollice. I punti sono molto simili ai pixel, infatti sono unità a misura fissa e non possono cambiare misura in scala.
  4. Percentuale(%): l’unità percentuale è simile all’unità “em”, ad eccezione di alcune differenze fondamentali. Principalmente, l’attuale font-size equivale a 100% (ad es. 12pt = 100%). Così, usando l’unità percentuale, il vostro testo rimane totalmente scalabile per i dispositivi mobili e per l’accessibilità.

Quindi qual’è la differenza?

E’ semplice comprendere la differenza tra le unità font-size quando le vedete in azione. Generalmente, 1em = 12pt = 16px = 100%. Se provate ad usare ognuno di questi font-size, vediamo cosa succede se aumentate il font-size di base (usando il body CSS selector ) da 100% a 120%.

font-size-1

Come potete vedere, sia l’unità em che la percentuale si ingrandiscono quando aumenta il font-size di base, ma i pixels e i punti no. Può essere semplice impostare una dimensione assoluta per il vostro testo, ma è molto più semplice per i vostri visitatori usare un testo scalabile che può essere essere visto su ogni dispositivo o computer. Per questo motivo, l’unità em e percentuale sono preferite per documenti di testo sul web.

EM contro PERCENT

Abbiamo deciso che punti e pixel non sono necessariamente i più adatti per i documenti web, e quindi ci rimangono em e percentuali. In teoria, le unità em e percentuali sono identiche, ma a livello di applicazione, hanno in realtà alcune piccole differenze che sono importanti da tenere in considerazione.

Nell’esempio sopra, abbiamo usato l’unità percentuale come nostro font-size di base (sul tag body). Se cambiate il vostro font-size di base da percentuale a ems (ad esempio: body { font-size: 1em; }), probabilmente non noterete alcuna differenza. Vediamo cosa succede se “1em” è il font-size del body, e se l’utente cambia le impostazioni di dimensione del testo del browser (cio è disponibile in alcuni browsers, ad esempio Internet Explorer).

font-size-2

Quando la dimensione del testo del browser è impostata su “media”, non c’è nessuna differenza tra ems e percentuale. Quando le impostazioni vengono modificate, tuttavia, la differenza è abbastanza rilevante. Con impostazioni di testo “più piccole”, gli ems sono molto più piccoli della percentuale, mentre nelle impostazioni di testo “più grandi”, è praticamente l’opposto, con gli ems che appaiono molto più larghi delle percentuali. Nonostante qualcuno possa sostenere che le unità em si stanno ridimensionando come dovrebbero, nell’applicazione pratica, i testi em si ridimensionano troppo repentinamente, il testo troppo piccolo diventa difficilmente leggibile su alcuni apparecchi.

Il verdetto

In teoria, l’unità em è il nuovo standard per le dimensioni del carattere sul web, ma in pratica, l’unità in percentuale sembra fornire una visualizzazione più coerente e accessibile per gli utenti. Quando le impostazioni dell’utente cambiano, i testi in percentuale si ridimensionano in modo ragionevole, permettendo ai designer di conservare la leggibilità, l’accessibilità e il visual design.

Il vincitore: percentuale(%)

Aggiornamento (Gennaio 2011)

Sono passati alcuni anni da quando ho scritto questo post, e vorrei riassumere le discussioni e i dibattiti che hanno avuto luogo in questo periodo. Generalmente, quando creo un nuovo design, uso le percentuali sull’elemento body (body{font-size:62.5%;}) e successivamente uso l’unità em per definire il resto. Finchè il body è impostato usando l’unità in percentuale, potete scegliere di usare questa o ems su qualsiasi altra regola e selettore CSS e conservare ancora i benefici di usare le percentuali come vostro font-size di base. Durante gli ultimi anni, ciò è diventato lo standard nel design.

I pixel ora sono considerati unità font-size accettabili (gli utenti possono usare lo zoom del browser per leggere testi più piccoli), nonostante stiano iniziando a creare qualche problema come risultato di dispositivi mobili con schermi ad alta densità (alcuni dispositivi Android e iPhone hanno da 200 a 300 pixel per pollice, rendendo i tuoi font da 11 e 12 pixel veramente difficili da leggere!).
Quindi, continuerò ad usare le percentuali come font-size di base nei documenti sul web. Come sempre, discussioni e dibattiti sono ben accetti e stimolanti; grazie per tutti i commenti degli ultimi due anni!

(tratto da www.lsboratoriocss.it, agosto 2013)

Perché Salvatore Aranzulla è stato cancellato da Wikipedia

(sabato 11 giugno)

È statisticamente impossibile non aver mai incontrato il nome di Salvatore Aranzulla navigando nell’infosfera italiana di internet, e la sua risonanza nell’immaginario collettivo è tale da rendere assurda la necessità di dover spiegare chi sia. Ciononostante, Salvatore Aranzulla non ha più una pagina su Wikipedia Italia, e capire il perché è stato davvero difficile.

Partiamo dall’inizio: Salvatore Aranzulla è un divulgatore informatico italiano e sul suo blog, circa da quando ho memoria, si occupa di rispondere alle domande più comuni relative al mondo dell’informatica. Per esempio, mentre sto scrivendo questo post, la homepage del suo blog ospita alcuni ABC piuttosto classici: “Come funziona Snapchat”, “Come trasferire musica da PC a iPhone” oppure “Come formattare un Mac”. Secondo Alexa, aranzulla.it è al momento il 68esimo sito più visitato in Italia—Secondo la sezione informazioni del blog, “Aranzulla.it è uno dei 30 più visitati d’Italia”—e Il Giornale, a inizio 2015, gli ha dedicato una lunga intervista titolata “Fatturo 1 milione di euro offrendo consigli sul Web”.

È nel corso di 8 anni di lavoro, prima per Virgilio e poi come affiliato de Il Messaggero, che Salvatore Aranzulla ha costruito un impero basato su pratiche di search engine optimization (SEO) sfruttate allo stato dell’arte, risposte alle domande più ricercate dagli utenti italiani di internet e un personaggio piacevolmente conforme all’idea del “tuo amichevole nerd di quartiere”. Il 23 maggio scorso, però, Salvatore tuona sulla sua pagina Facebook da oltre 330.000 ‘mi piace’, “Amici cari, vi dico solo che concorrenti di bassa lega e rosiconi stanno proponendo l’eliminazione della mia voce da Wikipedia.”

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fsalvoaranzulla%2Fposts%2F10154200214403680&width=500

La pagina

In breve: qualcuno vuole cancellare Salvatore Aranzulla da Wikipedia Italia—E ci è riuscito, visto che da qualche giorno il lunghissimo dibattito ospitato sulla piattaforma ha lasciato il posto alla cancellazione definitiva della pagina, per anni protagonista di discussioni in merito.

Alcuni contributor ritengono che la figura di Salvatore Aranzulla non risponda ai criteri di enciclopedicità necessari per poter apparire su Wikipedia, ed è per questo che nel corso del tempo hanno avviato una procedura di cancellazione in linea con le indicazioni guida fornite da Wikipedia. L’accusa è quella di non essere un ‘divulgatore’, vista la totale semplicità degli argomenti trattati e il dibattito si è infine diviso “tra quantitativisti (leggi conservazionisti) e qualitativisti (leggi cancellazionisti),” come afferma un utente che ha partecipato nel dibattito. Insomma, c’è chi vuole Salvatore Aranzulla su Wikipedia per la quantità di informazioni che ha prodotto, e chi non lo vuole per la qualità delle stesse.

Ora: la questione sembra banale—e lo è; d’altronde dubito che Salvatore Aranzulla abbia davvero bisogno di una pagina Wikipedia dedicata a lui, se non come forma di riconoscimento personale—ed è proprio la sua intrinseca futilità a rivelarne l’importanza sotto forma di ‘cartina al tornasole’ dello stato di Wikipedia. Da ormai diversi anni, infatti, l’ecosistema di Wikipedia sta cominciando a soffrire delle problematiche tipiche di qualunque progetto inaugurato per il bene comune e ingigantitosi a tal punto da dover fare i conti con realtà politiche e finanziarie che con il ‘bene comune’ hanno poco a che fare.

La burocrazia wikipediana

Uno studio del 2015 pubblicato sul journal Future Internet, evidenzia come nel corso del tempo le norme sociali che hanno regolato l’amministrazione di Wikipedia si siano avvicinate sempre di più a quelle di una burocrazia aziendale. Le regole e le linee guida, la maggior parte delle quali sono state stabilite prima del 2004, nei primi anni di vita dell’enciclopedia, sono rimaste immutate nel tempo, e il comitato interno per la regolazione delle dispute tra gli editor ha visto stilate le proprie linee guida nel 2003. Nel frattempo, Wikipedia ha aumentato a dismisura le sue dimensioni—Simon DeDeo, co-autore dello studio, aveva riassunto il tutto a Gizmodo così: “Cosa succede quando una piccola fantasia libertaria a la Thomas Jefferson deve crescere?”

La disputa sulla pagina Wikipedia di Salvatore Aranzulla è un ottimo termometro di questo fenomeno: il lungo (lunghissimo) dibattito scaturito prende in esame fattori che non sono normalmente misurabili con dei ‘criteri di enciclopedicità’, “La pagina di Salvatore Aranzulla deve esistere? E se invece ne facessimo una per il suo blog? Ma il suo blog ha lo stesso nome del suo autore… Sappiamo che il blog è molto visitato, ma se fosse un caso e in realtà nessuno lo conoscesse?” Sono interrogativi tutt’altro che banali, e che contribuiscono a mandare avanti il progetto in senso pro-attivo—Si scontrano però, inevitabilmente, con una serie di regole concepite in un’era in cui la condivisione delle informazioni e gli equilibri di potere a cui Wikipedia era sottoposta erano profondamente diversi e con una continua e crescente stratificazione burocratica nel processo di amministrazione dell’enciclopedia. Per cercare di capire qualcosa di più ho parlato con Salvatore Aranzulla e Andrea Lazzarotto, conosciuto su Wikipedia come ‘TheLazza’—Uno dei contributor più coinvolti nel dibattito.

“La decisione era già stata presa”

Salvatore mi ha prima di tutto confermato che si tratta di una questione di principio che poco ha a che fare con un’effettiva necessità, “La presenza su Wikipedia era ed è stata da me vista come un riconoscimento personale della mia attività lavorativa: essere o non essere presente su Wikipedia non impatta minimamente sul mio lavoro, che consiste nell’attività di divulgatore informatico, realizzata tramite partecipazioni a programmi televisivi e radiofonici, partecipazioni a convegni e soprattutto tramite il mio portale Aranzulla.it,” mi spiega.

‘salvatore aranzulla’ su Google, dal 2004 a oggi. via Google Trends

L’intervento di Salvatore nella disputa è stato in un certo senso fortuito, “Sono venuto a conoscenza della disputa tramite alcuni messaggi privati di svariati lettori che mi hanno segnalato la cosiddetta ‘procedura di cancellazione’,” mi ha spiegato per email, “In maniera piuttosto ironica ne ho parlato sulla mia pagina Facebook ufficiale sottolineando che la mia permanenza su Wikipedia era legata alla volontà ultima di persone senza un volto, senza un nome e un cognome, nascoste dietro nomi utenti.”

Ciò che mi ha lasciato e continua a lasciarmi perplesso è l’assenza di una qualsivoglia ‘sentenza ufficiale’: che piaccia o meno, Salvatore Aranzulla è effettivamente uno dei divulgatori (o blogger) più noti in Italia, se non in termini qualitativi, sicuramente in termini quantitativi—Qual è l’iter da seguire su Wikipedia quando si verificano casi del genere? “Ho cercato di intervenire nella discussione su Wikipedia producendo materiali sulla mia attività, ma la situazione è solo degenerata,” mi spiega. “Ho lasciato così perdere la discussione e non ho contattato alcun editor di Wikipedia Italia perché la decisione di cancellare la mia pagina era già stata presa dai presenti: bisognava trovare solo qualche cavillo burocratico per giustificarla.”

Secondo Salvatore, quindi, la decisione è stata giustificata da un ‘cavillo burocratico’, che in questo caso sembra corrispondere ai critieri di enciclopedicità di Wikipedia, “Questi criteri sono usati e abusati a seconda degli umori e delle simpatie di chi sta portando avanti la discussione di cancellazione di una pagina Wikipedia,” afferma. “Continuo a sostenere l’idea che la decisione di cancellare la mia pagina ufficiale fosse già stata decisa.”

Il problema delle fonti

Uno dei principi fondamentali sfruttati da Wikipedia per portare avanti in maniera efficace i dibattiti sono le fonti. Si tratta di un vero e proprio punto cardine dellapolitica editoriale di Wikipedia ed è un metodo in un certo senso giornalistico, più che enciclopedico: le fonti sono necessarie alla sopravvivenza di una voce e possono mutare nel tempo—È un atteggiamento dinamico e che ha permesso di rendere Wikipedia il pozzo di informazioni iper-accellerato che è.

https://www.facebook.com/plugins/page.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fmotherboarditalia&tabs&width=500&height=214&small_header=false&adapt_container_width=true&hide_cover=false&show_facepile=true&appId=165428126875471

La velocità di espansione dell’enciclopedia si è però rapidamente scontrata con le sue norme, che ai tempi non erano state concepite per gestire tutte le casistiche possibili. È il caso dello scrittore americano Philip Roth, che nel settembre 2012 ha notato un errore nella voce di Wikipedia dedicata alla sua opera La macchia umana.

Si trattava di una sbavatura riguardante l’ispirazione dell’opera: la voce originale affermava che La macchia umana si ispirasse alla vita di Anatole Broyard (la fonte era una recensione del The New York Times datata 2000), ma secondo Philip Roth (che be’, è l’autore) si trattava di una falsità. Lo scrittore contatta quindi Wikipedia per chiedere la correzione della voce, ma la risposta è eloquente, “Capiamo bene che l’autore di un’opera sia tecnicamente la fonte più autorevole a riguardo, ma abbiamo comunque bisogno di una fonte secondaria.” Così, Philip Roth crea la fonte spiegando la vicendaal New Yorker, che di pubblicare la lettera aperta a Wikipedia dell’autore e generando così una ‘fonte secondaria’.

L’atteggiamento di Wikipedia è deontologicamente corretto, ma ha senso di esistere solamente in un sistema burocratico perfettamente rodato: cosa sarebbe successo se la richiesta di Philip Roth fosse rimasta incastrata nella rete degli editor di Wikipedia?

Le fonti di Salvatore Aranzulla

Secondo Salvatore, i contributor che hanno sfruttato il ‘cavillo burocratico’ per giustificare la cancellazione della sua pagina hanno volontariamente ignorato le fonti fornite da Salvatore stesso per confermarne l’autorevolezza, “Ho pubblicato svariati libri di informatica con editori di livello nazionale, quali Mondadori Informatica (Sperling & Kupfer) ed Edizioni FAG. Puntualmente ognuno dei libri pubblicati è stato un best seller in ambito informatico con più di 15.000 copie vendute. Uno dei miei libri è stato anche allegato alla rivista Focus,” mi spiega. “Le pubblicazioni che ho fatto sono state ignorate perché non ritenute di “livello”: sfido chiunque a riuscire a pubblicare con un editore nazionale e a realizzare i numeri che ho realizzato io in termini di vendite nel segmento informatico.”

Le prime battute del dibattito riguardo l’ultima procedura di cancellazione.

Salvatore mi ha quindi fornito un lungo elenco di ‘fonti secondarie’ che per motivi di spazio non includo direttamente qui, ma a questo indirizzo ho caricato uno screenshot dell’email di Salvatore. “Le contestazioni sono state le seguenti:—mi spiega Salvatore approfondendo i contraddittori esposti dai contributor durante il dibattito—È un fenomeno temporaneo (parliamo di 14 anni di pubblicazioni con oltre 6500 articoli pubblicati ad oggi), i dati sono gonfiati e quindi non affidabili—in Italia esiste un organismo nazionale di rilevazione dei dati chiamato Audiweb: con una iscrizione gratuita, è possibile accedere ai dati certificati nazionali. Nessuno dei presenti ha voluto considerare tali dati.”

Infine il dibattito ha superato il tempo massimo stabilito dalle linee guida di Wikipedia e la pagina è stata definitivamente cancellata per la presenza di un generale consenso favorevole alla cancellazione—C’è un ‘piano B’? “Non intendo far nulla,” mi spiega. “La decisione di chiudere la mia pagina Wikipedia è stata affidata a persone di cui non si conosce l’identità e di cui non si conosce la professionalità: conducendo alcune ricerche, alcuni miei collaboratori sono anche venuti a conoscenza che alcuni dei partecipanti erano di parte, producendo attività editoriali concorrenti alle mie,” continua.

“La discussione sulla cancellazione è stata riempita di offese e valutazioni senza alcun fondamento, al limite del ridicolo e della logica. Chiunque esprimesse un parere al mantenimento della mia voce è stato messo a tacere: lo stesso è accaduto nei confronti di utenti di rilievo della comunità di Wikipedia che si sono espressi a mio favore e che sono stati prontamente azzittiti,” continua illustrandomi il tono del dibattito. “Non è stata poi effettuata alcuna votazione sul mantenimento della mia voce, ma è stata decisa arbitrariamente di cancellarla, nonostante la presenza di pareri favorevoli,”—In realtà, al concludersi del tempo massimo del dibattito, la maggior parte dei giudizi espressi nella discussione vertevano per la cancellazione della pagina, che è stata cancellata, infine, proprio per la presenza di un consenso generale tra gli utenti coinvolti.

“Quello che in fin dei conti a me interessano sono i risultati personali e professionali: una stretta di mano da parte dei miei lettori che quotidianamente mi fermano per strada e mi ringraziano per il lavoro che faccio vale più di qualsiasi altra cosa,” conclude Salvatore.

Le ragioni degli utenti di Wikipedia

Il dibattito ha visto coinvolti numerosi utenti della comunità italiana di Wikipedia, tra contributor di spicco e utenti di passaggio—Tra le tante voci, una delle più presenti e schierate per la cancellazione è stata quella dell’utente TheLazza, contributor di Wikipedia e informatico: all’anagrafe Andrea Lazzarotto.

“Mi ha sorpreso proprio il fatto che ci fosse qualcuno che ritenesse doverosa la discussione,” mi spiega per email. “A mio modesto avviso era evidente che Salvatore Aranzulla, a prescindere dal suo reddito (uno dei temi pro-mantenimento emersi durante il dibattito, NDA), non fosse così tanto rilevante da essere su Wikipedia,” continua Andrea. “L’impressione è che abbia dei sostenitori piuttosto sfegatati, almeno secondo me.”

Parlando con Andrea è inoltre emerso quanto il problema della voce di Salvatore Aranzulla fosse tutt’altro che nuovo, “Non è il dibattito ad andare avanti da anni, ciò che continua è il periodico ricomparire di una pagina su Salvatore Aranzulla. per poi venire eventualmente cancellata,” mi spiega. “Se guardiamo il log dell’attività vediamo che la maggior parte delle volte la voce in oggetto è stata cancellata in via immediata dagli amministratori, senza un particolare dibattito. In un periodo di 10 giorni del 2006, la pagina è stata cancellata dodici volte.”

Se il punto di vista di Andrea ha senza dubbio senso per evidenziare la gravità del problema, è indubbio che al costante riapparire della voce si sia accompagnato un dibattito, “Quello che si capisce dal log delle cancellazioni è che durante quel periodo ci siano stati diversi tentativi di auto-produzione di una voce,” mi spiega Andrea. “Questo è piuttosto chiaro al di là di ogni parere personale—Quindi il protagonista stesso, o qualcuno di vicino a lui, ha scritto una voce dal tono fortemente auto-promozionale e elogiativo,” continua. “Questa pratica non è accettabile su Wikipedia, perché il sito prevede dei criteri di enciclopedicità e soprattutto un punto di vista neutrale. Altresì, c’è da ricordare che Wikipedia non è una vetrina o un blog dove chiunque possa avere spazio e visibilità.”

Evidenziati i fatti, la posizione di Andrea in merito al dibattito è piuttosto chiara, “Credo sia opportuno evitare fraintendimenti: Salvatore Aranzulla certo possiamo definirlo una sorta di ‘personaggio folcloristico’, ma non è un informatico e quindi non vedo come si possa dire che rientri ‘nella storia dell’informatica italiana’,” mi spiega, dopo che avevo definito Aranzulla, appunto, un personaggio folcloristico dell’informatica italiana. “Lasciamo fare ad ognuno il proprio lavoro: quello di Salvatore Aranzulla è gestire un sito i cui contenuti vengono prodotti e studiati per massimizzare le visite e quindi avere maggiori introiti tramite la pubblicità.”

Le ragioni di Andrea sono però più specifiche, specie per quanto riguarda le qualifiche di Salvatore, “L’informatica è una scienza che comprende (cito Wikipedia) «lo studio dei fondamenti teorici dell’informazione e della computazione e delle tecniche pratiche per la loro implementazione e applicazione nei sistemi informatici. L’informatica è frequentemente descritta come lo studio sistematico dei processi algoritmici che descrivono e trasformano l’informazione.»,” mi spiega. “Il fatto che Salvatore Aranzulla abbia scritto un libro intitolato “sicurezza informatica” non fa di lui un informatico o un esperto di computer security come a volte si è erroneamente letto da più parti,” continua. “È come se uno di noi scrivesse un libro intitolato “biologia molecolare” (con scritto che l’acqua è composta da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno): questa persona non diventerebbe automaticamente un biologo.”

Andrea mi spiega, continuando, che la decisione non riguarda nello specifico i meriti di Salvatore, “A prescindere da questa doverosa precisazione, comunque, la Procedura di Cancellazione non ha stabilito se Aranzulla fosse o meno un informatico, ma se fosse una persona sufficientemente enciclopedica per avere una voce su Wikipedia, al di là del suo lavoro di blogger.”

Ma il vero protagonista della vicenda è un altro: i già noti ‘criteri di enciclopedicità’, “Questi criteri sono sicuramente un’indicazione molto utile per capire se una voce è enciclopedica o meno,” mi spiega Andrea. “Senza avere dei criteri, è difficile confrontarsi su un piano comune per tutti—Ciononostante non penso che siano stati ‘determinanti’,” come ho affermato io durante il nostro scambio. “Sicuramente hanno aiutato a stabilire l’opinione di vari utenti, ma è infine il sentimento generale che è stato orientato verso la cancellazione,” continua. “Ci sono voci che restano benché violino alcuni criteri, ma perché ciò accada ci devono essere dei meriti particolari che rendano eccezionalmente degno di nota l’argomento della voce.”

Riformare Wikipedia?

Ho poi discusso con Andrea del ‘meccanismo Wikipedia’ sottoponendogli il paper pubblicato su Future Internet: il problema sono le regole troppo vecchie? “Definire ‘anacronisitiche’ regole di un sito che ha appena 15 anni mi sembra un po’ esagerato, ma è un’opinione personale,” mi spiega. “Penso che la tendenza evidenziata dal paper (che non ho letto per intero, ho consultato il riassunto pubblicato da Gizmodo) sia in un certo senso ‘normale’,” continua. “I ricercatori hanno riscontrato che alcuni utenti esercitano maggior influenza, ma non succede lo stesso anche in altre comunità o nella vita reale? Il problema reale si presenta quando questa influenza si trasforma non in un ‘esempio da seguire’ ma in una vera e propria gerarchia in cui il ruolo conta più della qualità dei contributi.”

Questa problematica, verificata dal paper su Future Internet, per quanto riguarda Wikipedia in inglese, potrebbe colpire anche Wikipedia Italia? “È difficile stabilire se sia così—Sicuramente può esserci qualche utente con ruoli di spicco che può sbagliare o magari esercitare una sorta di timore reverenziale,” mi spiega Andrea. “D’altro canto siamo umani e nessuno è perfetto: diventa problematico se un utente privilegiato opprime altri utenti, ma che questo succeda su Wikipedia Italia è difficile dirlo; e se si consumasse qualche sporadico caso, credo che nessuno abbia abbastanza potere da imporsi senza subire conseguenze disciplinari dal resto della comunità.”

“Non credo che questo problema abbia influenzato il dibattito su Salvatore Aranzulla: anzi, la presunta “oligarchia” formata dal gruppo degli admin ha dimostrato di essere divisa e di avere esponenti di entrambe le correnti di pensiero,” mi spiega Andrea. “C’erano admin a favore della cancellazione e admin contrari: l’ultima Procedura di Cancellazione si è svolta in modo fluido, e al massimo c’è stata qualche lieve incomprensione subito chiarita,” continua. “Il procedimento è stato prorogato perché dopo la prima scadenza non si era formato il consenso.”

Parlando con Andrea, ciò che a questo punto non mi era ancora chiaro riguardava l’effettiva efficienza di questo processo decisionale—Ci sono degli editor che tirano le somme, alla fine dei dibattiti? “Le procedure di Wikipedia si basano sul consenso—Quindi questa distinzione tra ‘editor’ e ’contributor’ non ha alcun senso,” mi spiega Andrea. “Non esistono “super editor” o persone ‘con maggiore potere decisionale’ quando si avvia una procedura di cancellazione consensuale—Il consenso non si forma contando i voti, ma si forma con le argomentazioni,” continua. “Se ipoteticamente l’ultimo arrivato portasse argomentazioni più valide di un utente con esperienza, il consenso potrebbe orientarsi verso l’opinione del nuovo utente.”

La politica di Wikipedia

Negli ultimi mesi Wikipedia è stata protagonista di diversi dibattiti (ne abbiamo parlato in alcuni articoli tradotti su Motherboard Italia, altri non sono stati tradotti masono presenti nell’edizione americana del vertical). Si può quindi dire che questo sistema stia mostrando le sue ‘debolezze’ anche per quanto riguarda le dinamiche di Wikipedia Italia? “Se parliamo genericamente di sessismo e presenza di “leoni da tastiera” arroganti, bulli, cafoni e sub-umani credo che sia un problema serio e grave che purtroppo affligge la rete intera, non solo Wikipedia,” mi spiega Andrea. “Tutte le comunità in cui possono partecipare le persone portano anche una percentuale piccola (ma molto rumorosa) di utenti che agiscono unicamente con cattiveria e stupidità.”

“Il problema è che, in qualsiasi società reale o virtuale di, diciamo, 1000 utenti, 999 utenti tranquilli si fanno notare meno di uno che si comporta come una belva. Inoltre è difficile controllare sempre tutto, riuscendo a coniugare la qualità dei contributi con l’evitare un’eccessivo zelo che potrebbe portare ai pareri di cui si parlava prima, cioè che ci sarebbero alcuni “capetti” che bacchettano tutti,” continua. Il problema di gestire i conflitti con alcuni soggetti che si credono impunibili dietro a una tastiera non è assolutamente banale e di certo non sono gli utenti di Wikipedia ad avere la ‘soluzione magica’.”

(tratto da motherboard.vice.com)

Quanto costa realizzare un sito ?

(lunedì 30 maggio)

Le persone che mi conoscono ed i miei clienti, mi chiedono spesso informazioni o curiosità, ma senza dubbio la regina delle domande è sempre la stessa.
Praticamente tutti prima o poi mi chiedono: “quanto costa realizzare un sito?“.

In questo articolo provo a rispondere al quesito con quello che ritengo sia il miglior modo possibile: con un esperimento di mercato.

E’ difficile poter dare una risposta esauriente e precisa a questa domanda. Valutare un lavoro per un prodotto web non è per niente semplice.
Entrano in gioco tantissimi fattori specifici per quel lavoro, quel cliente e quel lavoratore. Di sicuro però è ancora più complicato se non si ha idea di quella che è la concorrenza.

La difficoltà a conoscere i prezzi di mercato

Lente di ingrandimento su euroLa maggior parte dei professionisti del web, hanno iniziato quasi per gioco. Di solito (ed è anche il mio caso) si parte con un progetto personale. Un sito, un’idea di cui si è appassionati. In altre parole spesso il primo approccio non è lavorativo, anzi!

Chi inizia pensando di guadagnare facendo il mio lavoro (o altri del settore), si ritrova ben presto ad abbandonare l’idea e tentare la fortuna verso altri lidi se non ha la giusta determinazione. La programmazione, il web design, la SEO e tutte le materie che orbitano nell’ambito di un sito internet si imparano avendo innanzitutto un primo fondamentale ingrediente: la passione.

E’ per questo motivo che troppo spesso chi lavora nel web, non immagina che ben presto si troverà di fronte qualcuno che gli chiederà di realizzargli un prodotto e…guarda un po’…gli chiederà il prezzo!

Anche a me la prima volta è venuta la tremarella alle ginocchia, il cuore batteva all’impazzata e la salivazione si è azzerata. Esattamente come l’amore…mi ero proprio perdutamente innamorato del mio lavoro.
A parte questo però sin dal primo giorno mi sono posto il problema di dare un valore al mio tempo, dare un peso alle richieste del cliente, dare un prezzo insomma.

Potrei pubblicare dei prezzari molto generici e vaghi ma non servirebbero a nulla. Se vuoi dare un valore al tuo tempo devi semplicemente decidere quanto vale un’ora di esso. Insomma non potrei mai tabellare un valore che è influenzato a mio parere da vari fattori, ma che riassumendo ridurrei ai seguenti:

  • la tua esperienza: un programmatore che è nel settore da 15 anni non può costare quanto uno che bazzica il web da un paio. Il motivo è semplice: ha probabilmente conoscenze molto più approfondite che lo portano semplicemente a sbagliare meno, a conoscere la materia, a fare le cose semplicemente meglio. Il tutto ovviamente tenendo presente che possono esserci le inevitabili eccezioni;
  • il cliente: sì per me anche la persona che ho di fronte fa variare il prezzo. Nel mio caso più il cliente mi sembra timido, tranquillo e fiducioso nei miei confronti, meno paga. Più è fastidioso più sale il prezzo. I rompiscatole evito di farli diventare miei clienti, ma se proprio devo (a volte non posso farne a meno) mi faccio pagare il fastidio. Perché a mio parare correggere 100 volte la stessa cosa perché il cliente non è mai soddisfatto, non significa aver realizzato una sola funzionalità 100 volte, ma 100 volte la stessa funzionalità. Se quindi capisco di avere a che fare con una persona troppo volubile, incremento sempre il prezzo di circa il 10%;
  • il lavoro: ovviamente l’ampiezza del progetto fa cambiare il prezzo (un e-commerce non costa certo quanto un sito vetrina), ma anche la difficoltà dello specifico progetto o di parte di esso incide. Dover realizzare ad esempio la funzionalità di acquisto del prodotto su un sito, integrando anche effetti grafici fantasiosi e tecniche particolari, non può essere considerata alla stregua di una qualsiasi metodologia di acquisto classica di un e-commerce;
  • il mercato: anche per noi come per tutto il mondo esistono le leggi di mercato. Non puoi permetterti di sparare prezzi assurdi rispetto ai tuoi concorrenti a parità degli altri fattori. In altre parole se il cliente trova un programmatore con la tua stessa esperienza per fare un lavoro, è ovvio che sceglierà quello che richiederà il prezzo più basso! Di cosa ti meravigli?

Se ci rifletti bene, sono tutti parametri che non puoi controllare, puoi però cercare di farti un’idea di ognuno di essi.
In particolare puoi cercare di essere più obiettivo possibile per quanto riguarda la tua esperienza (o farti aiutare da qualche amico veramente sincero), puoi imparare a farti un’idea dei tuoi clienti anche al primo colpo d’occhio, puoi fare un’analisi dei requisiti più approfondita per comprendere il lavoro da realizzare.

Ma il mercato? Come fai a sapere se sei nei prezzi di mercato o meno? Beh a riguardo ho deciso di fare un piccolo esperimento ed è proprio questo l’oggetto principale dell’articolo.

L’idea

Lampadina su lavagna raccolta da una manoHo pensato che per farsi un’idea dei prezzi di mercato, bisognava bloccare gli altri punti del mio elenco e osservare cosa veniva fuori dal mercato.
Purtroppo nel mio esperimento non ho potuto fissare l’esperienza dei programmatori, ma ho però imposto il cliente ed il lavoro da fare.
Come? Beh semplicemente il cliente ero io ed il lavoro da fare lo conoscevo bene.
E’ infatti bastato pubblicare un annuncio su un sito dove notoriamente si ricevono proposte da parte dei vari sviluppatori, chiedendo di realizzare un lavoro che in realtà avevo già svolto e consegnato ad un mio cliente circa un mese prima.

Lo so cosa stai pensando ed hai ragione, ho barato. E’ stato però un esperimento molto interessante e mi scuso con tutte le persone che hanno risposto al mio annuncio per il tempo che gli ho fatto perdere. Spero non sia stato molto.
In ogni caso ho potuto conoscere vari sviluppatori e designer, alcuni dei quali mi hanno fatto una buona impressione ed a cui mi rivolgerò di sicuro quando, in alcune situazioni, decido di demandare dei lavori ad altri professionisti.

L’esperimento

Due bottiglie con liquido rosso e verdeNell’annuncio chiedevo di realizzare un sito in WordPress molto semplice per un mio cliente, a causa del fatto che non avevo tempo per implementarlo io. Si trattava principalmente di installare il CMS ed il tema fornito, per poi inserire i contenuti (testi e immagini sarebbero stati forniti) e realizzare qualche personalizzazione, che lo rendesse sostanzialmente diverso da un sito indicato come riferimento. Il sito in questione in realtà era proprio il prodotto già realizzato da me per il mio cliente.

Ho ricevuto svariate proposte, più o meno immediate e più o meno professionali.
Alla fine le persone che si sono offerte di aiutarmi sono state 15.
Ti mostrerò innanzitutto i dati che ho raccolto e poi li commenterò evidenziando alcuni dettagli che non traspaiono da questi ultimi.

Ecco quindi in ordine di tempo le offerte che ho ricevuto:

Prezzo Tempi
€ 100,00 8h
€ 220,00 3-4 gg
€ 200,00 1 mese
€ 50,00 1-2 gg
€ 200,00
€ 1.000,00
€ 150,00
€ 400,00
€ 300,00
€ 600,00
€ 550,00
€ 100,00
€ 300,00
€ 1.500,00
€ 180,00

Come puoi vedere il ventaglio di prezzi è ampissimo. Sono rimasto spiazzato dal constatare che lo stesso lavoro è stato valutato sia 50 € che 1.500 €!
Rimossi alcuni “estremisti” però, il valore di mercato è stato abbastanza lineare.

Il prezzo medio è di 390 € ma in realtà una media plausibile (considerando solo le offerte “vicine”) è di circa 250 €.

E’ dunque questo il prezzo per il montaggio e personalizzazione di un sito WordPress? A mio parere assolutamente no!
Innanzitutto tieni presente che pochi, anzi pochissimi hanno parlato di IVA e fattura. Questo significa che molto probabilmente i prezzi vanno incrementati del 22%. Inoltre le persone che mi hanno risposto spesso avevano poco o niente di professionale. Quelle poche che hanno approcciato alla questione in maniera a mio parere corretta, erano guarda caso quelle più costose nel preventivo finale.

Escludendo i preventivi di 1000 € e 1500 € ricevuti da quelle che di fatto erano web agency e che hanno tutt’altri costi di gestione, quelli ricevuti da professionisti apparentemente seri erano tutti compresi tra i 400 € ed i 600 €.

Per completezza voglio spiegare brevemente cosa intendo, quando parlo di approccio serio nei confronti di un cliente:

  1. mi aspetto che ci si rivolga a me, potenziale cliente, dandomi del lei e non del tu. Questo almeno al primo approccio. L’hanno fatto in pochi a dire il vero, ma chi ha avuto questa attenzione di certo ha trasmesso una certa professionalità;
  2. nell’annuncio parlavo genericamente di “personalizzazioni”, mi aspetto quindi che il professionista mi chieda di quali modifiche parlo per poter fare una valutazione. Molti hanno sparato prezzi ad occhi chiusi, senza preoccuparsi del reale lavoro da svolgere. Ne posso dedurre che dopo aver “acchiappato” il cliente gli cominciano a dire il prezzo reale. Se fosse così non lo considero un approccio serio;
  3. a seguito della genericità delle specifiche, legandomi quindi al punto precedente, ho visto come molto poco professionale chi si è presentato dicendomi sin da subito il prezzo. Anche se il professionista in questione dovesse aver capito subito il lavoro da fare, preferirei parlare di soldi sempre in un secondo momento. La sensazione infatti è stata quella di aver ricevuto una risposta rapida tra le tante, alla ricerca di un lavoretto da “acciuffare” piuttosto che da realizzare per bene. Penso che ogni cliente debba ricevere la massima attenzione e che questo debba essere trasmesso allo stesso in ogni comunicazione…soprattutto la prima;
  4. molti non parlavano della propria esperienza, a stento si presentavano e pochissimi provavano a spiegare come sarebbero potuti rendersi utili o che mostrassero qualche altro lavoro simile già fatto.

In altre parole mi sono sentito spesso trattato come un banale “pollo da spennare”, senza che ci si preoccupasse minimamente di mostrarsi preparati ed in grado di svolgere quel lavoro! E’ come se le persone che hanno risposto all’annuncio, dessero per scontato che io li considerassi i migliori sviluppatori e/o designer WordPress del mondo.
Il consiglio quindi che mi sento di dare ad una buona fetta delle persone che mi hanno contattato, è di cercare di essere più umili. L’esperienza e le capacità si trasmettono anche dimostrando di voler realizzare solo lavori che si è in grado di fare. Chiedere spiegazioni e porsi in maniera cordiale è fondamentale, non un superfluo dettaglio da rimandare alle successive comunicazioni dopo aver “acciuffato” il cliente.

Conclusioni

In definitiva ho potuto appurare che i professionisti seri sono pochi e che spesso sono costretti a vedersi soffiare il lavoro da persone (di solito ragazzini) che si vendono, o meglio si svendono, per quattro soldi.
Un po’ di esperienza però in questo senso l’ho fatta e posso dirti con assoluta certezza, come prosegue la faccenda se il cliente decide di rivolgersi a persone poco professionali. Al momento il costo sembra minore, ma alla fine il lavoro varrà quanto speso. Il risultato? Un cliente insoddisfatto che spesso è costretto ad aggiungere al primo costo, quello del vero professionista che gli realizzerà successivamente il lavoro.

In altre parole, quello che sembrava un risparmio si trasforma in una spesa maggiore sia in termini di tempo che di soldi.
Per carità, ognuno è libero di buttare il proprio denaro come vuole, ma personalmente preferirei aver pagato il giusto subito, per avere una persona che sa quel che fa.

Alla luce di tutto questo spero di averti aiutato a valutare meglio quanto costa realizzare un sito o almeno a farti capire come dovresti comportarti quando cerchi di offrire i tuoi servizi ad una persona.
Fossi stato un vero cliente, avrei infatti quasi preferito rinunciare alla realizzazione del lavoro, piuttosto che mettermi nelle mani di alcuni personaggi che si sono posti in maniera decisamente assurda. Nulla di tragico intendiamoci, ma a volte mi sono cadute davvero le braccia.

Concludo con la consapevolezza che esistono molti bravi professionisti nel mio settore, quello che a mio parere andrebbe informato e formato è piuttosto il cliente, che troppo spesso cerca una soluzione economica, senza soffermarsi a riflettere sul fatto che si rischia di finire in un baratro dove a conti fatti si può uscire solo rinunciando al prodotto o spendendo ancora di più.

E tu cosa pensi del mio piccolo esperimento? Meglio un professionista a costo “alto” o un improvvisato a prezzo da discount?

 

(tratto da www.saveriogravagnola.it, 24 novembre 2015)

Qual è il costo per realizzare un sito web? Listini e prezzi facciamo il punto sui costi di un sito web

(lunedì 23 maggio)

Danée

Il costo per la creazione di un sito web è un qualcosa che molto spesso risulta difficile da identificare per un cliente che si approci, per la prima volta, a commissionare un lavoro basato su realizzazione grafica e codifica html/css.

Le offerte e i listini in giro per la rete sono tra i più disparati, siti a 300/500 euro oppure preventivi da 1.500/2.000/5.000 euro e oltre

Come ci si può orientare in un settore popolato da web agency e freelance professionisti, ma anche da personaggi improvvisati e poco preparati?

I costi di un sito variano a seconda di ore lavoro e qualità del prodotto finale

Sicuramente il web design non rientra in quella cerchia di forniture professionali quantificabili “a cottimo”, ma i tempi di realizzazione hanno un certo peso nel preventivo finale, peso che purtroppo varia a seconda delle professionalità e delle capacità presenti nelle agenzie/freelance che stilano il preventivo stesso.

Molto semplicemente ci sono persone più veloci a produrre layout grafici e a codificare righe di codice ed altre più lente, ecco perché basare il costo di un sito web meramente sul fattore tempo (ore/lavoro) non ha poi molto senso. Per fortuna esiste un fattore sicuramente più rilevante e che deve incidere maggiormente sul prezzo finale: la qualità. Qualità che deve essere innanzitutto richiesta e pretesa dal cliente. Infatti è il cliente, a volte inconsapevolmente, che fin dalla prime battute indica a web agency/freelance quale potrà essere la cifra finale del preventivo.

Proviamo a spiegare questo meccanismo…
Il cliente deve avere ben chiaro, sin dall’inizio, ciò che desidera realizzare oppure deve affidarsi in toto al professionista che può fungere da valida guida per individuare obiettivi e finalità del progetto. Se un cliente da subito esprime il suo desiderio di mantenere contenuti i costi e definisce il proprio progetto come “un qualcosa di semplice” sicuramente chi dovrà svolgere il lavoro si metterà al riparo da eventuali dissanguamenti, tagliando drasticamente ore lavoro e compromettendo inevitabilmente la qualità finale del sito web.

Al contrario se le priorità indicate fin dai primi colloqui saranno quelle di ottenere un prodotto di qualità ovvero:

  • In linea con i trend del design di settore
  • Dalle prestazioni in termini di velocità ed affidabilità impeccabili
  • Conforme agli standard W3C e compatibile con i principali browser
  • Ricco di funzionalità mirate al proprio target di utenti
  • Performante sui motori di ricerca

Il professionista dovrà orientarsi verso cifre più alte che possano giustificare le ore e soprattutto l’attenzione e la cura che verrano impiegate nella realizzazione del sito internet.

Acquistare una Ferrari oppure una Panda?
L’importante è essere consapevoli di ciò che si compra

Si pone a questo punto una questione importante: gli obiettivi. Se si desiderano raggiungere i 300 km/h optare per una Panda, per quanta buona volontà ci si metta e quante modifiche le si possano fare, sarebbe una scelta sicuramente non felice e i soldi investiti, seppur pochi, risulterebbero inevitabilmente buttati al vento.

La stessa semplice, ma inesorabile, regola vale anche per i siti web. Vediamo di semplificare il discorso con alcuni esempi concreti che riprendano diverse tipologie di siti presenti in rete.

Sito Vetrina da 5/6 pagine a 500 euro
Quando si cerca il risparmio a tutti i costi cosa ci si deve aspettare? Nella maggior parte dei casi questi siti internet vengono realizzati partendo da un template, ovvero dauna base grafica già definita acquistabile oppure scaricabile gratuitamente. Ci sono moltissimi servizi in rete che vendono template a basso costo che, grazie a poche ore di modifiche, vengono più o meno adattati al look che piace al cliente. Qualche esempio:Theme Forest, TemplateMonster e Sitonline. Naturalmente si tratta di grafiche e codifiche riciclate e non su misura, probabilmente buone solo per un sito vetrina. Non ci si può aspettare che un sito a questa cifra abbia qualsivoglia funzionalità dinamica ed interazione con database.

Sito Dinamico che consenta di fare aggiornamenti a 1.500 euro
L’avvento dei blog ha incrementato in maniera naturale il desiderio di poter pubblicare in autonomia, da parte del cliente, nuovi contenuti ogni qualvolta lo si desideri. La stessa modifica delle pagine che compongono un sito (chi siamo, servizi, mission, prodotti, …) spesso è percepita come una funzionalità necessaria. In soccorso di programmatori e designer sono nati negli ultimi anni software CMS (Content Management System) open-source gratuiti, che sono liberamente installabili sul dominio del cliente e possono tranquillamente gestire grandi volumi di pagine e contenuti, grazie all’accoppiata PHP e MySQL. Qualche esempio: WordPress, Joomla e Drupal. La semplicità di installazione/configurazione di questi sistemi e il notevole supporto della community internazionale ha portato moltissime persone, anche non propriamente del mestiere, a proporsi come in grado di realizzare un sito dinamico efficace. Purtroppo, o per fortuna, non è così. Quando i costi per un sito dalle molteplici funzionalità sono così bassi, c’è da domandarsi il perché e spesso analizzato alcuni prodotti finiti ci si rende conto che sono ricchi di lacune progettuali e di ottimizzazione in termini di design, codifica e seo.

Sito Web su misura da 3.000 euro e oltre
Rimanendo sempre in un’ambito ipotetico e immaginando il sito di una PMI (Piccola Media Impresa) che desideri avere un discreto posizionamento sui motori di ricerca con le pagine dei propri servizi, un layout disegnato e codificato pensando agli obiettivi finali, una semplicità di utilizzo in remoto e una buona tenuta nel tempo, richiede sicuramente uno sforzo economico un po’ più importante e una presa di coscienza da parte del cliente del lavoro e della professionalità che stanno dietro al successo di un progetto.

Quindi sono questi i listini per la realizzazione di un sito web?

Naturalmente no o meglio sono solo un’ipotesi. Come in ogni settore del libero mercato esistono professionisti e non, prodotti di qualità e non, preventivi realistici basati su uno studio e non. Il consiglio è quello normalmente di comprendere bene che ad una cifra bassa corrisponderà nel 90% dei casi un prodotto di scarsa qualità, mentre se ci troviamo di fronte ad una cifra importante sarà bene comprendere quali siano i fattori reali che incidono sullo sforzo economico.

In realtà un professionista dovrà sempre analizzare con dovizia di particolari il rapporto tra le aspettative di un cliente e la fattibilità di un progetto, stabilendo un solido equilibrio tra voli pindarici e obiettivi realmente perseguibili.

(tratto da www.youon.it, luglio 2011)

Google pensa di sostituire il blu dei link con il nero?

(mercoledì 11 maggio)

Mountain View potrebbe essere seriamente intenzionata ad apportare una piccola ma rivoluzionaria modifica a carico dei link associati ai risultati del proprio motore di ricerca. Questi ultimi sarebbero infatti destinati a cambiare colore diventando neri e abbandonando il tradizionale colore blue che li aveva caratterizzati fino ad ora.

Per il momento tale modifica sarebbe stata visualizzata soltanto da un gruppo ristretto di utilizzatori, molto probabilmente selezionati da Big G per dare il via ad una fase sperimentale, e potremmo essere ancora molto lontani da una sua introduzione su larga scala, sempre ammesso che vi sia veramente l’intenzione di applicare questo cambiamento.

 

(tratto da www.mrwebmaster.it)

Effetto slidein, slideup, fadein e fadeout in puro CSS

(martedì 10 maggio)

Gli sviluppatori Web sono abituati ad utilizzare jQuery od altri framework non solo per eseguire complesse operazioni, ma anche cose semplici, riproducibili anche col semplice Javascript o, come nel caso dell’argomento in oggetto a questo tutorial solo coi CSS.

Andiamo infatti a spiegare in modo approfondito e dettagliato come ottenere gli effettislideup e slidedown (comparsa e scomparsa di un elemento con effetto slide), fadein efadeout (comparsa e scomparsa di un elemento con effetto fade) solo coi CSS, utilizzando un pizzico di Javascript per mostrare gli effetti che, tuttavia, sono generati attraverso un sistema basato puramente sui CSS3.

Naturalmente gli effetti in questione funzionano solo coi browser che supportano i CSS3, mentre browser obsoleti, che non supportano la versione 3 dei fogli di stile, visualizzeranno gestiranno l’effetto con la semplice comparsa e scomparsa dell’elemento, senza “effetti speciali”.

 

Effetto slide solo coi CSS

Iniziamo con l’effetto slide guardando il codice completo dell’esempio, in attesa di commentarlo:

<!DOCTYPE html>
<html lang="it">
    <head>
        <title>Effetto slideup e slidedown solo coi CSS</title>
        <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=ISO-8859-1"/>
        <style type="text/css">
        body { background: #FFF; margin: 50px; }
        div, button { color: #000; font: normal 12px tahoma, arial; margin: 0 0 10px 0; }
        .slideup, .slidedown {
            overflow: hidden;
            height: 0;
            transition: height 0.5s;
        }
        .slidedown {
            height: 30px;
        }
        </style>
        
        function slide() {
            var e = document.getElementById("elemento");
            e.className == "slideup" ? e.className = "slidedown" : e.className = "slideup";
        }
        
    </head>
<body>

<button onclick="slide()">Mostra / Nascondi</button>

Contenuto del box...
</body> </html>

Iniziamo dal corpo della pagina in cui troviamo un bottone che attiverà l’effetto slide richiamando una funzione Javascript, quindi il box su cui agiremo. Al bottone è associata lafunzione slide(), mentre il box ha un ID per essere identificato e, in partenza, viene contrassegnato con la classe di stile slideup.

Passiamo al codice CSS, gestito nell’header della pagina. Diamo innanzitutto un minimo di stile al corpo della pagina, quindi all’elemento “div” ed al “button”, ma la porzione di codice che ci interessa è rappresentata dalle classi slideup e slidedown di cui riporto lo stralcio di codice:

.slideup, .slidedown {
    overflow: hidden;
    height: 0;
    transition: height 0.5s;
}
.slidedown {
    height: 30px;
}

Le due classi hanno lo stesso stile, ovvero l’overflow nascosto, altezza zero ed un effetto di transizione di mezzo secondo sull’altezza. Solo la classe slidedown (che farà comparire l’elemento con “effetto scorrimento”) ha l’altezza impostata ad un valore che toccherà allo sviluppatore definire, caso per caso.

La funzione Javascript, invece, si limita ad identificare l’elemento con coi interagire, a verificare la presenza della classe slideup, quindi assegnarle la classe slidedown, quindi a tornare all’effetto slideup se premuto di nuovo. Una sorta di effetto toggle che gli amanti di jQuery, concettualmente, già conoscono.

 

Effetto fade solo coi CSS

Passiamo all’effetto fade attraverso un esempio molto, molto simile al precedente, se non per i nomi delle classi e della funzione Javascript che, per coerenza, sono stati adeguati alla funzionalità che andiamo ad offrire.

Segue il codice completo:

<!DOCTYPE html>
<html lang="it">
    <head>
        <title>Effetto fadein e fadeout solo coi CSS</title>
        <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=ISO-8859-1"/>
        <style type="text/css">
        body { background: #FFF; margin: 50px; }
        div, button { color: #000; font: normal 12px tahoma, arial; margin: 0 0 10px 0; }
        .fadein, .fadeout {
            opacity: 0;
            transition: opacity 1s;
        }
        .fadein {
            opacity: 1;
        }
        </style>
        
        function fade() {
            var e = document.getElementById("elemento");
            e.className == "fadeout" ? e.className = "fadein" : e.className = "fadeout";
        }
        
    </head>
<body>

<button onclick="fade()">Mostra / Nascondi</button>

Contenuto del box...
</body> </html>

Approfondiamo il codice spiegandolo. Il corpo della pagina è praticamente identico a quello dell’esempio precedente, se non per il fatto che facciamo riferimento alla funzione Javascriptfade() ed alla classe fadeout, opportunamente rinominate, come spiegato in precedenza. Passando al codice CSS, vediamo che abbiamo applicato la stesa stilizzazione per il “body”, per gli elementi “div” e “button”, mentre la porzione di codice che ci interessa è la seguente:

.fadein, .fadeout {
    opacity: 0;
    transition: opacity 1s;
}
.fadein {
    opacity: 1;
}

Sia le classi fadein che fadeout hanno lo stesso stile, ovvero opacità zero ed un effetto di transizione che vi agisce, con un timeout d’azione di un secondo. La classe fadein porta l’opacità ad “1”, rendendo l’elemento visibile al 100% della sua (non) trasparenza.

 

Effetti slide e fade solo coi CSS in un’unica soluzione

Ottimizziamo le risorse e vediamo come gestire entrambi gli effetti in oggetto a questo tutorial in un’unica soluzione, guardando il seguente codice:

<!DOCTYPE html>
<html>
    <head>
        <title>Effetti slide e fade solo coi CSS</title>
        <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=ISO-8859-1"/>
        <style type="text/css">
        body { background: #FFF; margin: 50px; }
        div, button { color: #000; font: normal 12px tahoma, arial; margin: 0 0 10px 0; }
        .slideup, .slidedown {
            overflow: hidden;
            height: 0;
            transition: height 0.5s;
        }
        .slidedown {
            height: 30px;
        }
        .fadein, .fadeout {
            opacity: 0;
            transition: opacity 1s;
        }
        .fadein {
            opacity: 1;
        }
        </style>
        
        function effetto(id, quale) {
            var e = document.getElementById(id);
            switch (quale) {
                case "slide" :
                    e.className == "slideup" ? e.className = "slidedown" : e.className = "slideup";
                break;
                case "fade" :
                    e.className == "fadeout" ? e.className = "fadein" : e.className = "fadeout";
                break;
            }
        }
        
    </head>
<body>

<button onclick="effetto('elemento', 'slide')">Mostra / Nascondi</button>

Contenuto del box...
</body> </html>

Questa volta partiamo dall’alto, guardando il codice CSS che presenta entrambe le coppie di classi per la gestione dei due effetti, mettendole subito a disposizione a seconda di quale effetto speciale si desideri utilizzare.

Più complesso, invece, il codice Javascript, rappresentato dalla funzione effetto() al quale passiamo due parametri: l’ID dell’elemento (per fare in modo che si possa applicare a qualsiasi box della pagina e non ad uno solo) ed il nome dell’effetto, ossia slide oppure fade.

 

(tratto da www.mrwebmaster.it)

Dropbox, l’archivio si è fatto cloud

(mercoledì 2 marzo)

Dropbox nasce dal 2008 da una geniale intuizione di Drew Houston e da allora è diventato una della piattaforme di cloud storage più apprezzate dagli utenti di internet ed in particolare dalle aziende dove, è il servizio di storage più utilizzato in assoluto. Dropbox prevede, previa registrazione, un account gratuito di 2 GB di spazio per archiviare, gestire e condividere ogni sorta di contenuto digitale. Lo spazio è quindi espandibile tramite alcuni bonus o piani di upgrade a pagamento. Disponibile per computer Windows, Mac e Linux, è anche disponibile un’app per le principali piattaforma mobile: iOS, Android e nel prossimo futuro anche Windows Phone.

DROPBOX: WHAT ABOUT ? … UN PO’ DI STORIA

Drew Houston, sin da piccolo, aveva come sogno quello di creare una sua azienda informatica. Un obiettivo che gli è riuscito nel 2008, all’età di 25 anni, quando ha fondato Dropbox, un servizio di cloud storage che permette agli utenti di salvare e condividere foto, video, documenti ed ogni sorta di contenuto digitale. Per “cloud storage” si intende un servizio che consente di archiviare file su datacenter remoti, potendovi quindi accedere in caso di bisogno: è un sistema che consente maggior sicurezza e affidabilità del tradizionale archivio locale, ed il cui costo è un abbonamento legato a tempo e quantità di materiale archiviato.

La scelta del simbolo, una “scatola aperta” non è stata casuale perché rappresenta un contenitore in cui gli utenti possono collocare tutto ciò che desiderano, raggiungibile da ogni luogo e da ogni sorta di piattaforma. Dropbox, infatti, può essere utilizzato da ogni tipo di computer non solo attraverso un’interfaccia Web, ma anche scaricando ed installando un client software dedicato. Ma Dropbox è anche mobile in quanto è disponibile un’app (per iOS, Android ed in futuro anche per Windows Phone) che permette agli iscritti di avere sempre a portata di mano tutti i propri file, a cui accedere da ogni luogo ed in ogni momento della giornata. Senza limiti. E spesso senza costo alcuno.

Dropbox: quanto costa?

Il punto di forza di Dropbox è la perfetta integrazione della piattaforma di cloud storage nella maggior parte degli ecosistemi desktop e mobile. Disponibile per tutti i principali sistemi operativi per computer (Windows, Mac OS X, Linux), smartphone e tablet (iOS, Android, presto su Windows Phone), è gratuito nella sua versione base offrendo 2 GB di spazio online su cui salvare ogni sorta di file. Tale spazio, può essere incrementato, sempre gratuitamente, attraverso alcuni espedienti. Gli utenti possono infatti incrementare di 500 MB lo spazio di archiviazione per ogni nuovo utente portato all’iscrizione attraverso il passaparola. Oppure, è possibile aumentare lo spazio collegando l’account al proprio profilo sui social network o utilizzando le versioni beta del programma.

Sono disponibili inoltre piani di upgrade a pagamento per tutti coloro i quali fossero interessati ad utilizzare Dropbox in forma professionale o comunque con maggiori esigenze rispetto alla media. Per 9,99 euro al mese, gli utenti possono infatti disporre di 1 TB di memoria online, mentre le aziende ed i professionisti possono richiedere “Dropbox for Business” che a 12 euro al mese e per utente offre servizi illimitati ed alcuni sistemi di gestione avanzati.

Si evidenzia che, in caso di eccessivo traffico dati generato dai link, gli account potrebbero essere sospesi. Dropbox prevede infatti i seguenti limiti di traffico: 20 GB/giorno per gli account gratuiti e 200 GB/giorno per gli account Pro e Business a pagamento. Rimanendo all’interno di tali limiti non v’è problema alcuno e le attività possono proseguire regolarmente (trattasi di semplici limitazioni finalizzate a porre un argine ad eventuali abusi).

Le applicazioni Dropbox per iOS ed Android offrono la medesima esperienza d’uso della piattaforma desktop sui dispositivi mobile. Gli utenti possono infatti accedere a tutti i file archiviati, condividerli, cancellarli, spostarli, rinominarli e caricarne di nuovi. Una versione per Windows Phone arriverà in un prossimo futuro e in ogni caso, grazie alle API concesse agli sviluppatori, esistono molti surrogati di terze parti che possono sopperire alla mancanza del client ufficiale.

Dropbox è inoltre stato integrato in molte applicazioni per essere utilizzato nelle maniere più disparate. Per esempio, è spesso il luogo ideale per salvare copie di backup delle app, o per lo streaming di contenuti video.

Dropbox come album fotografico

Tra le funzionalità più apprezzate di Dropbox v’è quella che permette l’upload automatico delle foto e dei video presenti sul telefonino all’interno della piattaforma di cloud storage. Foto che possono poi essere organizzate ed accessibili da ogni luogo: un po’ come avere sempre sotto mano il proprio album fotografico dei migliori momenti della propria vita. Una funzione molto utile che può comunque essere disabilitata in ogni momento o essere utilizzata solo in determinate situazioni, come quando lo smartphone è connesso ad una rete WiFi.

A rimarcare la volontà di conquistare il cuore degli utenti mobile facendo leva sui contenuti multimediali, va segnalato il lancio di Carousel, applicazione disponibile per iOS ed Android che consente di accedere alle proprie immagini ed ai propri video archiviati sulla piattaforma, visionando le anteprime direttamente sul dispositivo mobile in uso; inoltre, permette anche di sincronizzare il piano offline e quello online, archiviando in automatico le immagini scattate da smartphone per averne una copia digitale archiviata in remoto per non perdere alcun tassello della propria vita.

Il servizio online ha un corrispettivo potenziale anche su desktop tramite un apposito software. Un semplice download e la successiva installazione consentono di gestire i propri file in modo ulteriormente semplificato, senza la necessità di passare per un browser. Il gruppo mette a disposizione versioni per Windows, Mac e Linux, nonché per dispositivi mobile, in fede all’obBiettivo ultimo del progetto: consentire l’archiviazione, la condivisione e la gestione dei file da remoto a prescindere dalla piattaforma software utilizzata.

Il sito ufficiale Dropbox suggerisce automaticamente l’ultima versione stabile da installare e segnala tra le note di versione tutti i bugfix apportati nel tempo. Download e installazione sono completamente gratuiti.

Dropbox, dalle origini all’evoluzione di un’idea

Dropbox è stato fondato nel 2008 da Drew Houston, un ragazzo prodigio che già a 5 anni aveva iniziato a muovere i primi passi nel mondo della programmazione e che a 14 anni aveva già ben chiaro quello che avrebbe fatto del suo futuro. Drew Houston spiega che l’idea che sta alla base di Dropbox è nata durante il periodo di studi al Mit (Massachusetts Institute Of Technology) di Boston dove si è laureato nel 2006. All’interno del Mit c’era una rete informatica chiamata “Athena” che permetteva a tutti di poter disporre dei propri documenti indipendentemente da dove si accedesse. Non c’era dunque bisogno di portare dietro con se fogli o supporti di backup perché tutti i documenti seguivano l’utente all’interno del campus universitario.

Una soluzione che ha ispirato Drew Houston che ha pensato che tale servizio dovesse essere esteso a tutto il mondo. Da questo concetto è nato Dropbox che nel 2012 ha superato il traguardo dei 100 milioni di utenti e che oggi si pone come una delle piattaforma di cloud storage più utilizzate ed apprezzate dall’intera comunità di internet.

Dropbox disse di no a Steve Jobs

Nella sua storia, Dropbox è stato anche protagonista di alcuni eventi che hanno fatto parlare molto del gruppo. Su tutti il rifiuto di Drew Houston di vendere la piattaforma di cloud storage a Steve Jobs. Era il 2009 è l’allora CEO della mela morsicata aveva intravisto nella piattaforma una grande potenzialità, un servizio da assimilare a OS X e farlo diventare parte dell’ecosistema di Apple. Ma nonostante le grandi capacità di persuasione di Steve Jobs e un assegno, si dice, a nove zeri, Drew Houston e il suo socio Arash Ferdowsi rifiutarono la proposta affermando che l’azienda non era in vendita.

Dropbox, il più amato dalle aziende

Una ricerca condotta da 451 Research evidenzia come Dropbox sia utilizzato da circa il 45% delle aziende e che per le attività professionali sia sinonimo di file sharing aziendale. Questo, nonostante oggi esistano altre valide alternative come Google Drive ed OneDrive. Dropbox vivrebbe però di rendita. In breve, per molte aziende, lo spostarsi all’interno di un’altra piattaforma comporterebbe troppo tempo ed ingenti spese visto che la procedura di migrazione dovrebbe essere effettuata per ogni singolo account in possesso, che nel caso delle aziende possono essere centinaia.

Dropbox, Microsoft e Project Harmony

Microsoft e Dropbox hanno annunciato un accordo di collaborazione che prevede l’integrazione della piattaforma di cloud storage in Office. Tutti gli utenti che utilizzano dunque la piattaforma di produttività di Microsoft, sia su iOS che su Android ed in futuro anche per la versione per computer, potranno accedere all’account Dropbox e visualizzare, modificare e condividere i file Word, Excel e PowerPoint. In buona sostanza, gli utenti possono navigare nelle cartelle di Dropbox dalle App Office, modificare i file Office direttamente dalle app Dropbox, salvare e sincronizzare le modifiche tra tutti i dispositivi, e condividere i link Dropbox dalle App Office.

Questo accordo nasce dalla volontà di Microsoft di voler spingere sulla diffusione di Office 365 offrendo ai suoi clienti l’integrazione con una delle piattaforma di cloud storage più utilizzate, nonostante la stessa casa di Redmond offra un competitor apprezzato quale OneDrive.

Tale funzionalità, disponibile sotto forma di Preview solo per gli scritti a Dropbox for Business, semplifica il lavoro in team, evitando il ricorso ad altri strumenti di comunicazione ed è pensata soprattutto per coloro i quali lavorano in maniera sequenziale, una modifica dopo l’altra. Project Harmony, infatti, non supportata l’editing in tempo reale.

Dropbox: le alternative

Il mercato dello soluzioni di cloud storage è in forte crescita. Sicuramente tra i maggiori rivali si segnalano iCloud, Google Drive e OneDrive.

Apple iCloud, il servizio cloud di Cupertino, è sicuramente indicato esplicitamente agli utilizzatori degli ecosistemi della mela morsicata; l’account base offre 5 GB di spazio online ed i piani di upgrade partono da 0.99 euro al mese per 20 GB extra sino ai 19,99 euro al mese per 1 TB extra.

Google Drive, il servizio cloud di Big G, offre invece 15 GB (spazio condiviso tra Drive, Gmail e Google+ Foto) con piani upgrade a partire da 1,99 dollari al mese per 100 GB extra. Infine, OneDrive, il servizio cloud di Microsoft, offre gratuitamente 15 GB che possono essere subito raddoppiati attivando l’upload automatico delle foto dall’app mobile. Piani upgrade a partire da 1,99 euro al mese per 100 GB extra.

 

Recensione Hosting: Soluzioni Hosting

(venerdì 18 dicembre)

Abbiamo avuto modo di provare un pacchetto hosting fornito in prova da Soluzioni Hosting una azienda, che opera da anni nel web, ma che ha da poco cominciato a fornire soluzioni hosting per il mercato italiano. In questa recensione vogliamo condividere la nostra prova, riportando i risultati ottenuti tramite dei test pratici dell’utilizzo di questa soluzione.

Dati azienda e datacenter

L’azienda, 100% italiana, offre soluzione low cost per siti di piccole dimensioni, ma anche soluzioni più professionali – per agenzie web e per freelancer – come i pacchetti per vps o server dedicati.

Qualche dato sul datacenter fornito dall’azienda
I server sono ospitati sia a Strasburgo (il data center più ecologico d’Europa) sia negli Stati Uniti, entrambi i centri offrono collegamenti con la dorsale ad alta velocità con trasferimento dati superiore a 550 Gbit/s.
L’intera backbone è progettata con molteplice ridondanza, per garantire una disponibilità media di rete mensile di almeno il 99,9%

 

La nostra prova

Il pacchetto più economico ha 500MB di spazio, 2GB di traffico e 1 database. Il costo è molto concorrenziale (16€ +iva) e già così si può creare un sito “medio” installando anche WordPress, come nella nostra prova.
Inoltre ci sono dei pacchetti specifici per alcuni cms come WordPress, Joomla e altri ecommerce.
Il dominio è compreso in tutti i pacchetti lowcost.

Il pannello per l’amministrazione dell’account e dei nostri servizi acquistati ha un’interfaccia semplice. Da qui è possibile gestire upgrade, pagamenti, modificare i nostri dati e richiedere assistenza.

 

La gestione dell’hosting, per i pacchetti base, è affidata a plesk, pannello molto semplice e intuitivo. Noi preferiamo cpanel per una questione di abitudine ma comunque anche con plesk è possibile gestire il nostro hosting in modo ottimale. Anche perché in pratica sul pannello amministrativo ci si accede la prima volta, quando si imposta il sito, e successivamente solo se si devono fare delle modifiche.

 

Abbiamo effettuato la nostra prova installando WordPress, cms che, a volte, può risultare un po’ pesante per il server soprattutto se vengono installati molti plugin. Ed è quello che abbiamo fatto noi: dopo aver caricato una serie di pagine e post di prova abbiamo installato un tema professionale (Kallyas di themeforest) abbastanza complesso.

Successivamente abbiamo attivato una ventina di plugin, alcuni anche abbastanza pesanti (come il migliore plugin per i siti multilanguage WPML).

 

Nonostante ciò il sito è rimasto sorprendentemente reattivo e non sembra subire grossi rallentamenti dai numerosi plugin. Infatti saprete bene che per un sito wp i plugin rappresentano il problema principale per quanto riguarda la velocità del sito e i tempi di caricamento.
Testando il caricamento con il plugin P3 possiamo notare che, anche se le query al database sono numerose, il tempo totale è molto buono.

 

 

Assistenza

L’assistenza avviene, come molti altri hosting, via ticket. La piattaforma è semplice e l’assistenza è veloce. Abbiamo effettuato una domanda alle 13.14 ricevendo una risposta alle 13.26, quindi dopo 12 minuti. Nonostante la richiesta fosse abbastanza semplice è da apprezzare la pronta risposta.
Oltre all’assistenza, è presente una sezione di guide esaurienti, adatta ai più profani.

Test uptime e risposta server

Abbiamo attivato pingdom per poter rilevare l’uptime e la risposta del server. IN 15 giorni l’uptime è stato del 99,39% e la velocità di risposta media del 1,538 ms.
Dalla nostra esperienza questi risultati sono buoni prendendo in considerazione i pacchetti hosting lowcost, anche se per statistiche più reali bisognerebbe considerare un periodo un po’ più lungo.

 

 

CONCLUSIONI

Consigliamo Soluzioni Hosting per i vostri siti, sia che voi abbiate intenzione di creare un piccolo blog, sia se volete affidare a quest’azienda un importante sito aziendale.
Non abbiamo potuto provare le soluzioni più professionali come vps o server dedicati, ma sicuramente in futuro se ne avremmo l’occasione aggiorneremo questa recensione dandovi le nostre opinioni pratiche.

L’assistenza veloce e la gestione semplificata sono sicuramente delle caratteristiche importanti per questi prodotti. Ma la cosa a nostro avviso più rilevante è la velocità e la reattività dei server europei. Sicuramente questi pacchetti hosting sono una valida soluzione per siti dedicati all’utenza italiana.

 

(tratto da www.italianwebdesign.it, 2 ottobre 2013)

SoluzioniHosting si rinnova: nuova grafica e servizi per l’hosting-provider di ML Soluzioni Web

(venerdì 18 dicembre)

panel

 

Nel panorama italiano dei servizi di hosting si è affermata, negli ultimi anni, una nuova realtà che si propone l’obiettivo di diventare un punto di riferimento nel settore: capace di attirare centinaia di clienti nei primi anni di attività, oggi SoluzioniHosting(www.soluzionihosting.it) si presenta con una veste totalmente rinnovata e nuovi servizi pensati per soddisfare le più svariate esigenze, dal piccolo sito al grande portale con decine di migliaia di visite giornaliere.

I servizi offerti da SoluzioniHosting sono:

  • Registrazione e trasferimento domini
  • Hosting Linux
  • VPS e Server Dedicati

Registrazione/Trasferimento Domini

Le estensioni supportate da SoluzioniHosting sono più di trenta, oltre ai classici .it, .com, .net, ecc. sono attivabili domini anche con estensioni più ricercate come le nuove generiche .xxx, .tel, .name, .info e tante altre ancora. I prezzi sono piuttosto competitivi: il costo della registrazione di un dominio .it, ad esempio, è di soli 7 Euro, mentre ne bastano ancora meno per un .eu!

Il sistema di registrazione (o trasferimento) di un dominio è alquanto semplice: basta digitare il dominio voluto e seguire i semplici step on-line. Dopo aver completato l’ordine ed aver effettuato il pagamento si riceverà, in caso di buon esito dell’operazione, una mail di conferma circa l’avvenuta registrazione/trasferimento del dominio.

Hosting Linux

L’hosting è sicuramente il servizio di punta dell’azienda laziale. Queste le caratteristiche principali del servizio:

  • Attivazione immediata: dopo 15 minuti dall’acquisto il piano hosting è attivo e funzionante
  • Supporto nella scelta del giusto piano di hosting
  • 99,5% di uptime garantito (uptime medio del 99,8% registrato nel corso degli ultimi 12 mesi)
  • Supporto 24/7, rapido ed efficiente nella risoluzione di ogni eventuale problematica legata al servizio
  • Sistema di gestione dei servizi semplice e potente

Le offerte hosting disponibili su SoluzioniHosting sono davvero moltissime ed adatte ad ogni esigenza: possiamo trovare piani hosting tradizionali, ottimizzati per CMS e multidominio. Vediamoli di seguito.

Hosting Basic

Le soluzioni “basic” sono tre e vanno dai 16 ai 39 Euro + IVA annui. Si tratta di piani hosting low-cost adatti ad esigenze piuttosto basiche o per progetti in fase di avviamento.

Hosting Standard

I piani standard vanno dai 59 ai 99 Euro + IVA annui e sono stati pensati per soddisfare le esigenze di siti web mediamente trafficati ed e-commerce.

Hosting Professional

Si tratta di tre pacchetti pensati per soddisfare le esigenze di siti web ad alto traffico ed e-commerce: sono l’ideale per chi non è in cerca di compromessi e vuole il massimo da un servizio di hosting.

Hosting per CMS

Su SoluzioniHosting si trovano diverse soluzioni di hosting ottimizzate per i più popolari CMS: WordPress, Joomla, Drupal, PrestaShop, OpenCart e Magento. La particolarità di questi piani hosting è che il CMS si trova già preinstallato ed il sistema è subito funzionante al momento dell’attivazione del piano hosting.

Hosting Multidominio

Non mancano le soluzioni multi-dominio, ideale per chi deve gestire una pluralità di siti web o per le web-agency che hanno la necessità di offrire “casa” ai siti web dei propri clienti all’interno di un servizio affidabile e semplice da gestire.

Le soluzioni multidominio non hanno nessun limite al numero di domini attivabili e sono tutte piuttosto generose in risorse e caratteristiche in quanto offrono sempre, oltre ai domini illimitati, anche illimitate caselle email, illimitati database MySQL e illimitati sottodomini.

VPS e Server Dedicati

Sul sito di SoluzioniHosting non mancano le soluzioni avanzate per chi è in cerca di strumenti di visibilità più potenti e personalizzabili dei classici servizi di Hosting. In questo caso, infatti, il cliente può scegliere tra sei diverse tipologie di VPS (basati su tecnologia Cloud) e ben nove proposte di server dedicati.

Le proposte, ancora una volta, sono davvero tante e sono state pensate per lasciare all’utente la massima libertà di scelta circa la soluzione migliore per le proprie esigenze.

Per i VPS i prezzi vanno da un minimo di 23 ad un massimo di 199 Euro + IVA al mese. Per i Dedicati, invece, il listino parte da 59 Euro + IVA al mese per un server Fujitsu equipaggiato con un processore dual core AMD Athlon, 4Gb di Ram e 640Gb di HD ed arriva ad un massimo di 289 Euro + IVA al mese col quale ci si può assicurare un potentissimo HP dual Xeon con 64 Gb di Ram e 8TB di HD.

Diamo un’occhiata all’area riservata

Accedendo all’area privata del sito ci troviamo di fronte ad un completissimo pannello di controllo grazie al quale possiamo avere una panoramica immediata del nostro account: possiamo vedere la situaizone contabile, gestire eventuali pagamenti in sospeso, stampare le nostre fatture, visualizzare lo storico degli ordini e molto altro ancora.

Sempre attraverso il nostro pannello di controllo, potremo gestire i nostri domini ed i vari prodotti acquistati nonché, ovviamente, accedere agli strumenti di supporto.

Per quanto riguarda, infine, la gestione degli hosting, questa è erogata mediante il rinomato pannello PLESK che offre all’utente la possibilità di gestire, in totale autonomia, ogni aspetto del servizio, anche per personalizzazioni avanzate.

Conclusioni

SoluzioniHosting si presenta sul mercato italiano con una nuova veste e tanti nuovi servizi e si contraddistingue, ancora una volta, per l’ampia varietà di pacchetti e soluzioni pensati per offrire sempre una soluzione “su misura” alle più disparate esigenze di visibilità on-line.

L’ottimo servizio di assistenza e gli elevati livelli di uptime sono il sigillo di garanzia di un prodotto variegato pensato sia per per chi è in cerca di un prodotto entry-level che, viceversa, di un servizio enterprise.

 

(tratto da www.mrwebmaster.it)

Windows compie 30 anni


Il 20 novembre 1985 Microsoft mostrava al mondo il sistema opertivo che ha cambiato il mondo dell’informatica

Il 20 novembre 1985 un giovane americano con capelli da lord inglese e grandi occhiali da nerd si apprestava a cambiare la storia, dell’informatica ma non solo.

Trent’anni fa Bill Gates, fondatore della Microsoft Corporation, presenta al mondoWindows 1.0, attraverso il quale, per la prima volta, un computer può ricevere istruzioni utilizzando un puntatore e cliccando sulle icone allBG_Microsoft1985’interno del desktop. Prima, per sfruttare un processore, bisognava inserire un comando in codice dentro la schermata di Dos, d’ora in poi basterà fare un doppio clic sullo schermo dove ci sono quelle piccole immagini che re-indirizzano ai programmi. Una rivoluzione vera e propria. Laddove tutti puntavano sulla superiorità dell’hardware, Microsoft decide che bisogna spingere sul fronte del software, rendendo più semplice l’interazione tra uomo e macchina. L’informatica lascia gli scantinati di pochi appassionati che masticano il linguaggio di programmazione per arrivare nelle case di tutti.

È il primo passo verso i personal computer che conosciamo oggi e, non a caso come ha riportato il sito statunitense The Verge, molte componenti visive si mantengono ancora oggi come la barra di stato, il menù a tendina, le icone o software come Blocco Note e Paint.

I detrattori accusano Gates e la sua compagnia di aver fatto i soldi rubando e scopiazzando le idee altrui: la battaglia conApple e IBM è stata dura e senza quartiere. Entrambe furono messe sotto dalla capacità di adattamento del sistema operativo di Redmond che macinò miliardi con programmi versatili e aperti su tutte le piattaforme. L’azienda di Steve Jobs aveva il prodotto migliore ma scelse la strada dell’esclusività per il proprio prodotto puntando sul binomio tra hardware e software prodotti in casa. L’IBM era anni luce avanti a tutti per quanto concerne l’archiettura interna dei pc ma la visione aperta del software Microsoft spinse tante aziende a lanciare nuovi prodotti per cavalcare l’onda lunga messa in moto da Windows.

Le versioni successive di Windows stabilirono il dominio a livello mondiale dell’azienda di Gates. Con gli anni ogni sistema operativo ha cercato di rispecchiare i tempi e di andare verso le richieste degli utenti (come è successo ad esempio con l’allargamento al segmento business e, ultimamente, al cloud).Ma non sono mancati i passi falsi. Anzi, negli ultimi anni bisognava aspettare un flop clamoroso per avere un prodotto di successo: XP uscì per riparare i danni del Millennium Edition, il 7 mise una toppa al fallimento totale di Vista e ora Windows 10 ha risollevato le sorti dell’azienda dopo gli errori commessi con l’8, poi parzialmente rivisti con l’8.1. Proprio l’ultima versione ha sancito una differenza fondamentale rispetto al passato: per la prima volta Microsoft ha concesso l’aggiornamento gratuito del proprio software. Questo implica un cambiamento nella strategia globale dell’azienda: non più solo venditori di software ma anche di servizi. Più persone adottano il 10, più potranno accedere a programmi e app disponibili con conseguenti ricavi per l’azienda. Chissà, magari nel 2045 ci ritroveremo a celebrare l’inizio di questo nuovo percorso.

(tratto da http://www.gqitalia.it/ )