Tendenze della SEO per il 2023

Chi mastica di seo, aldilà degli operatori del settore, può ben immaginare come, in quanto la SEO (Search Engine Optimization ) è una scienza astratta ed in continua evoluzione, i trend le tecniche e i modi di approccio siano in continuo mutamento, di anno in anno, seguendo giustamente le dinamiche e le effettive esigenze di mercato. Ecco di seguito allora un piccolo vademecum su quelle che saranno le strategie e gli strumenti ottimali su cui puntare nel corso del 2023.

Le strategie di ottimizzazione per i motori di ricerca sono in continua evoluzione ed è essenziale che le aziende stiano al passo con questi cambiamenti per assicurarsi che i loro sforzi rimangano efficaci. Si osserva che gli algoritmi dei motori di ricerca e i comportamenti degli utenti continuano a cambiare insieme agli obiettivi aziendali; pertanto, le aziende devono adattare le loro strategie SEO per garantire che i loro contenuti rimangano pertinenti, si posizionino più in alto nei risultati di ricerca ed estendano la loro portata. Così le tendenze SEO per il 2023 sono senza dubbio influenzate dagli importanti passi in avanti dell’intelligenza artificiale e ai progressi fatti in tema di ricerca vocale.

Un ruolo fondamentale nelle applicazioni di ricerca e strategie SEO verrà esercitato dagli strumenti di intelligenza artificiale generativa i quali consentono di risparmiare tempo in termini di ricerca, generazione di meta e analisi dati. La creazione di procedure operative standard SEO si sta rivelando determinante e irrinunciabile in una azienda per fare chiarezza sui vari ruoli in ambito SEO (creazione di SOP SEO).
Sempre spalleggiate dall’AI, se fino a pochi anni fa le ricerche delle parole chiave e i relativi volumi di ricerca erano incentrate su singoli termini, ora le ricerche sono sempre più specifiche, rispondendo a ciò che realmente il mercato consumer ricerca, quindi un orientamento verso le famose keyword a coda lunga. Ciò significa che gli utenti si rivolgono a termini di ricerca molto specifici, meglio di una semplice parola; questo comportamento sta a significare che le persone interessate sono più prossime a fare un acquisto.

L’update del Broad Core di Google (marzo 2023) premierà i contenuti ritenuti di alta qualità. Ciò significa per le agenzie una maggiore attenzione nell’analisi delle ricerche al fine di evitare che i propri articoli possano essere penalizzati in quanto percepiti come di qualità inferiore. L’evoluzione raggiunta dalla SEO determina una rivalutazione e continuo aggiornamento delle delle strategie di ricerca non più circoscritte al proprio marchio/prodotti ma orientate al comportamento dei consumatori, alla reputazione del marchio e all’esperienza del cliente.

Un rischio dello sviluppo e ascesa delle applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa è quello di un possibile aumento di rifiuti di Internet, ovvero di contenuti che, seppur qualitativi, per l’algoritmo in uso vengono scartati; pertanto occorre fare maggiore attenzione sulla qualità e attendibilità dei contenuti per “distinguersi dal rumore” e “avere rilevanza“: è importante ricordare che la qualità deve essere sempre al primo posto.

Tornando sulla qualità dei contenuti, assicurarsi che siano ben congeniati, che diano informazione e siano interessanti, in maniera da risultare coinvolgenti per gli utenti e ben posizionati. I contenuti long-form per le pagine verticali – cioè articoli che trattano in maniera specifica un argomento – contribuiscono a migliorare le pagine dei risultati dei motori di ricerca.

Se è indubbio che l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più determinante ed efficace nel marketing aziendale, è più che mai vera la necessità di avere procedure adeguate per rimanere all’altezza della sfida. Con la continua evoluzione del panorama SEO, puntare sempre più nelle best practice sull’esperienza utente, sfruttando le tecnologie di apprendimento automatico e implementando strategie di ottimizzazione della ricerca vocale.

Queste tendenze influenzeranno il lavoro di quest’anno. Gli utenti porranno domande ai chatbot di intelligenza artificiale anziché inviare richieste ai motori di ricerca come facevano in passato. La misurazione delle prestazioni SEO diventerà più impegnativa e probabilmente cambierà le nostre tattiche per influenzare il modo in cui i bot rispondono alle domande pertinenti.

Ecco allora arrivare al nuovo acronimo di Google: E-E-A-T (esperienza, competenza, autorevolezza e fiducia) di Google nella definizione delle linee guida dei parametri della qualità della ricerca: Google prenderà ora in considerazione l’esperienza dell’autore quale ‘connotato’ rilevante per orientare le scelte fatte online. Pure le metriche ‘tanto care’ subiranno una correzione e saranno orientate alla conversione: ciò determinerà una nuova filosofia della SEO così tendente alla ‘capacità di conversione‘.

Anche per l’anno in corso continuerà a imperare il verbo della User Experience (UX, Esperienze Utente) ovvero la valorizzazione dell’esperienza utente: fulcro delle strategie SEO sarà cioè l’attenzione alla velocità di caricamento delle pagine ad esempio; altro connotato irrinunciabile sarà puntare su un design capace di colpire e nondimeno su contenuti sempre più attinenti e di qualità al fine di premiare il posizionamento in SERP.
Il passaggio dai cookie di terze parti, informazioni , ai dati di prima parte, ovvero ad informazioni maggiormente conformate sui visitatori del sito, sarà fondamentale per monitorare, analizzare e ottimizzare le strategie SEO.

La profilazione con un profilo Google Business, a cui arrivare utilizzando keyword specifiche, unito a opportune strategie di SEO on-site, determina un feedback importante sui mercati: postare ogni giorno dal proprio profilo Google Business, utilizzando parole chiave relative all’offerta di servizi o prodotti, ha un grande impatto se abbinato a oculate strategie di SEO.

Il codice a barre

(lunedì 10 aprile)

Il codice a barre è un codice di identificazione costituito da un insieme di elementi grafici a contrasto che vengono letti da un dispositivo di scansione e quindi ‘spacchettati’ ovvero decodificati per ottenere l’informazione contenuta. È costituito da una serie di barre nere e spazi bianchi, in un numero predefinito. Questi elementi insieme, costituiscono la carta di identità di un prodotto o di un articolo, contenendo tutte le informazioni utili al fine di garantirne l’identificazione e la tracciabilità. Infatti, ogni prodotto viene identificato da un’etichetta che riporta il suo codice univoco che, per convenzione, è un codice a barre, lineare o bidimensionale, il quale può essere considerato come la carta d’identità del prodotto. Devono usare questo sistema di catalogazione tutti gli operatori che vendono alla grande distribuzione. In particolare se operano nel settore alimentare; viceversa, se i prodotti sono solo per uso interno, entro cioè i confini di un paese, non hanno bisogno di fare parte del sistema utilizzato dai “Codice a barre”.

Se prendiamo un codice a barre le prime 3 cifre indicano la provenienza e identificano il paese (ad esempio, nei codici a barre le prime 3 cifre identificative dell’Italia vanno dall’800 all’830, per la Francia vanno dal 300 al 379, per la Germania dal 400 al 440), le 4 cifre che seguono rappresentano l’indirizzo del produttore o del fornitore; le 5 cifre successive si riferiscono all’articolo stesso, mentre l’ultima cifra agevola la lettura.

Storia

Il codice a barre nacque il 7 ottobre 1948 da un’idea di due studenti di ingegneria dell’Università di Drexel, Norman Joseph Woodland e Bernard Silver; l’idea nacque dall’esigenza del presidente di un’azienda del settore alimentare di automatizzare le operazioni di cassa. La loro intuizione si antepose a quella di utilizzare il codice Morse sviluppato però in senso verticale, in modo da ottenere barre strette e barre larghe, e a quella di impiegare codici a barre ovali (nel 1972, l’esperimento effettuato in un grande magazzino di Cincinnati con l’aiuto della RCA, non produsse risultati incoraggianti in quanto ma i codici si macchiavano facilmente o producevano delle sbavature durante la stampa, per cui l’esperimento fu un insuccesso). La loro invenzione venne brevettata per la prima volta nel 1952.

La modalità della loro lettura venne poi gradualmente ottimizzata:
i primi tentativi di riconoscere i codici a barre avvennero utilizzando un fotomoltiplicatore (originariamente utilizzato per la lettura ottica delle tracce audio dei film) ma non ebbe successo a causa dell’eccessivo rumore dei dispositivi utilizzati, del calore generato dalla lampada utilizzata per l’illuminazione del sistema oltre che al costo non indifferente per le lampade allo xeno, all’epoca l’unico gas in grado di assicurare un’adeguata fonte luminosa.

Il progressivo sviluppo della tecnologia laser consentì di poter disporre di lettori a prezzi più accessibili; inoltre, lo sviluppo dei circuiti integrati permise la decodifica dei codici.

Silver morì nel 1963, prima di poter vedere le applicazioni pratiche del suo brevetto. Woodland utilizzò presso IBM i codici a barre lineari, i quali vennero adottati il 3 aprile 1973 con il nome “UPC” (Universal Product Code). Il 26 giugno 1974 rappresenta una data centrale: in un supermarket a Troy, nell’Ohio, fu venduto il primo prodotto (un pacchetto di gomme americane) con l’ausilio di un lettore di codici a barre.

Nello stesso anno si volle introdurre anche in Europa un sistema similare, che fosse compatibile con UPC; nel 1977 i rappresentanti di 12 Paesi europei, tra cui l’Italia, fondarono a Bruxelles la European Article Numbering Association (in seguito chiamata EAN), che dal 2005 venne conosciuta a livello internazionale col nome di GS1. Nel 1978 nacque in Italia quella che oggi è GS1 Italy: si chiama Indicod, inizialmente formata da 60 imprese associate, che ad oggi sono circa 35 000.

Nel 1992, Woodland ricevette la medaglia nazionale per la tecnologia.

Tipologie dei codici a barre

Una prima distinzione da fare é fra codici a barre lineari e codici a barre bidimensionali (‘matrici’).

Lineari
Il codice a barre lineare è composto da un susseguirsi di barre e spazi. La barra è l’elemento scuro del codice a barre, formato da un segmento verticale. Lo spazio è l’elemento chiaro del codice a barre e separa due barre tra loro.
Si definisce modulo la larghezza dell’elemento (barra o spazio) più stretto.

Un particolare tipo di codici a barre lineari sono i codici a barre discreti, in cui solo le barre portano l’informazione. Nei codici a barre discreti, ogni carattere del codice ha lo stesso numero di barre e spazi e ciò ne rende facile la rappresentazione con un font di caratteri (ad es. Code 39). Viceversa, nei codici continui troviamo informazioni sia nelle barre che negli spazi; in essi ciascun carattere può avere una lunghezza diversa.
Tra i codici a barre lineari, ce ne sono alcuni che per gli elementi prevedono solo due spessori (largo e stretto); altri prevedono al contrario un numero variabile di spessori. Ogni tipo di codice a barre inoltre prevede i caratteri ammessi (es. solo numerici, alfanumerici, alcuni caratteri speciali). Altri tipi di codici a barre prevedono una lunghezza del codice fissa: ad esempio, EAN 13 ha una lunghezza fissa di 13 caratteri, UPC A di 12 caratteri.
Alcuni tipi di codici a barre possono essere Stacked ovvero impilati (esempi sono GS1 DataBar Stacked Omnidirectional, GS1 DataBar Expanded Stacked e GS1 DataBar Stacked).

I codici a barre come siamo abituati a pensarli, ovvero quelli con le barre nere e gli spazi bianchi rientrano nella prima categoria, mentre i QR code, i DataMatrix e i codici farmaceutici nella seconda.

L’EAN (European Article Number), molto utilizzato in Italia, viene utilizzato nella grande distribuzione, seguito dal Farmacode o codice 32 adottato per l’identificazione dei farmaci e delle specialità vendute al banco nelle farmacie. Sempre nella grande distribuzione, si può trovare lo Universal Product Code (UPC) per i prodotti importati da Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti. Dal 2014 nello stesso settore è possibile usare la famiglia di codici a barre GS1 DataBar per la sua caratteristica di memorizzare un maggior numero di informazioni in minor spazio. Nell’ambito industriale hanno trovato grande diffusione il codice 128, il codice 39 e il 2/5 interlacciato.

La maggior parte dei codici ha un codice di controllo (check digit) che viene acquisito dall’unità di lettura per verificare la corretta lettura e l’integrità dei dati.

Bidimensionali I codici a barre bidimensionali hanno due dimensioni appunto, e vengono letti tramite apparecchi fotografici e smartphone.

Lettura dei codici a barre

La disponibilità dei lettori di codici a barre è andata diversificandosi progressivamente con l’avvento di nuove tecnologie e con l’ottimizzazione della componentistica elettronica.

Tipo di collegamento

Se parlando lettori di codice a barre il pensiero va immediatamente a quelli collegati ad un personal computer o ad un registratore di cassa, ci sono anche lettori dotati di memoria “propria” e pertanto in grado di immagazzinare un certo numero di letture prima di avere necessità di scaricarle utilizzando un’unità base (il ‘calamaio‘ nel caso delle penne ottiche). Altri lettori sono invece dotati di un trasmettitore che consente di comunicare in tempo reale ad un’unità ricevente i dati letti.

Tecnologia di lettura

Di base, esistono 26 tipologie di codifica.

La tecnologia prevalente e più affidabile nella loro lettura utilizza uno o più raggi laser, integrati ad una testina oscillante e talvolta ad un sistema di specchi, per avere la certezza, o comunque una maggiore probabilità, che qualsiasi codice stampato venga letto al primo tentativo. Analogamente, esistono anche dei lettori più economici che utilizzano una barra di LED per illuminare i codici a barre e un sensore CCD (Charged Coupled Device) per la lettura: ne risultano dispositivi più leggeri e più resistenti, ideali per scanner da impugnare, i quali però devono essere ravvicinati ai codici a barre da leggere. In ambito industriale, le ultime tecnologie prevedono la lettura del codice a barre tramite l’acquisizione di un’immagine fornita da un sistema video. nella fotografia “impressionata” dal software il codice a barre viene letto e poi interpretato.

Uno dei programmi a disposizione per gli utenti Android è “Barcode Scanner“, disponibile gratuitamente. Una volta installato ed avviato, per potere leggere i codici da fotocamera, è necessario mettere il telefono in orizzontale. Anzitutto, il codice a barre deve essere leggibile sul prodotto; assicurarsi poi che nella foto sia visualizzato integralmente e, quando si scatta la foto, assicurarsi di mettere a fuoco il codice a barre.

Se, utilizzando un lettore o uno scanner, non si riesce a decodificare il codice, si tratta sicuramente di un errore.

Applicazioni

I codici a barre trovano ampio utilizzo nella gestione del magazzino e del movimento delle merci; la spesa per la loro stampa è decisamente poco rilevante, poiché il bozzetto è solitamente parte integrante del bozzetto dell’etichettatura o dell’imballaggio della merce.

Quello del codice a barre è un meccanismo semplice da capire: ad ogni numero corrisponde “qualcosa” !

Questo sistema facilita lo svolgimento delle attività di di cassieri e magazzinieri andando ad interessare la gestione degli ordini, la collocazione sugli scaffali, gli inventari… ma non da meno il codice a barre è utile anche al consumatore per capire la tracciabilità di un prodotto.

Altra applicazione è quella per le pubblicazioni e i periodici, al fine di facilitare l’identificazione e la classificazione degli stessi.

Particolare è quella finalizzata all’identificazione dei convogli in transito in determinate tratte ferroviarie o nelle linee della metropolitana.

Vengono utilizzati anche sulle carte fedeltà, per rappresentarne il codice identificativo associato al titolare della carta stessa.

Ancora, il codice a barre è presente anche nel retro della tessera sanitaria e codifica il codice fiscale.

Esiste poi un particolare tipo di codice chiamato GSI Digital Link e che rappresenta l’evoluzione del codice bar che permette di aggiungere informazioni quali il numero di lotto, la data di scadenza e un link ipertestuale a una pagina contenente informazioni sulla composizione del prodotto e le modalità di riciclo.

Per acquistare un codice EAN occorre richiesta all’associazione internazionale GS1 (in Italia rappresentata da Indicod-ECR). Il codice a barre viene così richiesto ad un ente terzo, che certifica l’azienda e rilascia i dati fissi (“stringa” di 9 cifre) che ogni codice riporterà.

In Italia sono tre i tipi di codici a barre diffusi. Il più comune è indubbiamente l’EAN, European Article Number. Il codice EAN è un pezzetto del codice ISBN.

Culturalmente …

Secondo una leggenda metropolitana i codici a barre lineari applicati su tutti i prodotti commerciabili nel mondo occidentale contengono il numero 666, il cosiddetto numero della Bestia: tale numero sarebbe rappresentato dalle tre barre di divisione, di forma uguale, delle quali una centrale separa la prima parte del codice dalla seconda, e le altre due sono poste al principio e alla fine del codice: tali barre sono in effetti formate da due righe sottili di uguale misura, identiche a quelle rappresentanti nel codice il numero 6. Questa ipotesi ha dato lasciato spazio a diverse interpretazioni fra cui quella secondo cui esista una corrispondenza con un rimando alle profezie dell’Apocalisse di san Giovanni (13,17-18).

Grazie ai numeri posti sotto le barre nere verticali di un codice a barre, è possibile effettuare delle ricerche su Google per identificare in breve tempo il prodotto.

Il codice a barre è stato adottato anche – impiego significativo questo – nella catalogazione dei libri nel 2007, rapportando cioè il metodo di identificazione dei libri con le tre cifre che ne identificavano la natura editoriale (posizionato sulla confezione del prodotto o sul retro del prodotto, stampato sotto il codice a barre; utilizza da 1 a 5 cifre ma che può raggiungere le 14). Dunque, in buona sostanza, i due codici non sono la stessa cosa ma semplicemente il codice EAN è un pezzetto del codice ISBN.

Articolista vs Copywriter

Da diversi anni il settore del web si presenta con diverse sfaccettature, diversi profili professionali in risposta ad un mercato sempre più esigente e specifico: non si tratta più di un’unica persona tuttofare, un “informatico”, che bene o male si prestava ad assolvere ai diversi compiti richiesti dal web stesso ! .. no sarebbe praticamente impossibile, in considerazione anche delle diverse nozioni e conoscenze necessarie !

Da alcuni anni in particolare ci si riempie sempre più la bocca con paroloni che vanno ad identificare varie attività che vengono richieste in un contesto di Information Technology.. . le quali talvolta si sovrappongono per non dire essere confuse pur mantenendo la loro individualità (è il caso di dire “aver difficoltà a individuare un confine netto fra queste due figure”).
E così si va dai primordiali web master, web developer, web designer, … ad altri profili che vanno ad identificare i vari ed attuali(zzati) spettri del settore: ux/ui designer, e-commerce specialist, SEO/SEM specialist, content creator, social media manager, data scientist, advertiser, …


E’ questo il caso dell’articolista (Content Writer in senso ampio, più nello specifico ‘Web Writer‘) e del copywriter, due terminologie nate nella giungla del web verosimilmente a seguito di una “macrocategoria”: il Content Manager / Specialist, ovvero colui che è autore di testi e contenuti multimediali di un sito web.


Ecco un caso lampante di due figure che vengono spesso confuse le cui attività, simili tra loro e che vanno a intersecarsi, in effetti non sono però le stesse. Ambedue infatti si occupano di scrittura (anzi, requisito essenziale è il saper scrivere bene) ma la differenza di fondo fra le due sta nello scopo a cui è finalizzata la scrittura stessa. Specificamente, il copywriter sviluppa contenuti, articoli con un obiettivo pubblicitario e di marketing, mentre la finalità del content writer (alias articolista) è di scrivere per il web, sia per aziende o siti di informazione piuttosto che per il proprio sito/blog; in senso più stretto, con la propria arte dello scrivere egli stimola gli utenti ad essere letto e seguito in modo che acquisiscano interesse e conoscenze verso l’argomento (e di conseguenza il brand) trattato.

Sovente il termine “copywriter” viene utilizzato pensando di riferirsi a chi scrive professionalmente per il web; ma, come visto, la figura del copywriter è legata al mondo della pubblicità e della sponsorizzazione. Scopo del content writer invece è quello di ottenere l’attenzione del lettore, tenendolo sulla pagina e attirandolo al “brand”; il Content Writer deve scrivere quello che l’utente cerca e vuole leggere.

Se ne seguiamo la genesi, due figure entrambe importanti che si sono tra l’altro evolute seguendo i cambiamenti velocissimi delle esigenze della rete. Se infatti in origine copywriter e content writer si distinguevano soprattutto per la loro formazione (pubblicitaria per il copywriter e di tipo giornalistico per il content writer), oggi conoscenze e competenze dell’uno e dell’altro si intersecano. Non è più sufficiente, ad esempio, che un copywriter, per raggiungere i propri obiettivi professionali, concentri i suoi sforzi unicamente su contenuti rivolti al marketing bensì che riesca ad integrare nelle sue abilità anche quelle svolte tipicamente dal content writer.

Copywriter e Content Writer come detto devono avere il talento dello ‘scrivere bene‘ – della ‘penna creativa‘ la chiamo io – con la finalità di pubblicizzare prodotti e/o servizi piuttosto che “argomentare”. Ciò vuol dire non solo scrivere buoni contenuti ma anche che sappiano attirare l’attenzione (e l’interesse) del lettore fino a condurlo a compiere una “azione” in senso stretto (call-to-action).

Diversi sono poi i punti che accomunano queste figure: SEO oriented, qualità dei contenuti, scrittura efficace.

Oggi le competenze di scrittura di ognuno, a differenza della propria figura originaria , devono spaziare in più campi. Ad esempio oggi al copywriter è richiesta la conoscenza della SEO, che implica l’utilizzo di una terminologia adeguata e di un modo specifico dello scrivere che siano indirizzate all’ottimizzazione sui motori di ricerca.

L’articolista si occupa essenzialmente della redazione di articoli per blog, siti o altri media con finalità informative o di intrattenimento. Peculiarità di questa figura è la conoscenza a 360° dell’argomento da trattare. Un articolista lavora principalmente sulla quantità e difficilmente ha la creatività e le competenze del Copywriter.

Un copywriter, per scrivere buoni contenuti, dovrà riuscire a creare titoli accattivanti, utilizzando però un un linguaggio chiaro e diretto, che riesca a orientare l’utente verso il brand. Lo stile di scrittura, infatti, è molto importante, in quanto strettamente correlato alla buona riuscita di un contenuto.

La mission del content writer non è finalizzata allo “scrivere per vendere“, piuttosto di incanalare il pubblico su determinati argomento suscitandone interesse, eventualmente a conoscere e “comprendere” il marchio e ciò che propone.

Nel tempo, si è assistito ad una vera e propria evoluzione nel comportamento dei consumatori per arrivare a scegliere ciò che acquisteranno. Difatti, ogni acquisto è dettato da un determinato ‘percorso’ (‘selezione’ e ‘scelta’) effettuato dal cliente che, mosso da interesse, dapprima cerca più informazioni in rete, confrontando non soltanto prezzi ma, consultando diversi siti, cercando ciò che più si avvicina a quelle che sono le sue effettive esigenze e che maggiormente lo ispira.

Un euro digitale per l’Europa, una nuova moneta virtuale ?

euro digitale in arrivo ?
Euro Digitale: possibile arrivo ?00

Entro fine anno in Europa, nei paesi che fanno capo alla BCE, potrà fare la sua comparsa una “nuova moneta” l’euro digitale, anche se si tratterà di una moneta virtuale, proponendo un nuovo sistema di pagamento digitale. Fortemente voluta dall’Unione europea, il progetto di una valuta digitale (emessa dalla Banca centrale europea) si propone come risposta all’arrivo di alcune criptovalute che hanno fatto irruzione nel sistema monetario mondiale creando instabilità generale. Se il debutto della moneta digitale dovrebbe arrivare verso la fine del 2021, sarà anticipato da una fase di sperimentazione che potrebbe iniziare a giugno. Già nel 2018 si iniziò a valutare e ad apprezzare i vantaggi delle valute digitali per un Paese, a cui seguì una consultazione con i paesi aderenti alla BCE nell’autunno del 2020. Se come detto, verso metà del 2021 verrà deciso se avviare il progetto o meno, l’adozione di un euro digitale richiederebbe ulteriori 4 o 5 anni, in quanto la sua creazione dovrebbe soddisfare una serie di rilevanti requisiti.

euro digitale cosa è

Ma cos’è l’euro digitale ? Di cosa si tratta ? quali sono le motivazioni che hanno spinto a questa nuova divisa e i suoi vantaggi ?

L’euro digitale è una moneta elettronica o moneta virtuale, che si affianca al denaro contante, con il fine di rendere le transazioni più rapide e sicure e senz’altro contribuendo a sostenere l’innovazione digitale nei pagamenti. È questo il progetto a cui sta lavorando la Bce.
L’euro digitale sarà una moneta elettronica, garantita dalla Bce, gestita mediante un wallet (portafoglio digitale), e utilizzabile per i pagamenti di tutti i giorni in alternativa a contante e carte di credito. Nata per contrastare anzitutto il potere inflazionistico legato alle criptovalute, come il bitcoin, le quali hanno fatto irruzione nel sistema monetario mondiale creando instabilità generale, un euro digitale sarebbe equiparato alle monete ufficiali perché – come sostenuto dalla Bce – “sarebbe anch’esso garantito da una banca centrale” .

Il suo funzionamento sarà semplice e immediato: il wallet in cui è custodito sarà collegato ad applicazioni analoghe a quelle utilizzate per i pagamenti mobile banking dallo smartphone.
I benefici _

L’euro digitale equivale alla versione digitale dell’euro (cosiddetto CBDC dell’eurozona, Central Bank Digital Currencies). Un metodo di pagamento accessibile a tutti, sia a cittadini che ad enti o industrie, da usare nella zona euro. Non sostituirebbe le banconote, bensì sarebbe un metodo di pagamento alternativo.

Funzionerebbe attraverso l’utilizzo della Blockchain, e conservato in un portafogli digitale chiamato wallet. Il suo funzionamento sarà semplice e immediato: il wallet in cui è custodito sarà collegato ad applicazioni analoghe a quelle utilizzate per i pagamenti mobile banking dallo smartphone.

L’euro digitale combinerebbe l’efficienza di uno strumento di pagamento digitale con la sicurezza di una valuta virtuale controllata dalla banca centrale.

Si potrebbero elencare diversi fattori che ne sosterrebbero l’introduzione:
_ la digitalizzazione e l’indipendenza dell’economia europea può trarre vantaggio da una forma digitale della moneta emessa dalla banca centrale. Aiuterebbe a tenerla allineata con la tecnologia in modo da soddisfare le esigenze del mercato sempre più in fibrillazione;
_ l’euro digitale sarebbe utile nel caso in cui il contante sia utilizzato sempre meno. Deve essere pensato come forma aggiuntiva di denaro pubblico e in quanto mezzo di pagamento andrebbe a soddisfare le esigenze degli utenti;
_ una forma di moneta diversa da quella fisica diventa un’alternativa plausibile come mezzo di scambio nell’eurozona;
_ l’emissione di un euro digitale andrebbe a sostenere la sovranità e la stabilità monetaria e finanziaria europea davanti alle minacce rappresentate dalla creazione di CBDC da parte di banche centrali straniere;
_ l’euro digitale potrebbe aiutare ad allentare le criticità derivanti da un attacco hacker, un disastro naturale o altri eventi estremi che potrebbero condizionare la fornitura di servizi di pagamento.

L’esigenza di introdurre una moneta digitale gestita da un ente pubblico ha diverse motivazioni tra cui la digitalizzazione dei metodi di pagamento e rilanciare l’euro sullo scenario internazionale. Da notare che i pagamenti in contante negli ultimi anni hanno registrato una progressiva riduzione: la pandemia da Covid-19 poi ha dato un’importante accelerata a questo comportamento del consumatore (soluzioni private di pagamento) inducendo buona parte dei consumatori a mantenere questa abitudine anche dopo il lockdown. Interessante il tentativo italiano, con la proposta del cash back, che mira a disincentivare il pagamento con banconote.

Nella zona euro un riflesso della progressiva riduzione dell’utilizzo di banconote ha determinato il ricorso a soluzioni alternative (dette ‘private’) di pagamento: in questo senso, l’immissione nel circuito monetario di un euro digitale soddisferebbe le nuove esigenze dei cittadini e permetterebbe uno snellimento del settore strategico dei pagamenti al dettaglio in particolare.

A differenza delle classiche criptovalute, però, il suo valore sarebbe garantito e controllato centralmente in modo da evitare possibili speculativi.
Un euro digitale immesso dalla banca centrale nei circuiti di pagamento abbracciando l’innovazione tecnologica finanziaria renderebbe più veloci i pagamenti e più semplice il tracciamento e il contenimento dei reati finanziari, benché non manchino dubbi e perplessità sul suo utilizzo.

Tra le ragioni che hanno portato la Bce a ragionare su un euro digitale c’è indubbiamente contrastare lo sviluppo e il progressivo aumento in circolazione di criptovalute.

Quali sono allora le differenze tra euro digitale e criptovalute? Se l’utilizzo è così simile, perché non sfruttare direttamente Bitcoin, Libra o altre valute digitali già esistenti? Entrambe le domande trovano risposta nella loro natura: la gestione del Digital Euro, al contrario delle criptovalute, non è decentralizzata, lasciata cioè ad ogni singolo paese, in quanto il sistema verrà controllato da un’autorità centrale che è la Banca Centrale.

Di seguito due link per approfondire l’argomento: https://tech.everyeye.it/articoli/speciale-euro-digitale-avvicina-cos-e-come-funziona-vantaggi-52740.html https://www.metaprintart.info/i-mercati-e-la-vita-in-azienda/40187-moneta-digitale-cose-e-perche-dovrebbe-interessarci-tutti/

(Fonti: https://www.focusrisparmio.com/news/bce-euro-digitale-cosa-e-come-funziona; https://mondointernazionale.com/euro-digitale-perch%C3%A9; https://www.money.it/Euro-digitale-cos-e-come-funziona-arriva-nel-2021)

E-commerce, nuovo Eldorado

Per E-commerce si intende il complesso delle transazioni commerciali e anche delle piattaforme legate allo scambio di prodotti e servizi. Un modo di fare commercio che senza dubbio è sentito dagli imprenditori come un’opportunità in più per la loro attività, un nuovo Eldorado.

L’e-commerce così come lo conosciamo oggi non può essere certamente paragonato a quello degli albori – più o meno 20 anni fa – quando acquistare in Rete iniziava ad essere un’abitudine per i più smaliziati, per le differenti metodologie utilizzate e le rinnovate tecniche d’approccio.

Il fenomeno del commercio elettronico vide i suoi natali con le prime transazioni commerciali di metà anni Novanta allorché un impiegato dell’azienda americana NetMarket vendette a un amico un CD di Sting; successivamente avvenne la prima vendita online di una pizza. Di lì a qualche anno sarebbero nati Amazon ed eBay (1995), e poi Alibaba (1999), colossi attualmente ancora sulla cresta dell’onda del palcoscenico dei servizi e-commerce.
Nel frattempo, in quasi trent’anni la vendita tramite Internet di beni e servizi è cresciuta esponenzialmente, adattandosi all’evolversi dei tempi e alle esigenze dei consumatori.

Da una ricerca da parte dello studio Casaleggio Associati (2007), da sempre attento ai suoi sviluppi, che analizzava il primo decennio di andamento dell’e-commerce in Italia e in Europa, il nostro paese risultava essere il fanalino di coda nel settore tanto da parlare di ‘Eldorado latente‘, facendo emergere come l’ecommerce rivestisse allora una posizione marginale nell’economia del nostro paese.

Se già più di dieci anni fa il settore segnava una inversione di rotta cominciando ad assumere un peso via via crescente (per la verità in misura minore in Italia, maggiormente a livello europeo), il la ad una crescita sempre più dirompente si è denotato negli ultimi anni e in particolare dal 2020, pur essendo qua determinata da esigenze oggettive legate alla pandemia.

Fra il 2014 e il 2015 in particolare si colloca la chiave di svolta del settore con una incidenza sull’economia nazionale che ha raggiunto la doppia cifra, una crescita che si colloca controcorrente rispetto ad un PIL fluttuante.

Contestualmente, ecco allora che la rilevanza dell’argomento, dell’avere un negozio online, ha assunto una valenza strategica per qualsiasi impresa:
in corrispondenza allo stravolgimento delle consuetudini legato alla pandemia da Coronavirus che ci ha costretto a successive misure restrittive l’avere una vetrina su Internet è divenuto sinonimo di sopravvivenza per gli imprenditori.

Durante il lockdown, l’e-commerce è stato il principale, se non esclusivo, motore di sostentamento dei consumi, rendeendo meno amara la crisi delle vendite.

I dati sul commercio elettronico in Italia mostrano chiaramente come siano aumentati nel tempo gli acquisti da dispositivi mobile: il canale mobile conta poco meno del 50% del fatturato e-commerce.


Fra le varie tipologie di commercio elettronico, B2B (Business to Business) e B2C (Business to Consumer) i più comuni, grande rilievo sta assumendo in questi tempi il modello D2C, acronimo di ‘direct-to-consumer’ (diretto al consumo) sinonimo di commercio conversazionale. Si basa sulla vendita diretta al consumatore finale, controllando ogni aspetto dell’attività dalla produzione alla distribuzione dei prodotti. La potenza del commercio conversazionale sta nel porre il cliente (e la conversazione “diretta”) al centro del rapporto commerciale. In questo senso si parla di commercio conversazionale, ossia la vendita di prodotti o servizi attraverso conversazioni personalizzate. Un modello di business che colpisce nel segno in un periodo in cui i consumatori sono sempre più alla ricerca di autenticità e prossimità.

Se questo periodo di restrizione porta i grandi brand a rivedere i propri piani, quelli d2c hanno fatto passi avanti.

L’e-commerce si rivela essere al giorno d’oggi una strategia vincente per una realtà aziendale, a maggior ragione un tesoretto per le piccole imprese: è in ciò che sta l’essenza della Local SEO, con cui per definizione ha molto in comune verrebbe da dire (leggi commercio di prossimità) perché consiste sempre in un rapporto diretto fra commerciante e consumatore …

Di seguito, il Rapporto sull’E-commerce in Italia nel 2021. https://www.youtube.com/watch?v=Bkg0ZsSlYi4

(Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Commercio_elettronico, https://www.insidemarketing.it/glossario/definizione/ecommerce/, http://www.b2commerce.it/e-commerce-in-italia-un-eldorado-latente/, https://blog.osservatori.net/it_it/e-commerce-in-italia)

SEO, strumento innovativo per E-Commerce .. e TO

Se approccio e applicazioni della seo sono legati comunemente ai siti web commerciali, un nuovo ambito la lega ad un settore in fermento per gli ultimi accadimenti: seo e-commerce.

La crescita dell’e-commerce nel 2020

Ci siamo lasciati alle spalle un anno – il 2020 – particolare sotto diversi punti di vista che, aldilà dei diversi cambiamenti sociali che ha comportato, ha determinato un profondo “mutamento” anche in ambito strettamente economico: se fino adesso rappresentava solamente una soluzione alternativa per soddisfare le proprie necessità ed interessi, le abitudini degli italiani nei confronti dell’e-commerce hanno assunto in corrispondenza una sostanziale crescita: proprio a fronte delle misure restrittive imposte in quei mesi, sempre più aziende hanno intuito la necessità e la portata di essere presenti anche online con la propria attività. L’essere in grado di vendere online è ora un’esigenza innegabile per l’imprenditore, addirittura per “mantenersi in vita”. Questo balzo in avanti è certificato anche da un sondaggio condotto dall’Osservatorio E-Commerce B2C, team del Politecnico che s’impegna per un’analisi del mercato e delle soluzioni dell’eCommerce B2C, il ricorso agli acquisti online ha denotato un importante balzo in avanti facendo registrare un incremento del 79%.

Se le piattaforme CMS (Contet Management System) ci mettono a disposizione dei prodotti ad hoc per affrontare questa nuova esigenza, una prima opportunità ci viene offerta da Google, senza che parecchi se ne accorgano.

Svolta di Google

Dopo essere rimasta ferma sulle sue posizioni per 8 anni infatti, il 2020 ha segnato una svolta per il colosso di Mountain View che ha deciso di aprire alla ricerca gratuita sui prodotti (21 aprile 2020), sinora rimasta un accesso a pagamento, soluzione che va anzitutto ad aumentare il volume del traffico organico (cioè il traffico che arriva direttamente sul proprio sito) visto che l’accesso alla “vetrina” non è sottoposta ad alcun vincolo.

La svolta apportata da Google il 21 aprile 2020 tramite Google Shopping ha comportato come conseguenza una crescita di traffico organico (più traffico significa più vendite), scelta adottata anche per evitare di perdere quote di mercato nei confronti degli altri colossi, aderendo al modello ‘pay-to-play’.

L’apertura di Google Shopping ha creato una sorta di effetto domino: dare ai consumatori una gamma più ampia di prodotti fra cui scegliere significa un aumento del numero di ricerche e bisogni (soddisfatti). Da ciò discende una crescita della concorrenza e quindi di possibilità di potersi imporre sul mercato, favorendo gli advertiser di Google coloro che acquistano spazi pubblicitari sul motore di ricerca.

Google ha intuito di “doversi aprire a tutti” per offrire il prodotto ideale al cliente al miglior costo possibile (non devo più pagare per accedere alla sua vetrina di prodotti).

Per inserire i dati dei miei articoli in Google Shopping, in modo che li possa poi distribuire agli utenti, occorre essere iscritti a Google Merchant Center, piattaforma originariamente a pagamento ma ora gratuita e necessaria per esportare dal negozio online – seppur già esistenti – i dati corrispondenti ad ogni articolo presente affidandoli a Google tramite dei feeds. Questa soluzione è supportata anche dai CMS (in particolare, se ho un ecommerce già avviato posso disporre di tools appositi).

Alla ricerca di maggior visibilità e traffico per il sito

Tutte queste informazioni raccolte ed esportate dallo shop on line dunque tramite plugin o feeds e vengono affidate al motore di ricerca (es.  Google) per poter poi essere fruibili in modo da avere maggior visibilità e generare più traffico sul sito pur avendo un piccolo business. “L’azienda che riesce ad aver più dati è quella che riesce a vincere la concorrenza”.

L’implementazione è stata resa disponibile da ottobre 2020, Questi elementi quindi non devono mancare nella progettazione del sito ecommerce. Del resto essi sono già presenti sulla scheda del prodotto: i dati sono accorpati e mantenuti da Big G.

Benefici della Seo

Benefici dell’E-Commerce

In ambito ecommerce investire nella seo consente di abbassare i costi dei canali pubblicitari (Ads, Facebook Ads, Social Media, …). Diametralmente opposto al contenimento dei costi per la pubblicità è l’aumento del traffico organico. Inoltre, aumenta la brand awareness (quanto è conosciuta la marca dei nostri prodotti), facilitare la ricerca a coda lunga (indubbio aumento di ‘conversione’) e migliorare la User eXperience (per essa è inoltre previsto un aggiornamento da maggio 1 2).

Per un aumento de traffico organico (TO)

Come portare più traffico organico sull’ecommerce?

Se vuoi più traffico, devi iniziare a pensare come un motore di ricerca”: con questa massima si evidenzia che la pagina sia compresa dai motori di ricerca (tramite il passaggio degli spider). Più comprensibile è, migliore è il ranking.

Introduzione ai dati strutturati

Un indubbio aiuto al lavoro di scansione dello spider che passa le pagine del sito è svolto dai dati strutturati (‘la seo moderna’) possono aiutare. Permettendo una maggiore visibilità su un maggior numero di prodotti.

Ne discende che una maggiore visibilità  degli articoli determina più visibilità al negozio online e quindi maggiori possibilità di vendita.

Pensare come un motore di ricerca

Pensare come un motore di ricerca”: possiamo individuare alcuni elementi per assicurarsi che la propria pagina sia “compresa” dal motore di ricerca, e di conseguenza auspicare in un ranking più facile:

1 Avere un sito mobile-friendly. Considerando che ora la maggior parte delle persone utilizza dispositivi mobile per collegarsi ad internet, quando si progetta e sviluppa un progetto web dobbiamo ribaltare l’approccio: devo pensare alla mobile Experience (sito web Mobile-friendly). Costruendo un sito non devo pensare a come sia visto ‘in grande’, su desktop. Ma alla mobile experience; a maggior ragione per un sito e-commerce da zero devo ragionare in stile mobile experience.

2 Velocità di caricamento delle pagine: le persone esigono tempi rapidissimi nelle loro ricerche, per cui questo aspetto non può essere sottovalutato. Quindi importante lavorarci per avere un tempo di caricamento di 3-4 secondi.

3 Scegliere le parole chiave giuste (parole chiave più specifiche con un volume di ricerca inferiore possono generare più conversioni rispetto ad altre generiche: una keyword research più ampia è un must), nelle varie “sfaccettature” e sugli intenti di ricerca (i. navigazionale, i. informazionale, i. investigativo, i. transazionale).

4 Approfondire i contenuti sintetici. Evitare i contenuti scarni anche per un sito di e-commerce: mettere più informazioni che servono a spingere la pagina dell’articolo. Strategia necessaria e più che mai opportuna perché il prodotto ranki.

5 Inoltre, ottimizzare immagini e video: metterle in modo intelligente perché la pagina non diventi pesante ovvero lenta, quindi siano ottimizzate per non influire sul caricamento.

Ancora sui dati strutturati

L’introduzione dei dati strutturati facilita il lavoro allo spider che nel suo passaggio può in questo modo capire tutti i dati riportati. In questo modo lo spider trova tutti i dati necessari e utili sul prodotto, viceversa il mancato utilizzo non lo faciliterebbe.

I dati strutturati permettono di parlare la lingua dei motori di ricerca.

Ma quali sono i dati strutturati ? Essi rappresentano il ‘linguaggio naturale’ per parlare con il motore di ricerca.

Schematicamente, nella parte sinistra il codice tradizionale (sito) da cui il motore di ricerca è in grado di estrarre i dati (parte destra). Quello indicato (Google Structured Data Testing Tool) è il tool più raccomandato. Operativamente, basta inserire la url di una pagina (prodotto) in [TEST]. Un segmento di codice viene inserito nel siro e da esso il motore di ricerca è in grado di estrapolare tutti  dati relativi.

Da un codice complesso lo spider è in grado di estrapolare i singoli dati che è in grado di vedere (nome prodotto, immagini, ecc).

Per semplificare il lavoro di conversione – certamente non facile da leggere – si può fare ricorso a dei plugin.

Mettere i dati strutturati sui siti facilita il lavoro anche dei programmatori, chi sta dietro ai motori di ricerca. Tutti i dati strutturati ci aiutano a capire meglio le entità presenti in pagina.” (John Muller)

Le entità

Occorre introdurre un nuovo concetto:

Nel 2013 i gestori dei principali motori di ricerca si sono riuniti e hanno deciso di adottare un glossario globale che rappresentasse tutti gli oggetti reali ognuno dei quali deve essere convertito in un ‘oggetto’ comprensibile alla macchina.

L’entità rappresenta qualsiasi elemento presente nel mondo reale (persone, prodotti, luoghi, ecc), che il motore di ricerca è in grado di apprendere.

Più entità messe insieme fanno il Knowledge Graph.

Un Product Knowledge Graph è un a raccolta di tutte le entità dei prodotti di un magazzino. Se cioè ho un negozio online con 600 articoli ognuno di essi costituisce una entità e creano un Product Knowledge Graph.

Benefici di un Product Knowledge Graph:

1. Aiuta a vendere al di fuori del tuo e-commerce 2. Migliora la visibilità in termini di SEO 3. Permette di coinvolgere i clienti con contenuti immersivi, ovvero una modalità di fruizione a 360° dei contenuti scoprendone anche di nuovi.

Ma la grande novità per il 2021, annunciata nel novembre 2020, è che la Page Experience a partire da maggio 2021 sarà un fattore di ranking; tradotto l’esperienza utente arriva sul sito. Vale a dire verrà valorizzato come è facile caricare una pagina oppure quanto è facile muoversi da una pagina all’altra, quanto è facile comprare un prodotto da un e-commerce, ..

Possiamo concordare che l’avere pagine veloci è determinante per il cliente/consumatore che arriva sul nostro sito.

Conclusioni

Alla seo classica si accosta quella che è definita come agentive seo, la seo “potenziata dall’intelligenza artificiale” (‘seo moderna‘) su cui adesso più che mai è necessario investire (ora i motori di ricerca sono molto più intelligenti !).

I dati strutturati sono la soluzione perfetta per comunicare informazioni di un prodotto (sono di gran lunga migliori delle keywords): inserito il dato il motore di ricerca è in grado di estrapolare una mole di dati riguardo il prodotto.

[Fonte: https://kinsta.com/it/webinars/seo-per-ecommerce/]

AMP: tra velocità di caricamento e indicizzazione per pagine da mobile

La tecnologia AMP (Accelerated Mobile Pages, pagine accelerate per il mobile) è stata introdotta per aumentare la velocità di caricamento delle pagine internet da dispositivo mobile. Al giorno d’oggi, infatti, una discriminante essenziale per l’indicizzazione nella lista dei risultati dei motori di ricerca – e ancora prima nell’ottimizzazione di un sito, mobile nello specifico – è rappresentata dalla velocità di caricamento delle pagine che sposa la necessità di utilizzare dei temi responsive. Tecnica sviluppata in risposta all’introduzione dell’indice mobile-first (il quale va a “premiare”, a dar precedenza alla versione mobile dei contenuti di un sito ai fini della sua indicizzazione), inversione “di approccio” avviata ufficialmente da Big G da 5 anni (progetto Google AMP).

Da diversi studi si rileva che gli utenti abbandonano la pagina di un sito se non viene caricata entro 3 secondi: questo significa un’elevata percentuale di utenti persi. Proprio per questo motivo, l’implementazione di AMP può essere una scelta vincente e ottimale per quei siti che si occupano della fruizione di informazioni e quindi in particolare di contenuti testuali. Le pagine AMP sono il futuro dei blog aziendali.

Fermo stante il concetto di ‘mobile-friendly‘, il proclama ‘Mobile First al posto del Desktop First‘ ribalta e scombussola la primordiale concezione di progettazione e sviluppo di un sito web.

La presenza di pagine AMP su Google viene stigmatizzata tramite una sorta di lampo che richiama proprio la velocità di caricamento.

Ma in cosa consiste la tecnologia AMP ? Partendo da una Library Open Source, le AMP non sono altro che pagine fatte con gli stessi elementi di tutte le pagine tradizionali, quindi basate su HTML, CSS e Javascript, ma che presentano alcune restrizioni in base a regole e tags specifici, eliminando tutti i fattori che rischiano di rallentare il sito web e consentendo in questo modo un codice più performante e che poggia su script asincroni, caratteristiche chiave che contraddistinguono le pagine AMP e che servono a ridurre la velocità di caricamento dei contenuti statici: secondo questa modalità vengono cioè eliminati tutti quegli elementi che “rallentano” il sito, determinando così una considerevole riduzione del peso di una pagina e dunque del suo tempo di caricamento (statisticamente, le pagine AMP sono 4 volte più veloci rispetto alle pagine tradizionali).
Vista allora la loro natura, le pagine AMP sono sicuramente ideali e preziose per le testate giornalistiche e i siti di notizie in generale; meno necessarie per le pagine istituzionali di un sito (di per sè già veloce e performante). Ma non può essere applicato con altrettanto successo agli e-commerce, per cui sarebbero necessari ulteriori adattamenti al codice decisamente difficili da implementare.

Le pagine AMP privano l’utente di tutte le funzionalità aggiuntive legate alle animazioni e agli effetti speciali, per privilegiare una pagina pulita ed essenziale nell’aspetto, di modo che resti concentrato sui contenuti.

Le pagine mobili accelerate sono fondamentali per creare un’esperienza utente migliore e più veloce su internet mobile.

Dal momento del suo lancio, il progetto AMP ha ottenuto parecchie adesioni da parte di aziende, blogger e freelancer che avevano la necessità di snellire l’esperienza mobile. AMP permette una navigazione più armonica tra i contenuti editoriali.

Ci sono alcune caratteristiche chiave che contraddistinguono le pagine AMP e che servono a ridurre la velocità di caricamento dei contenuti statici.

La velocità di caricamento è uno dei fattori di Ranking più importanti. E’ opinione comune fra gli operatori che i principali vantaggi derivanti dalla loro implementazione sono un aumento significativo del volume di traffico organico e delle conversioni facilitate da esperienze mobile più veloci. Coloro che si occupano di SEO e di mobile SEO sono concordi nell’affermare che un sito web AMP ben strutturato abbia vantaggi in termini di traffico organico, engagement e ranking. Contrariamente alle dichiarazioni ufficiali di Google sin dai tempi del lancio del mobile-first index che negavano questa possibilità, verosimilmente qualche effetto pare possa esserci. Le pagine AMP riportano fondamentalmente l’attenzione sui contenuti dei siti web; le aziende che hanno scelto di implementare pagine mobile accelerate hanno riscontrato rilevanti incrementi di traffico in termini di ricerca organica.

Si rileva inoltre l’esistenza di una relazione tra utilizzo della tecnologia AMP ed aumentate performance su Google: il motivo può essere ricavato dal fatto che l’user engagement sui siti AMP è decisamente maggiore rispetto ai siti non AMP, e che le conversioni derivanti da esperienze mobile più veloci sono decisamente maggiori.

Per ciò, è possibile utilizzare un plugin AMP il quale, una volta installato, associerà ad ogni url una versione ‘/amp/’. Oppure ancora adoperare uno specifico editor che permette di gestire e personalizzare alcuni parametri per la versione AMP dei post/pagine. Inoltre, attivare Google AMP può aiutare a ridurre il carico di richieste ai server e migliorarne la performance. Google salverà una versione cache della pagina AMP e la mostrerà agli utenti su dispositivi mobili.
Condizione sine qua non, e quindi per trarne vantaggio, è comunque che si abbiano contenuti di qualità; l’implementazione cioè di pagine AMP non determina automaticamente un aumento di accessi al sito.

C’è una relazione tra AMP e ranking? Google può dare una priorità tra i risultati in SERP ai siti che utilizzano pagine AMP? Benefici potrebbero arrivare innanzitutto dal miglioramento complessivo delle performance del sito e dell’user experience da mobile, oltre che dalla maggior velocità di caricamento e di utilizzo. In aggiunta, si può ipotizzare che Google utilizzi come fattore di ranking anche una serie di segnali dell’user engagement, così come lasciano intuire i risultati delle implementazioni AMP.

Il rovescio della medaglia, vale a dire gli svantaggi di Google AMP: riduzione dei guadagni pubblicitari, statistiche meno dettagliate, limitazioni negli stili e negli script, migliore qualità del codice.

Per approfondimenti sull’argomento: https://blog.leevia.com/web-marketing/pagine-amp-cosa-funzionano-utilizzarle/

[Fonte. https://sos-wp.it/google-amp-wordpress/]

Digital tax: diverrà realtà ora ?

Digital Tax: da tempo, anche troppo, si propone di tassare anche le grandi aziende che operano nel settore digitale – finora esentate o per meglio dire protette -, senza che però le dirette interessate, ovvero Europa ed America in primis, trovassero un accordo.

L’ultimatum lanciato dalla UE a metà gennaio, poco prima dell’insediamento del neo presidente Joe Biden, secondo la quale il mancato raggiungimento di un accordo fra Europa ed America in materia di tassazione delle imprese operanti su Internet entro metà anno porterebbe l’Unione Europea ad agire in autonomia, pare ora dare i suoi frutti. Con il passaggio di consegne alla Casa Bianca infatti, al progetto congiunto fra OCSE e Unione Europea potrebbero appoggiarsi finalmente anche gli Stati Uniti che nel frattempo si sono dissociati dalla clausola che protegge i colossi digitali americani (Google, Yahoo!, Amazon, Facebook, ..) dall’imposizione fiscale. Un accordo sarebbe così possibile entro il prossimo G20 di luglio che si terrà a Venezia, la quale va a fissare delle aliquote di base e una ripartizione nei paesi ove operano.

Cos’è la scrittura creativa ?

Fare ‘scrittura creativa‘ è come preparare la pasta del pane quotidiano …. Come il fornaio inizia la sua giornata la sua attività lavorando una cospicua massa di pasta ben lievitata, così secondo me chi si approccia alla scrittura creativa deve cominciare dal grosso, da una varietà di riferimenti da cui attingere per arrivare all’elaborato finale, quindi selezionando le risorse trovate e ricavate dal web o da altre fonti.

Da qui inizia il vero lavoro della penna creativa: analizzare ciascuna fonte e da ognuna di esse estrapolare il succo, i passaggi che reputa importanti per la stesura del proprio articolo. Una fase questa che meriterebbe particolare attenzione, quella di un’attenta lettura dei “pezzi” per metterne in risalto i passaggi principali da riportare nel proprio. Una fase inoltre che il più delle volte non si riduce ad una sola lettura ma spesso ad una rilettura .. e rilettura delle fonti medesime, al fine di … ottenere il meglio per il risultato finale. A questo punto si arriva alla fase di “assemblaggio” ovvero riunire i vari pezzi evidenziati nella fase precedente, riunendoli in un discorso logico e scorrevole, che potenzialmente attiri l’interesse di chi legge.

Altra similitudine (più) lampante è quella dello scultore che si trova di fronte ad una grossa massa di roccia o legno da cui fare uscire una ‘opera’. Egli procederà così a lavorarla, a intagliare e sminuire, con appositi attrezzi fino a farle assumere la forma o il soggetto desiderato così come il creativo si appassiona con la stessa intenzione e le stesse finalità.

Per l’elaborato finale poi, alla stregua dei segreti dell’impasto del pane piuttosto che dello scultore, non possiamo evitare – quando possibile – di metterci pure la nostra opinione l’analisi critica, il nostro “sigillo di qualità” per un pezzo originale (si spera !!).


E’ doveroso un distinguo, porre una linea di demarcazione fra le due arti: la scrittura creativa si distingue dalla scrittura di qualità, ‘scrittura ottimizzata‘ dei testi (seo copywriting), perché nella prima abbiamo facoltà di (ri)scrivere testi ‘a mano libera’, nella quale possiamo cioè procedere a ruota libera, non è soggetta a regole o altro da rispettare, la seconda deve invece far riferimento ad un’altra arte, la SEO, che mira all’ottimizzazione dei testi, al rispetto e osservazione di determinate regole al fine di rendere il contenuto visibile al pubblico, oltre che di qualità, tramite alcuni accorgimenti nella formattazione del testo: uso del grassetto piuttosto del corsivo, o entrambi, eccetera, proprio per metterne in risalto i passaggi, le parole chiave, favorendone la visibilità ai bot: dunque uno step che va oltre l’unicità dell’articolo.

Mountain View: restyling su mobile per evidenziare i risultati

E’ degli ultimissimi giorni l’intenzione del colosso di Mountain View di apportare un restyling in chiave grafica su smartphone e dispositivi mobile in fatto di visualizzazione dei risultati di ricerca, una sorta di come-back in ragione di quanto ottenuto con gli attuali algoritmi, sposando cioé un look più accattivante che però aiuti l’utente a trovare in minor tempo e più facilmente ciò che sta cercando senza bisogno di dover scorrere più volte dall’alto al basso lo schermo dei dispositivi mobile.

Ciò viene realizzato massimizzando l’attenzione nella parte superiore del testo mediante l’adozione di una grafica che prevede un testo più grande con l’ausilio di un set di font nei risultati di ricerca.
I risultati trovati verranno visualizzati su un maggiore spazio adeguandoli alla dimensione orizzontale dello schermo del dispositivo mobile, con inoltre l’esplicita dichiarazione di utilizzare il colore per mettere in risalto le parti importanti degli stessi.

Il lancio del nuovo look è previsto per la fine del mese.

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