La “corsa del secolo” e il mito di Dorando

 

Cercare un vinto. Uno sconfitto, capace di scrivere la storia in luogo di un vincitore. Cercarlo, come l’ago in un pagliaio, e trovarlo. Ipotesi rara. Rarissima. Fu lo sport, agli inizi del Novecento, con un gerundio e una gara, ad offrirne possibilità. Il gerundio era ed è Dorando Pietri. La gara, la maratona olimpica londinese del 1908: la lunga corsa dal castello di Windsor verso la vittoria del piccolo uomo di Mandrio, l’ingresso, disfatto, il corpo liquefatto, la mente buio pesto, al White City, i cinque collassi nei trecentoventicinque metri finali, l’aiuto di Jack M. Andrew e di Michael J. Bulger, direttore e medico di gara, l’incerto passaggio sul filo d’arrivo sotto gli occhi commossi di Alessandra e quelli generosamente complici di Arthur Conan Doyle. E, appena prima di un’inevitabile squalifica, la foto. La sua foto, la più riconoscibile nella storia dello sport mondiale. Quell’arrivo, istintivamente evocante il mito di Filippide, l’uomo stramazzato a terra dopo aver annunciato la vittoria degli ateniesi di Milziade contro la marea persiana di Dario, soffocò tutto il resto della carriera di un grande atleta, dal 1904 al 1911, disseminata di successi, e di un’Olimpiade comunque destinata a segnare un’epoca. Cosa spinse, cento anni dopo, Elisabetta, un’altra regina – ignorando in pratica, salvo un contenuto inchino del capo, la lunga teoria di dirigenti olimpici internazionali accorsi a Windsor – a stravolgere il cerimoniale, a stringere tra le mani e ad accarezzare una coppa d’argento dorato, ad affidarla a un collaboratore perché ne venisse velocemente rinnovato lo smalto, a chiedere a sbalorditi emissari di un meraviglioso centenario, edificato a Carpi, pietra su pietra, dal cuore immenso di Ivano Barbolini, notizie e dettagli su quei momenti eccezionali del 25 agosto del 1908 in cui sul palco reale dello stadio, all’indomani dell’arrivo traumatico, risarcimento di una vittoria divenuta sconfitta, si incrociarono le mani e gli occhi di una donna e quelli di un intrepido corridore giunto da un’oscura località continentale… Testimone di un momento arcaico nato in forza di una foto e dei pochi metri di una superstite, tremolante celluloide, prodotto di un’estetica romantica volta ad identificare nell’episodio l’affrancamento e la sbalorditiva notorietà di un uomo povero e illetterato divenuto eroe, il mito di Dorando nacque lì, nel giro di ventiquattro ore, anche e soprattutto per le approssimazioni che da subito ne compromisero una immediata, corretta attendibilità storica, in bilico per decenni tra rappresentazione epica e racconto di provincia, e raramente provincia fu più provincia delle terre emiliane solcate da Secchia e Panaro. Al mito è in genere complicato applicare verità incontestabili. In realtà, vivendo di narrazioni, di fantasie, di retorica, di luoghi comuni difficili da rimuovere, di contaminazioni, di cedimenti romantici, di domande senza risposta, o peggio, di risposte arbitrarie, esso è spesso l’opposto della verità, al punto da offrire materia di studi psicanalitici, ivi compresa l’Italia, come documenta Il mito della nascita degli eroi, autore Otto Rank, filosofo e scienziato viennese, pubblicato nel 1921 a Nocera Inferiore per la Libreria Psicoanalitica Internazionale. Tuttavia, se nei secoli la prevalenza del mito sulla realtà ha costituito un processo pressoché immutabile, la progressiva crescita culturale e la trasparenza dei documenti hanno con il tempo reso meno vistose le differenze tra mito e realtà. Accadde per Dorando, quando la conoscenza con due pronipoti, a Genova Rosanna De Mitri, a Buenos Aires Franca Pontelli, permise il recupero di numerosi, inediti dettagli della sua biografia, agonistica e non, compresi il certificato di idoneità alla guida automobilistica rilasciatogli nel 1911 dal Genio civile di Modena, la tessera di iscrizione, risalente al marzo del 1921, numero 47.363, ai Fasci Italiani di combattimento, gli acquisti e le cessioni immobiliari, i clienti più illustri incontrati nel periodo ligure, la nomina a Cavaliere d’Italia e la Medaglia d’oro al Valore Atletico assegnatagli da Mussolini. Eccezionale nello scrivere la storia da vinto a differenza di John Hayes, statunitense, vincitore ufficiale, relegato ad un eterno anonimato, Dorando è dunque eccezionale anche nel dare credibilità al mito. Era accaduto una prima volta nel 1973, quando dall’impegno generoso di un ricercatore a nome Emanuele Carli e da una trepida ricerca effettuata tra pagine antiche custodite nella sede de La Patria, nell’Archivio comunale e nel Centro etnografico del Museo di Carpi, aveva preso vita una dignitosissima ricostruzione storica della figura di Dorando, a partire dal commovente telegramma spedito da Londra alle 20.35 del 24 luglio 1908, “Giochi olimpici corsa maratona vinta da Bonardo italiano. Grande entusiasmo”, parzialmente rettificato dieci minuti dopo: “Correzione. Corsa maratona vinta italiano Durando non Bonardo”. Ricerche successive, elaborate in vista delle celebrazioni del Centenario, provvidero poi a dare la massima visibilità al percorso umano e agonistico di Dorando Pietri. Malgrado le confusioni iniziali, la relativa vicinanza delle vicende che videro protagonista il personaggio rese dunque possibile che il passato divenisse in grande misura presente, e che fosse la storia, e non viceversa, a prevalere sulla leggenda. Si fece così luce sui tempi che videro la nascita e l’infanzia a Mandrio di Correggio, la crescita adolescenziale a Carpi a seguito della famiglia, le sue corse nelle soffocanti estati e nei temibili inverni delle pianure emiliane, la singolarità dell’incontro agonistico nella piazza dei Pio con Pericle Pagliani, le prime affermazioni in Italia e all’estero, l’incontro con Vittorio Emanuele III, l’entità, il trionfo e il valore incommensurabile e altrimenti irraggiungibile di una sconfitta, le trasferte transoceaniche, i rientri a Carpi, le incaute iniziative imprenditoriali, il matrimonio con Teresa Dondi, la stessa Teresina cui nel periodo del servizio militare era solito inviare messaggi amorosi celati sotto un francobollo, il trasferimento definitivo a Sanremo, i numerosi viaggi in Italia e all’estero, turista ovunque rispettato, a Parigi, a Londra, a Monaco, Berlino, Roma, Firenze, Venezia, Bologna, Verona, le frequenti visite nelle stazioni termali di Recoaro e Salsomaggiore, gli incarichi federali nella specialità che lo aveva visto a lungo protagonista, e la sicurezza sociale mantenuta integra fino alla scomparsa avvenuta nel 1942, in pieno conflitto mondiale, il 7 febbraio, a cinquantasei anni, per “emorragia celebrale e ictus asistolico”. Una scomparsa seguita dalla lettura di un testamento olografo, ventisette righe su carta intestata Dorando Pietri autovetture tel. 4-22: “Desidero che sulla mia tomba sia ricordata la mia vita di campione podista… Per i funerali mi rimetto alla pietà di mia moglie. Al posto dei fiori, sia fatta beneficenza… Prego chi mi assisterà di non dimenticarsi mi sia messa la camicia nera con la sciarpa di campione italiano”. Quando, nel 1984, ai Giochi di Los Angeles, la prova femminile fece ingresso ufficiale nei programmi olimpici, quando Gabriela Andersen-Schiess, svizzera, trentanove anni, le membra ridotte ad un manichino disarticolato, compì in totale disidratazione e a rischio di esito letale gli ultimi metri della gara, evocare Dorando fu, da parte d’ognuno, automatico. E il mito del piccolo emiliano, gigante della cultura popolare esaltato all’ingresso di Carpi dalla mirabile scultura costruita dalla mano rinascimentale di Dino Morsani, confermò, una volta di più, la sua eternità.

 

Pubblichiamo questo ricordo ad opera di Augusto Frasca (“osservatore di sport”, come si definisce, firma di punta in Corriere dello Sport, Guerin Sportivo, Tempo, già capo ufficio stampa della Fidal, e per quanto ci riguarda autore della più bella e completa monografia su Dorando, nel 2008), proprio nei giorni in cui la Maratona d’Italia annuncia il suo forfeit. Nelle miserie presenti, fa bene ricordarsi dei tempi felici. [F.M.]

 

(tratto da www.podisti.net, 15 settembre 2017)

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