La preghiera di Papa Francesco «Resta aperta la porta della misericordia. Giubileo non finisce»

(lunedì 21 novembre)

Papa Francesco chiude l’anno della Misericordia iniziato l’8 dicembre 2015 e invita a «riscoprire la centralità del Vangelo»

 

CITTÀ DEL VATICANO – «Quante volte, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio». Francesco ha pregato in silenzio, si è avvicinato al portale di San Pietro, ha chiuso la Porta Santa che aveva aperto l’8 dicembre 2015 e con essa l’Anno Santo della Misericordia.

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Il senso del Giubileo

E ora è come se ricapitolasse il senso del Giubileo che in realtà aveva voluto aprire il 29 novembre dell’anno scorso, nel Centrafrica in guerra civile: Bangui e la sua cattedrale come «capitale spirituale» di un mondo afflitto dal «virus dell’inimicizia», ciò che ha più volte definito la «terza guerra mondiale combattuta a pezzi». Francesco ha voluto invitare la Chiesa a «riscoprire il centro, ritornare all’essenziale» del Vangelo,  e nella piazza gremita sillaba: «La misericordia, portandoci al cuore del Vangelo, ci esorta anche a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio; a trovare il nostro orientamento solo nella perenne e umile regalità di Gesù, non nell’adeguamento alle precarie regalità e ai mutevoli poteri di ogni epoca». Ecco perché il Giubileo non è finito, non deve finire: «Anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza».

Il vero potere

Più di 22 milioni di persone hanno attraversato la porta santa di San Pietro durante il Giubileo, una cifra enorme considerando che il Papa aveva deciso che non si concentrasse tutto a Roma e venissero aperte più di diecimila porte sante in tutte le diocesi del mondo. Nessun grande evento, niente spettacoli. Il Papa ha voluto un Giubileo sobrio: «Tanti pellegrini hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore». Francesco ha voluto che l’Anno Santo si chiudesse, oggi, nel giorno che per la Chiesa è la «solennità di Cristo Re dell’Universo». La sua riflessione è intorno al senso di questa regalità: «Cristo appare senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete». Qui sta ciò che il Papa indica alla Chiesa: «La grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa. Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta. Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura».

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La tentazione più terribile

Di fronte a questa «regalità paradossale», ci possono essere tre possibili reazioni che Francesco riassume con tre immagini. La prima è il «popolo» che «stava a vedere», la tentazione di stare lontani: «È lo stesso popolo che per le proprie necessità si accalcava attorno a Gesù, ed ora tiene le distanze. Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile. Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi…». La secona immagine, il gruppo che nel Vangelo comprende «i capi del popolo, i soldati e un malfattore», rappresenta la tentazione più grave: «Tutti costoro deridono Gesù, gli rivolgono la stessa provocazione: “Salvi se stesso!” Tentano Gesù, come fece il diavolo agli inizi del Vangelo, perché rinunci a regnare alla maniera di Dio, ma lo faccia secondo la logica del mondo: scenda dalla croce e sconfigga i nemici! Se è Dio, dimostri potenza e superiorità! Questa tentazione è un attacco diretto all’amore. “Salva te stesso»: non gli altri, ma te stesso. Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo». La tentazione di «cercare le appaganti sicurezze offerte dal mondo», «scendere dalla croce»: mirare al potere e al successo.

Il malfattore

La terza immagine è quella del malfattore crocifisso che dice: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È l’atteggiamento indicato dal Giubileo, spiega Francesco: «Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: “Oggi con me sarai nel paradiso”». Qui sta il senso dell’Anno Santo, la porta che resta aperta: «Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza».

(tratto da www.corriere.it, domenica 20 novembre)

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