1815-2015: Bicentenario della nascita di don Bosco – seconda parte

L’operato di don Bosco ebbe anche una dimensione missionaria.

Fondato il gruppo dei Cooperatori, considerati come i «Salesiani Esterni», nel 1875 partì la prima spedizione missionaria per l’Argentina, terra della grande emigrazione italiana dell’Ottocento. La presenza dei missionari era stata richiesta dall’arcivescovo, Mons. Aneiros: informato dal console argentino Giovanni Battista Gazzolo sul lavoro dei Salesiani, egli propose a Don Bosco di accettare la gestione di una parrocchia a Buenos Aires ed un collegio di ragazzi a San Nicolás de los Arroyos. Don Bosco accolse la richiesta. Con una solenne celebrazione nella Basilica di Maria Ausiliatrice, in Torino, il giorno 11 novembre 1875 prese avvio la prima spedizione missionaria salesiana. Guidati da don Giovanni Cagliero, i missionari di don Bosco si imbarcarono dal porto di Genova il 14 novembre 1875. A Buenos Aires si insediarono in una parrocchia per emigrati italiani.

La seconda spedizione, giusto un anno dopo, il 14 novembre 1876, portò a sbarcare un altro gruppo di salesiani. Li guidava don Francesco Bodrato. Con loro venne aperta, sempre a Buenos Aires, una scuola di arte e mestieri, dove si formavano sarti, falegnami, legatori. Altro personale arrivò con la terza spedizione missionaria nel 1877. Questa volta, insieme ai Salesiani, arrivarono le prime Figlie di Maria Ausiliatrice, guidate da Suor Angela Vallese.

Il sogno di don Bosco per l’Argentina mirava tuttavia alla Patagonia. Dopo anni di attesa, nel 1879 si presentò l’occasione. Il Governo argentino affidò al generale Julio Argentino Roca la spedizione militare il cui obiettivo era la “conquista del deserto”. Mons. Espinosa, vicario di Buenos Aires, e i salesiani don Giacomo Castamagna e il chierico Botta accompagnarono l’esercito come cappellani. Venne così avviata la missione in Patagonia. La prima opera salesiana fu Carmen de Patagones. Più tardi venne aperta Chos Malal, quindi Bahía BlancaJunín de los Andes e gradualmente le altre case.

Grandi missionari, come don Milanesio e don Fagnano, dedicarono impegno e creatività pastorale a questa generosa terra e ai suoi abitanti, soprattutto gli indio delle pampa. Nel 1884 don Cagliero venne nominato vicario apostolico della Patagonia settentrionale e centrale e ricevette la consacrazione episcopale il 7 dicembre dello stesso anno.

L’azione missionaria sognata da don Bosco cominciava a dare i suoi frutti ecclesiali.

Dopo gli inizi, comprensibilmente faticosi, con l’entusiasmo crebbe anche la consistenza dei figli di Don Bosco in Argentina. Al lavoro in questa terra sono tanti i Salesiani che hanno legato il loro nome scrivendo pagine straordinarie di evangelizzazione e promozione umana.

Nella cultura del paese sudamericano si trova traccia dell’importanza dei salesiani nel tango “Cambalache” (“bottega di rigattiere”), scritto e musicato nel 1934 da Enrique Santos Discepolo: il testo accosta don Bosco a figure positive come lo sportivo Primo Carnera e l’eroe nazionale argentino José de San Martín.

 

Esiste un legame antico e innegabile che unisce inequivocabilmente i salesiani e il gioco, il coinvolgimento dei ragazzi. E’ difficile pensare ai salesiani di Don Bosco e non al loro coinvolgimento nel gioco con i giovani.

Nella sua missione, don Bosco seppe scoprire e valorizzare la forza comunicativa ed educativa insita nel gioco.

Nella figura di S. Giovanni Bosco riconosciamo l’abilità di stare con i ragazzi nel loro momento di aggregazione più naturale: il gioco. In lui si può denotare la capacità di essere allo stesso tempo soggetto attivo e passivo nel gioco, riconoscendone le potenzialità comunicative; è questa una caratteristica fondamentale di Giovanni: non cioè un ragazzo che assiste passivamente al divertimento ma anzi che si getta nella mischia con entusiasmo.

Giovanni si fece paladino dell’importanza del momento del gioco nel programma di formazione del giovane; attraverso cioè semplici esperienze, anche semplicemente quelle quotidiane, si passa ad una specializzazione delle stesse nelle quali il fanciullo si identifica e magari denota un maggiore slancio.

Verosimilmente, la sua personalità si differenzia dagli altri Santi proprio nella valorizzazione del gioco come strumento educativo e di crescita.

E’ per questo che si può dire che “Il gioco libera la gioia”, cogliendo proprio in certi suoi aspetti la spontaneità del ragazzo.

Al gioco si riconosce la capacità di far riposare la mente e al tempo stesso di mettere in esercizio e sviluppare forze corporali; accanto a questi valori, poi, ci sono quelli dell’incontro con gli altri: la buona educazione, la capacità di collaborazione, l’amicizia, la generosità, tutte qualità da sviluppare e arricchire col tempo.

Nella definizione dell’oratorio festivo secondo la scuola salesiana si trova il riferimento al cortile come luogo privilegiato di educazione: l’oratorio si regge infatti sul gioco e sulla verità intrinseca nella fede, dunque interdipendenti. Don Bosco dice: “Lo scopo dell’oratorio è di intrattenere i giovani nei giorni di festa con piacevole e onesta ricreazione, dopo aver assistito alle sacre funzioni”. Catechismo e gioco sono poi due punti fermi della sua dottrina, l’Oratorio Festivo. Dal momento che questi due elementi li si trovano un po’ dappertutto nelle sue iniziative è un po’ impensabile concepire una scuola salesiana sprovvista di iniziative ricreative e sportive.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *