WordPress: l’importanza del campo tag

Oramai WordPress è il CMS per autonomasia – verrebbe da dire -, dimostrandosi facilmente gestibile da chiunque.
Se la sua dashboard (“scrivania”) è il “contenitore”, essa ci presenta direttamente i “pilastri” su cui si basa il CMS in considerazione detti campi (anzitutto la possibilità di tornare da qualsiasi punto ci troviamo alla ‘Home’, lo stato iniziale, articoli, media, galleria, pagine, aspetto, utenti, impostazioni, i plugin installati, …).

In particolare, posizionandoci sula palette ‘Articoli’ possiamo accedere alla relativa sezione che ci permette di visualizzare l’archivio vero e proprio, la lista completa  degli scritti,  come pure inserire nuovi contenuti.
Quali dei diversi campi siano visualizzati sulla pagina che abbiamo di fronte viene gestito invece dalla sezione ‘Impostazioni’, richiamabile sempre dalla dashboard iniziale (basta scorrere la barra laterale sinistra), e visualmente da un pulsante Impostazioni schermata che si trova  in alto  a destra della pagina iniziale ‘Bacheca‘ tramite cui possiamo decidere quali visualizzare, toglierne o aggiungerne di nuovi in base alle nostre esigenze. Troviamo così ‘Autore’, ‘Categorie’, ‘Hits’ – visite -, ‘Tag’, ‘Word’ – conteggio parole -,  ‘meta description’, …

Non tutte ci risultano chiare ad una prima occhiata e in particolare la nostra attenzione si ferma sulla voce ‘Tag’.
 Forse inconsciamente, la griglia così ottenuta e la disposizione degli elementi che noi scegliamo ci danno la possibilità di ‘spremerlo’ traendone il massimo vantaggio … in termini di visibilità !
Infatti, perché i contenuti che pubblichiamo periodicamente sul nostro blog trovino poi un buon riscontro in termini di posizionamento in serp, non è sufficiente ‘saper scrivere’ per poi  pubblicare dei nuovi contenuti.
A tal fine, si può dunque concludere che ci sono diversi accorgimenti che devono essere presi in esame e “capiti”, elementi che possono fare la differenza tra un blog che funziona e uno che arranca.
Per il CMS WordPress una importante funzione in questo senso è svolta dai tag. 
Il termine tag (: etichetta) sta ad indicare delle parole chiave che andiamo ad inserire in ogni articolo che scriviamo e andiamo a pubblicare. Se ai ‘non addetti’ l’importanza di questi elementi può sembrare poco rilevante, al contrario i tag si rivelano di fondamentale importanza affinché gli articoli che produciamo vengano trovati facilmente dagli utenti e dai motori di ricerca.
I TAG individuano le parole chiave, i termini correlati con il soggetto principale dell’articolo che abbiamo scritto, ciò di cui cioè si parla (mettere in evidenza elencandole le parole chiave del contenuto pubblicato è uno stratagemma per far capire l’argomento che è al centro del testo medesimo).

Per inserire i TAG in un articolo su WordPress bisogna inserirli manualmente dall’apposita sezione che si trova sulla destra, sotto le categorie.


Una volta inseriti i TAG per “etichettare” l’articolo appena scritto, avremo dato una notevole marcia in più al nostro pezzo. 
Bisogna fare attenzione nella scelta dei TAG da inserire, cercando di puntare solo su quelli che riescono a specificare il contenuto del post, senza eccedere.

 

Wp ci dà la possibilità d inserire nuovi tag per valutarne il possibile successo in termini di posizionamento della pagina, senza cioé attribuirli subito all’articolo.
L’ operazione è semplicissima da fare, basta cliccare nel comando TAG che si trova come sottosezione della sezione Articoli.

 A questo punto, ci troveremo nella pagina apposita dove poter creare un nuovo TAG, per valutare i risultati che da esso ne possono conseguire.

Nella videata, sotto la lista dei TAG più che abbiamo utilizzato troviamo l’apposita sezione ‘Aggiungi nuovo TAG’

Non dovremo far altro che inserire nella sezione Nome il nome del nuovo TAG da aggiungere. Nella barra Slug andremo a inserire l’url del TAG che vogliamo creare, inserendo /tag/nuovo-tag all’indirizzo base del blog.

Se il blog si chiama blog.example.it, e vogliamo inserire come TAG la parola SERVIZI WEB, nella sezione Slug dovremo riportare l’url in questo modo: blog.example.it/tag/servizi-web.

Facoltativamente, si può inserire poi una breve descrizione, quindi andiamo a cliccare sul pulsante azzurro Aggiungi nuovo TAG.

Automaticamente, il nostro nuovo termine va ad aggiungersi a tutti quelli già inseriti nei nostri articoli. Decideremo poi in futuro (a seconda dell’eventuale successo) se trasformarlo in una vera e propria Categoria oppure se eliminarlo del tutto.

Cosa sono i KPI

(martedì 22 maggio)

PPC, CTR, Rank, frequenza di rimbalzo, conversion rate, Organic Search, Paid Search, …, KPI: il mondo della SEO ha introdotto nuove sigle, indici di settore, comprensibili (a meno di ricerche “volatili”) da chi con la SEO o campi attinenti ha a che fare.
Per chi si avvicina casualmente a questa sfera – come inizialmente successo a me – queste sigle suscitano curiosità ….. fino a conoscerne (perlomeno !) il significato ! …
Se la definizione per gli addetti ai lavori è abbastanza semplice e scontata, non per tutti i committenti vale lo stesso ! …
Si sta parlando ovviamente di indicatori. Se però alcune di queste sigle sono univoche, individuano “nero su bianco” un parametro preciso (), altre accolgono ‘sotto il loro ombrello’ diverse sfaccettature di uno stesso ambito che si vuole misurare.
L’acronimo che raccoglie queste ultime è il KPI. KPI è l’acronimo inglese di Key Performance Indicator, ovvero sono definiti come gli indicatori chiave di prestazione; bisogna pensare ai KPI come a degli indici numerici che forniscono dettagli importanti sulle performance e sull’andamento di un qualunque processo o attività aziendale.

Tutti i KPI devono essere sempre legati a degli obiettivi che ci si propone di raggiungere e vanno definiti in anticipo, nello stesso momento in cui si crea la strategia.

Il planning di qualsivoglia progetto di web marketing, è pertanto buona norma definire insieme al cliente cosa sono i KPI e quali quelli più importanti da tenere sotto controllo: sono questi che ci dicono se la strategia di web marketing è stata impostata correttamente.

Per approfondimenti:

Cosa sono i KPI – Key Performace Indicator

Guida ai KPI: significato, definizione, tipologie ed esempi pratici

KPI – Key Performance Indicator

Cenni di SEO semantica

(giovedì 17 maggio)

Con l’avvento degli anni Duemila, i Search Engine erano molto più semplici di quelli odierni, in quanto studiati per analizzare il significato del testo o delle parole e si limitavano ad applicare regole ‘preconfezionate’, dando in questo modo maggiore peso alle parole chiave e al loro posizionamento nel testo o nei tag html.

Successivamente i motori di ricerca adottarono un perfezionamento dei propri algoritmi: ci si rese conto infatti che le keywords non erano più sufficienti ad ottenere risultati di qualità poiché a fronte si faceva riferimento a regole facili da “smontare” nella loro complessità. Si cominciò a parlare di spam engine.

Sorse dunque l’esigenza di andare oltre all’analisi delle kw per provare a comprendere il significato “intrinseco” delle parole. Per rispondere a questa esigenza verosimilmente sempre più stringente si svilupparono degli algoritmi cosiddetti semantici (modelli matematici che consentono di individuare un punteggio di pertinenza di un determinato documento per una query di ricerca dell’utente) unitamente all’implementazione di contenuti che, in quanto pertinenti alla ricerca, potessero corredare la “ricerca secca”.

Ci si accorge così che è possibile creare delle “relazioni” fra i vari elementi chiamate “entità” (l’entità rappresenta qualcosa – luogo, persona, brand – che consente alla macchina di capire il significato dei contenuti pubblicati e conseguentemente di integrare la lettura con informazioni di contesto – correlate -), presentandoli non più in maniera gerarchica ma organizzandoli come aggregati basati sul valore semantico: ecco, un insieme di relazioni basate su un grafo.

In questo modo si possono estrarre informazioni aggiuntive relative anche al di fuori della pagina web in considerazione del contesto (insieme di informazioni e dati strutturati che circonda la ricerca). E’ così che si comincia a parlare di SEO semantica, volta cioè a far capire al motore di ricerca di cosa si sta parlando, realizzando un passaggio da dati non strutturati (propri del linguaggio) a dati strutturati (comprensibili dalle macchine).

Si parla di campo semantico delle parole (insieme di tutte le parole pertinenti con quella data, dove la pertinenza è espressa da un legame di appartenenza della parola stessa) per indicare insiemi di vocaboli che hanno un legame con la parola in oggetto, permettendo al search engine di cogliere il significato di una parola o di una frase ragionando così sul suo contesto.

Un primo tentativo di algoritmo semantico, peraltro abbastanza efficace, è stato l’algoritmo LDA il quale si basava sul concetto di gruppi di Topic (insieme di termini “pertinenti”) finalizzati a “snellire” la varietà di documenti su cui andare poi a fare la ricerca ‘ultima’: in funzione di una propria query di ricerca esso risponde con un valore numerico compreso in un certo range (‘indice di pertinenza’) con cui indica quanto ogni singolo risultato sia pertinente alla ricerca effettuata. A meno della definizione di un “word space” (‘ventaglio’ di parole) l’apprendimento di un algoritmo LDA andrebbe avanti ‘senza soluzione di continuità’ generando risultati via via sempre meno attendibili.

 

Grazie ad algoritmi semantici Google, analizza e classifica le pagine ed i contenuti del web.

Una potenzialità della seo semantica è la disambiguazione, cioè è in grado di scandagliare le varie sfumature di significato che può assumere la parola ricercata, ricerche poi correlate nel grafo di ricerca.

 

L’efficacia degli algoritmi semantici finisce, o perlomeno viene limitata non producendo risultati attendibili, da problemi di polisemia (parole che hanno significato diverso in contesti diversi) che di conseguenza alterano in molti casi l’output. Anche il fornire pagine web con argomentazioni fuorvianti (la sorgente dell’informazione è ricca di “rumore”) rispetto all’argomento principale (racconti personali, commenti dei lettori, snippet di testo di articoli correlati che sporcano il contenuto) porta ad avere un documento ricco di testo extra che ne diminuisce la rilevanza anche se, magari, il contenuto è il migliore in assoluto. Ad ogni modo queste problematiche sono notevolmente ridotte quando tali algoritmi lavorano su settori verticali (es. vLex, Yummly, Zaptravel).

 

Da circa 5 anni fa, per migliorare il markup delle pagine web creando un formato standard dal quale attingere dati, l’impegno di Google ed altri motori di ricerca, al fine di organizzare le informazioni e renderle universalmente accessibili e fruibili, é orientato a trovare meccanismi che permettano di meglio comprendere i contenuti esistenti; i motori di ricerca stanno diventando delle vere e proprie learning machine, e pertanto occorre cercare di semplificare il processo di comprensione. Ci sono diversi elementi utili a tale scopo, e probabilmente il principale è oggi l’uso del markup semantico che si realizza mediante lo sviluppo di un “vocabolario” che possa permettere la marcatura semantica HTML delle pagine web. Il risultato è stato Schema.org,

un sito nel quale si può trovare tutto il necessario per marcare in modo appropriato i propri contenuti. Schema.org unitamente all’adozione dei Microdati (metadati) consentono ai motori di ricerca di comprendere le informazioni presenti in modo da fornire risultati più completi nelle SERP.

 

Ma perché la SEO diventa semantica ??

Nel 2012 Ray Kurzweil viene assunto in Google con la mission di studiare la comprensione del linguaggio naturale. In questo modo, Google si avvicina all’IA (Intelligenza artificiale): si passa in sequenza dal ritrovamento di informazioni “aggiuntive” a come viene impostata la ricerca alla possibilità di comprendere la lingua utilizzata nelle pagine indicizzate e introdurre dei servizi informativi per l’utente.

 

Breve excursus sullo sviluppo dell’algoritmo di Google : nell’ultimo ventennio si è assistito ad un perfezionamento sempre maggiore degli algoritmi di calcolo passando da Hummingbird, RankBrain , ‘AI First’. Hummingbird è la revisione completa più importante e miliare capace di interpretare l’intento di ricerca nascosto dietro le richieste; RankBrain è in grado di fornire pagine attinenti (Intelligenza Artificiale di Google) con cui è in grado di approfondire maggiormente il sistema di conoscenza/intenti e fornire risposte per ricerche “disgiunte” (‘disambiguazione’, vedi sopra) nel senso che è in grado di riportare contenuti vicini anche se non espressi direttamente dall’utente;  ‘AI First’: il SEO di Google imposta una nuova visione che sposta lo strumento da semplice focus di reperimento informazioni al ritrovamento di servizi, informativi e di assistenza (tramite ‘Google Assistant’).

A fine estate del 2013, Google ha annunciato un nuovo aggiornamento algoritmico: Hummingbird.

A differenza dei precedenti algoritmi  Panda e Penguin, che possono essere visti come “revisioni” di un vecchio motore, con il suo annuncio a fine estate del 2013, Hummingbird è il motore nuovo di zecca, orientato a presentare i risultati in un modo completamente diverso rispetto al passato. Lo sforzo di Google è quello di concentrarsi sulla fase di comprensione delle ricerche. Ciò faciliterebbe le fasi successive, limitando il numero dei documenti indicizzati che vengono consultati per mostrare i migliori risultati possibili. Questa maggior attenzione alla fase di comprensione significa anche una maggior attenzione al contesto della ricerca, a come i concetti appaiono nei documenti e a come sono in relazione fra loro.

 

L’arma migliore è organizzare la conoscenza, quello che ad ora il motore di ricerca sa fare meglio: lo fa attraverso un grafo (‘Knowledge Graph’), collegando cioè le informazioni con grafi per aiutare il motore di ricerca ad interpretarle correttamente.  

 

 

 

 

 

 

La gara ora si sposta dal terreno delle keyword al terreno della semantica, dei significati: le entità sono le nuove keywords.

La varietà di dispositivi oggi utilizzati per connettersi alla Rete, rappresenta un ulteriore fattore determinante. PC, portatili, smartphone, tablet, televisori, hanno ognuno un metodo diverso di input, che va dal digitare una parola ad effettuare una richiesta vocale.

Se una volta la query-tipo era[ristoranti a Milano], oggi è diventata molto più specifica, come [dove andare a mangiare cibo indiano a Milano], o [qual è il posto migliore per mangiare cibo indiano a Milano]. Un esempio per constatare che i motori di ricerca han capito che lavorare sulle singole parole chiave non era sufficiente; hanno invece bisogno di capire come i dati sono correlati, sia all’interno dello stesso sito che nell’intero web. E’ questo il cambiamento più importante all’interno della search: il passaggio da parole chiave ad entità. Le parole diventano concetti, e i motori di ricerca evolvono in macchine in grado di apprendere.

 

Due sono i concetti fondamentali da cui ha preso origine la seo semantica: intento e contesto. L’intento parte dall’utente, il quale dichiara (più o meno) esplicitamente cosa sta cercando. E il contesto, che potrebbe essere inteso come tutto ciò che “circonda” una ricerca e la fa andare in una certa direzione, ovvero le dà un senso.

Collegando intento e contesto, i motori di ricerca sono in grado di comprendere le diverse query.

Il contenuto principale può essere pensato come un ombrello sotto cui stanno le diverse entità.

    

Puntare su blog o sito web ?

(venerdì 30 marzo)

Una domanda che risuona tanto come il detto: ‘E’ nato prima l’uovo o la gallina?’.

Ovvero, nella fattispecie, è meglio aprire un blog o un sito web ? In effetti si tratta di due prodotti simili, stessa origine ma con sfumature diverse !

Se prima, esaltando uno sviluppo strutturale del codice, si puntava direttamente alla soluzione del ‘sito web statico’, allora la soluzione più pratica se non l’unica per farsi notare online.

Poi, con i primi anni Novanta, è iniziato il sopravvento del prodotto ‘blog’, soluzione più automatica e “dinamica” nel settore, strumento ideale per l’inbound marketing, “bacchetta magica mediante cui si realizza il content marketing  (contenuti utili, questa è la logica. Il blog diventa approccio preferito da tanti esperti di inbound marketing) e per tracciare una leading.

Da qui, la domanda ‘sorge spontanea’: meglio un blog o un sito web, anche con un’occhiata al posizionamento in Serp ?

Prima di mettere sulla bilancia i due strumenti, occorre definire cos’è l’uno e cosa l’altro. Un blog è un progetto web che nasconde due potenzialità: pubblicare periodicamente degli articoli, dei nuovi contenuti e allo stesso tempo aprire a commenti o interventi del pubblico, degli utenti che mostrano un “intento di ricerca” (da cui ottenere la fidelizzazione del pubblico). Per creare un blog solitamente si usa un CMS (Content Management System), soluzione ideale per ottenere in pochissimo tempo un progetto performante e in linea con i principi del blogging.

Ma “il blog” non deve essere pensato come un traguardo dell’informatica a sè stante. Infatti, il ‘sito web’ va considerato il genitore del blog (lo stesso si può dire per un e-commerce o un forum) ma in questo caso si guarda ad un concetto di “sito web statico”, cioè che non prevede aggiornamenti. Questo è l’elemento caratterizzante del sito web: esso viene pubblicato e non va avanti, non prosegue la sua attività con aggiornamenti. Le persone non trovano contenuti extra e non vengono generati articoli.

Approfondimento: come creare un blog di successo

 

La differenza tra sito e blog è allora sostanziale. Col primo, solitamente riconducibile a un lavoro di poche pagine, si bada a creare una presentazione dell’attività/servizi e l’interesse per il posizionamento ai fini di una ricerca web è relativa; nel secondo, fermo stante il prodotto, mediante l’ausilio di determinate tecniche di scrittura, contenuti che vengono aggiornati e ottimizzazione SEO si vuole anche puntare al miglior piazzamento possibile per il sito in modo da renderlo appetibile.

 

Si è citato prima l’inbound marketing come risultato principe di una attività di blogging. Concretamente, può essere descritto come un processo definito da un funnel simile a quello riportato sotto e che porta il pubblico a raggiungere la landing page del sito tramite un lavoro “certosino” che attira proprio grazie ai contenuti, l’anima di un blog: quindi, se mancano quest’ultimi è difficile procedere.

Diamoci i title giusti

(venerdì 23 marzo)

Il meta tag title assume un ruolo cruciale nella realizzazione di un articolo e in generale di una pagina web. Infatti, è necessario discernere e “soppesare” con particolare attenzione le parole da utilizzare nei vari punti in cui esso deve apparire. Proprio per dare differente “peso” laddove inserito nell’articolo, secondo le regole HTML il tag <title> è “preformattato” in 6 dimensioni, da h1 – la più grande – ad h6 – la più piccola; questa diversificazione torna estremamente utile per l’ottimizzazione SEO della pagina: <h1> verrà così utilizzato per il titolo principale, <h2>/<h3> per i sottotitoli/sezioni e così via .

Inserito nella sezione <head> a livello di codice, va anzitutto ricordato che il tag definisce il titolo HTML che viene attribuito al documento/pagina, e che viene visualizzato nella ‘tab’ – la barra in alto – del browser, nonché nella serp di Google e nelle preview degli eventuali link social.

Il tag title è un elemento determinante per l’ottimizzazione di una pagina web perché ha un forte impatto sul posizionamento. Esso comunica a Google l’argomento principale della pagina, e pertanto assume particolare importanza in termini di SEO on page.

Occorre scegliere bene le keywords da inserire al suo interno. Per questa sua funzione, è opportuno scegliere un tag title efficace; un titolo cioè che non sia solo attrattivo per l’utente ma che sia finalizzato anche al SEO copywriting ovvero ad adoperare al suo interno le keyword trovate per ottenere un tag title persuasivo capace di attirare l’attenzione di chi legge.

 

E’ possibile definire un ‘prontuario’ per scrivere e poi inserire meta title in un articolo

Il meta title è fondamentale, questo è un punto chiaro. Cosa deve allora fare il “buon” blogger per usare, nel miglior modo possibile, questo contenuto strizzando l’occhio alla SEO optimization ? I punti importanti da non trascurare in questo senso sono:

  • Usa le keyword più rilevanti per quella pagina.
  • Non superare i 65 caratteri (circa) altrimenti Google taglia.
  • Inserisci un tag title diverso per ogni pagina.
  • Le keyword a sinistra hanno più rilevanza.
  • Niente termini generici tipo Home o Untitled Document nelle intestazioni.
  • Non fare keyword stuffing.

 

Scegliere un buon tag title non è facile perché si devono conciliare le esigenze del motore di ricerca con quelle degli esseri umani.

 

 

 

 

Ma non va dimenticato che gran parte del lavoro viene svolto dalla meta description, una stringa di testo che si trova sotto al tag title e che permette di definirne il contenuto. Tra tag title e meta description c’è sinergia, complicità, armonia.

Con un buon lavoro di persuasive copywriting è possibile creare un equilibrio tra questi contenuti: il tag title è immediato, sintetico, capace di attirare l’attenzione dell’utente ‘in cerca’; la description alimenta la curiosità, dà qualche informazione in più e invita il lettore a continuare il percorso.

 

Leggi anche qua: https://www.seochef.it/titolo-persuasivo-o-informativo/

Query string e parametri url

(venerdì 16 marzo)

A livello di programmazione una “Query” non è altro che una “ricerca”; sto facendo una richiesta di codice ad una sorgente dati (la più classica è ad un database con istruzioni SQL).

Mediante una Query String URL dei parametri inseriti nell’URL con lo scopo di filtrare o estrapolare determinati valori o semplicemente passare dei dati in più, necessari per raggiungere poi la “risorsa”.

In informatica una querystring o stringa di ricerca è la parte di un URL che contiene dei dati da passare in input ad un programma, nella fattispecie il destinatario è l’indirizzo di un server con specificato il percorso al suo interno per arrivare alla directory nella quale è localizzata la risorsa che si intende raggiungere. Al termine di tale indirizzo, il segno di “?” il quale la delimita dalla parte contenente i parametri url nella loro strutturazione (“nomeparametro”, “=”, “valoreparametro”, “&” – separatore -, “nomeparametro”, “=”, “valoreparametro”, …).

In particolare, dopo la parte iniziale che possiamo chiamare “url di base”, nella parte a destra la query string include due campi: il parametro ed il suo valore. Questi campi vengono aggiunti all’ URL di base, ad esempio quando si invia un form compilato oppure applicando un filtro ad un listato di prodotti all’interno di un sito eCommerce.

Così, ogniqualvolta l’utente inoltra una richiesta da un terminale mediante un costrutto http (vedi sintassi completa URL), il web server può derivare un file system (u f.s. può essere pensato come una indicizzazione vettoriale mediante cui si arriva direttamente alla localizzazione della risorsa da raggiungere), dettato dal percorso dell’URL, oppure può gestire la richiesta utilizzando una query string (parametro), in forza della parte terminale dell’URL.

La sintassi del parametro URL pur non essendo sintatticamente definita, si può tuttavia standardizzare (perché implementata in tutti i browser e nei linguaggi di scripting) con il seguente schema:

?colore=verde

L’URL completo è composto dai seguenti elementi:

[protocollo (HTTP/HTTPS)] + [(sotto)dominio ((www.)esempio.com)] + [URL path (/scarpe)] + [parametro (&colore=verde)]

Si possono concatenare più parametri con l’utilizzo del carattere “&”.

?colore=verde&ordinamento=prezzo

 

Perché vanno gestiti i parametri url per una corretta SEO

La gestione dei parametri URL assume un’importanza strategica in ottica SEO.

Poggiando sull’univocità di un indirizzo URL e riprendendo la nozione di indirizzo canonico, infatti, se consideriamo due indirizzi “simili” mediante cui vengono raggiunte due pagine identiche, il motore di ricerca sarebbe portato ad indicizzarle entrambe, con scadenza di risultato. L’indirizzo http://www.esempio.com/scarpe è diverso da http://www.esempio.com/scarpe?colore=verde : Googlebot, navigando il sito e trovando link su entrambi gli URL, potrebbe decidere di indicizzare tutte e due le pagine. Il risultato non sarebbe buono dato che avremmo due pagine identiche indicizzate.

Attraverso i parametri così definiti è possibile effettuare diverse funzioni all’interno del sito (database) di riferimento. Per una buona SEO è importante gestire i parametri per migliorare indicizzazione e crawl budget ed evitare in questo modo che i motori di ricerca indicizzino pagine errate e duplicate. Il crawl budget verrà dedicato alla scansione di pagine canoniche (e utili).

 

Funzioni tipiche dei parametri URL

Come anticipato, i parametri IUR vengono utilizzati per diverse finalità dagli operatori.

Vediamo nel dettaglio tutte le possibili funzioni che può avere una query string, quale deve essere indicizzato e quale escluso.

 

Ordinare

Una delle funzioni più comuni per un parametro è l’ordinamento dei risultati in una pagina di listing, come ad esempio quando si vogliono ordinare i prodotti per prezzo.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?ordina=prezzo
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe

Considerazioni: l’obiettivo è non intasare il database di Google con pagine uguali, che non aggiungono alcun valore a quanto già indicizzato.

Una categoria di un sito eCommerce, con o senza i prodotti ordinati per prezzo, contiene sempre gli stessi elementi. Non avrebbe senso far indicizzare la pagina con il parametro, dato che risulterebbe una pagina duplicata. Per questo motivo i parametri di ordinamento solitamente non si fanno indicizzare, quindi vanno esclusi dalla tag rel canonical.

 

Circoscrivere

I parametri si possono usare per circoscrivere i risultati, ad esempio per una specifica categoria o caratteristica.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike

Considerazioni: i parametri che circoscrivono sono molto importanti, in diversi casi si preferisce usare una struttura URL a cartelle invece del parametro. Nel caso in cui questo tipo di URL crei contenuti utili e ricercati dagli utenti, conviene farli indicizzare.

URL con parametro che circoscrive si fanno indicizzare quando la pagina filtrata che si genera corrisponde a ricerche frequenti online, ad esempio “scarpe nike”. Per assicurare che la pagina venga indicizzata, la tag rel canonical deve includere il parametro nell’URL.

 

Specificare

Un altro utilizzo comune per i parametri è specificare un elemento da visualizzare, che può essere una scheda prodotto, un articolo del blog, una categoria, un profilo utente o qualsiasi altra cosa.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?id=123
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?id=123

Considerazioni: i parametri che specificano generalmente vengono fatti indicizzare dato che definiscono univocamente un elemento. Verifica che title tag e meta description siano unici per ogni valore di id.

 

Tradurre

Per questa funzione l’utilizzo de i parametri URL rappresenta una alternativa a i ccTLD dedicati oppure un gTLD con un sistema di URL a cartelle per gestire un sito multi lingua. Qual’è il metodo migliore di gestire questi parametri di traduzione per la SEO?

URL: http://www.esempio.com/scarpe?lang=it
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?lang=it

Considerazioni: i parametri di traduzione devono essere indicizzati se vuoi far indicizzare il sito multi-lingua. La tag rel canonical deve includere il parametro di traduzione e la stessa logica deve essere rispettata nella tag alternate hreflang.

 

Numerare le pagine

I parametri possono venire usati anche per gestire la paginazione di un archivio.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?page=3
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?page=3

Considerazioni: i parametri di paginazione devono essere indicizzati altrimenti i motori di ricerca si perderebbero tutte le pagine dell’archivio. La tag rel canonical deve includere il parametro e occorre implementare anche la tag rel next e rel prev per una corretta indicizzazione e posizionamento dell’archivio.

 

Tracciare le visite

I parametri vengono spesso usati per tracciare le visite in piattaforme di web analytics, ad esempio quando si condivide un contenuto sui social, per email oppure in campagne PPC.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?utm_source=ppc
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe

Considerazioni: i parametri di tracciamento, come quelli generati con Campaign URL Builder di Google, non modificano il contenuto visto dall’utente, pertanto questi URL parametrizzati non dovrebbero essere indicizzati dai motori di ricerca.

 

Parametri multipli

In alcuni casi possono essere attivi due o più parametri contemporaneamente. Il webmaster deve decidere, come visto sopra, quali parametri mantenere nella tag rel canonical, quali escludere, ed in questo caso anche l’ordine di priorità dei parametri – ovvero l’ordine con cui vanno appesi all’URL.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike&page=2&utm_source=ppc
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike&page=2

.

Come si gestiscono  parametri

 Il miglior metodo per gestire i parametri è implementare correttamente la tag rel canonical. Esistono peraltro altri metodi per trattare i parametri.

 

Rel canonical

Rel canonical è una tag che si posiziona nella sezione <head> dell’HTML. Questa tag definisce l’URL univoco di riferimento, l’URL che i motori di ricerca devono usare in fase di indicizzazione e posizionamento della risorsa

Quando Googlebot incontra un URL come questo http://www.esempio.com/scarpe?utm_source=ppc e scansionandolo legge una tag rel canonical http://www.esempio.com/scarpe assegnerà all’URL canonico l’indicizzazione ed il posizionamento. Il parametro non presente nella tag rel canonical non verrà indicizzato ma comunque scansionato dai bot.

La tag rel canonical è accettata da tutti i motori di ricerca.

 

Google Search Console

Google Search Console ha una sezione dedicata alla gestione dei parametri in “Scansione > Parametri URL”. Con questo strumento è possibile istruire Googlebot, spiegandogli la funzione di ciascun parametro che ha incontrato durante la scansione del sito web. Per istruire Googlebot clicca su “modifica” a lato di ciascun parametro individuato e spuntare le voci a seconda che il parametro in considerazione sia da attivare o meno.

 

Rel nofollow

La tag rel nofollow applicata ad un link interno chiede ai motori di ricerca di non seguire quel link e non passare PageRank, di conseguenza l’URL di destinazione verrà ignorato e non verrà scansionato. Attenzione se l’URL è linkato da altre parti ‘nofollow’ allora quell’url verrà scansionato ed indicizzato.

 

Disallow robots.txt

La direttiva Disallow del robots.txt chiede agli spider dei motori di ricerca di non scansionare la cartella oppure l’URL definito. Il Disallow non preclude l’indicizzazione ma impatta solo sulla scansione.

 

Sinergia tra AI e Web semantico

(lunedì 12 marzo)

Come ormai si sa, una delle tendenze della SEO iniziata nel 2017 e che vedrà 

   la sua esplosione nel 2018 e gli anni a venire sono la ricerca conversazionale, la elaborazione del “linguaggio naturale” e l’intelligenza artificiale (chiamato anche machine learning o apprendimento automatico). In sostanza il concetto è che i robot stanno diventando sempre più intelligenti al punto di arrivare addirittura a dedurre il contesto di una ricerca !

Il risultato di questi sviluppi è ciò che viene definito web semantico e l’algoritmo ad esso dedicato è Rank Brain.

Se per gli addetti del settore il web semantico è una realtà, viceversa per alcuni sembra ancora molto lontana, forse addirittura inesistente, probabilmente perché a parer loro al momento non ha un grosso impatto sul campo.

Una nuova forma di contenuto Web scatenerà una rivoluzione di nuove possibilità, dando così origine a un Web di dati strutturati e non-strutturati, che consentirà “ad assistenti automatici di operare per conto nostro in modo del tutto autonomo, semplificando e arricchendo notevolmente la nostra esperienza on-line”.

 

Un altro importante elemento è la complessità dei contenuti in ottica SEO semantico. In passato la semplicità del World Wide Web è stato un fattore decisivo per la sua rapida espansione in una rete di massa globale.

Quella semplicità ha dato (libero) accesso anche a persone non preparate tecnicamente ad iniziare la creazione di contenuti che in breve tempo hanno popolato l’intero Web. Al contrario creare contenuti semantici è molto più complicato, proibitivo per molti. Produrre contenuti appositamente per il Web semantico è parte fondamentale per la sua crescita. Il campo semantico è molto più astratto rispetto a documenti o database.

 

Il SEO semantico non è un nuovo ambiente informatico, ma piuttosto una estensione del Web esistente. Il potere dei dati semantici è che un software sarà in grado di elaborare autonomamente soluzioni in grado di soddisfare totalmente le esigenze, bisogni e domande che gli utenti sottopongono ogni giorno al motore di ricerca.

Si sente spesso parlare di semantica applicata alla SEOGoogle RankBrain,  Knowledge Graph, Google Colibrì sono solo alcuni degli algoritmi usati da Google per sfruttare questi concetti e dare risposte concrete alle esigenze di ricerca degli utenti.

La Semantic Search è una sezione innovativa introdotta negli algoritmi dei motori di ricerca che permette di migliorare la precisione delle ricerche sfruttando il comportamento dell’utente.

Con l’avvento di Hummingbird e l’introduzione del Knowledge Graph, la Semantica si impone in modo prepotente all’interno dei “ragionamenti di Google”. I Microdati, RDF e le strutture tecniche sono a supporto del motore di ricerca per aiutarlo a comprendere i bisogni dell’utente finale.

In questo scenario i dispositivi mobile e l’introduzione delle query vocali hanno un ruolo cruciale. La S.E.O. moderna non è una cosa banale !

 

La visione semantica applicata al web si è diffusa a partire dal 2001. Costruire un web semantico globale è un impresa estremamente complessa, innanzitutto la complessità tecnologica, nuovi linguaggi e framework di rappresentazione della conoscenza devono essere pensati tramite standard ipertestuali che poggiano su  protocolli Web determinati.

 

La nascita nel 2013 dell’algoritmo  di ricerca  “Hummingbird”, è stato di fatto l’inizio dell’indicizzazione semantica.

L’azienda di Mountain View, negli anni successivi ha dato sempre più importanza al motore di ricerca e al web semantico, applicando, aggiornando e revisionando gli algoritmi per aumentargli l’intelligenza, semplicemente perché la semantica restituisce contenuti sempre migliori e rilevanti per la query fornita dagli utenti.

Non parliamo più di dati strutturati, applicati ai contenuti come veniva fatto in precedenza, ma di una vera e propria intelligenza artificiale – machine learning -, abbandonando di fatto la SEO canonica e spostandoci verso un SEO semantico.

 

Su questa scia nel 2015 Google dichiara di utilizzare una nuova struttura di intelligenza artificiale – learning machine – chiamato “Rank Brain“.

 

Nel 2018 l’Intelligenza Artificiale e la SEO andranno ancora più strettamente a braccetto, nell’ottica di aiutare gli utenti a ottenere risultati più rilevanti col minimo sforzo. A prescindere da come si accede ai contenuti, una cosa è assolutamente chiara: l’Intelligenza Artificiale applicata alla SEO continuerà ad aiutare gli utenti a ottenere risultati sempre più rilevanti. Tutto ciò avverrà in virtù dell’enfatizzazione di un web semantico, ossia di una strutturazione dei contenuti fornendo all’utente una gamma più completa di informazioni inerenti la sua ricerca (questa era nel 2013 la filosofia “nuda e cruda” dell’algoritmo Hummingbird).

 

Quest’anno assisteremo a una crescita esponenziale del fenomeno dei Linked Data. La rivoluzione silenziosa dei dati linked ha già iniziato a cambiare interi settori, interessando anche SEO e digital marketing. Le applicazioni di Intelligenza Artificiale, i motori di ricerca e gli algoritmi di machine learning hanno un bisogno cospicuo di dati strutturati arricchiti semanticamente per migliorare la qualità dei propri risultati.

 

In questo scenario subentra il concetto di contenuto olistico, ovvero un modo d’approccio alla SEO secondo cui la risposta ad ogni ricerca dovrebbe riuscire a dare strategicamente più informazioni possibili inerenti la ricerca medesima: un testo non deve basarsi solo sull’ottimizzazione di keyword, ma deve trattare l’argomento in modo completo ed essere arricchito di termini correlati e attinenti.

E’ da tempo che si afferma l’importanza di capire l’intenzione degli utenti piuttosto che basarsi sulla singola keyword; si può anzi affermare che oramai al centro dell’indicizzazione di un sito in riferimento alla SERP l’attenzione si è spostata sull’intento di ricerca.  Questa affermazione è facile a dirsi ma difficile da mettere in pratica. Per capire in modo accurato quali siano i comportamenti degli utenti bisogna conoscere le loro aspettative.

 

 

 

Dalla voglia di implementare il web semantico, è nato WordLift, un plugin per WordPress che combina tecnologie semantiche e Intelligenza Artificiale per fare quello che un esperto Seo farebbe per aumentare il traffico verso il proprio sito. Progetto nato agli inizi del 2017 con l’intenzione di sviluppare un “prodotto” che aiutasse a rendere i contenuti più ricchi, organizzandoli in base agli interessi degli utenti.

 il plugin esegue un’analisi semantica, che evidenzia concetti – e non parole – da mettere in risalto. Vengono scelti e tradotti dal software in contenuti adatti a chatbot, crawler e assistenti digitali come Siri. Questo meccanismo non penalizza lo stile di scrittura, anzi aiuta a creare una user experience più ricca, in cui l’utente finale sente di avere un dialogo reale o di leggere un testo più “vero” e curato.

La SEO nel 2018: i trend fra novità e opportunità

 (sabato 3 marzo)

Mai come prima, il passaggio dal 2017 al 2018 si sta rivelando come un anno di importanti trasformazioni per il settore della SEO, un settore comunque da sempre in “silente” ma progressivo mutamento, cambiamenti  in funzione di un’attenzione sempre maggiore alle esigenze dell’utente e alle sue ricerche. Infatti, paradossalmente non si parla più di ottimizzazione per i motori di ricerca ma di ottimizzazione per intento di ricerca.

Uno dei grossi temi di discussione in chiave SEO che al termine dello scorso anno è diventato cruciale, una sorta di “spartiacque”, è stata (ed è) la content findability, la capacità di un articolo di essere ritrovato nel mare aeternum di Internet.

Ad essa sono strettamente legati diversi aspetti, “ambiti” tutt’altro che chiari e che saranno “campo di battaglia” dell’anno in corso.

  1. Dati strutturati e semantica
  2. Intelligenza artificiale e Machine Learning
  3. Indicizzazione Mobile-First, Accelerated Mobile Pages, Progressive Web App
  4. Valorizzazione della ricerca semantica, video e immagini
  5. Ricerca vocale, chatbot e ottimizzazione per gli agenti artificiali
  6. Spazio alla Local SEO

 

  1. Per dare una miglior rilevanza ai contenuti nella SERP è stato enfatizzato il ruolo di un web semantico 1 2, al fine di una migliore indicizzazione del sito web, che aiuta a mettere direttamente in rilievo i contenuti in SERP (con l’aiuto aggiuntivo dei rich snippet).
  2. L’algoritmo RankBrain e altri fondati sulla Machine Learning hanno aperto un acceso e importante dibattito e confronto su quello che sarà l’intelligenza artificiale, condizionando indubbiamente il modo di fare SEO e come Google, motore di ricerca principe, organizzerà di conseguenza i risultati di ricerca. L’impatto che l’intelligenza artificiale sta avendo sulla SEO e sugli ultimi algoritmi come RankBrain si fonda sull’affermazione di tre fattori, che vengono assurti a fondamentali : il dwell time, click-trough-rate e passaggio da seo tradizionale – attività tradizionale di indicizzazione delle pagine e di social marketing – a ‘Modern Seo’.
  3. In virtù del “Mobile-First” in tema di indicizzazione di sito web e dell’ottimizzazione dell’esperienza utente, avere un sito “veloce” diviene il verbo del 2018. Proprio per migliorare l’esperienza utente, si punterà su tecnologie che permettano una velocizzazione delle pagine e dunque degli stessi siti.
  4. Si parlerà sempre più spesso di web semantico, il nocciolo attorno a cui si deve sviluppare un buon progetto web affinché sia appetibile in chiave SEO.

Accanto, si sta assistendo ad una sempre maggior affermazione dei contenuti visuali.

  1. Un passo decisivo che vedrà luce nel corso dell’anno, occorrerà avere presenti e dunque targetizzare anche i contenuti per la ricerca vocale e per i dispositivi intelligenti. In questo ambito assumono rilievo i cosiddetti chatbot.
  2. Il 2018 vedrà l’affermazione della Local Search e della Local SEO, assetto favorito dalla crescita “senza soluzione di continuità” delle ricerche eseguite tramite dispositivi mobile.

 

Se fino a qualche anno fa il campo d’azione per chi faceva SEO era rappresentato dai motori di ricerca, ora l’obiettivo si è spostato sul focalizzarsi sul comportamento degli utenti in modo tale che i contenuti mantengano estremamente alto il grado di soddisfazione: cercare cioè di mantenere l’utente “incollato” sul vostro web site.

(approfondimenti: SEO trend 2018: conferme, novità e opportunità per il posizionamento,  Web Marketing – I 5 Trend SEO 2018 – UPtimization
SEO Trend 2018: sfide e opportunità per le aziende italiane)

 

Nuovi metodi di ricerca si stanno affiancando alla classica ricerca eseguita dal desktop.

Oggi un utente non utilizza più le (“semplici”) parole chiave che usava l’anno scorso e se vorrà chiedere la stessa cosa di qualche anno fa, sicuramente formulerà la domanda in modo diverso (strizzata d’occhio alle ‘longtail’): segno inconfutabile che le query evolvono.

Il modo in cui le persone ricercano sul web cambia anche la modalità con cui essi vengono a contatto con i contenuti: ecco perché adesso ricerca tramite video e immagini rivestono un punto cruciale.

Se si intende ottenere coinvolgenti e consistenti risultati dalla SEO, rendendoli per ciò più ‘efficaci’, nel 2018 è necessario considerare due fattori: il dwell time (tempo di permanenza su una pagina, prima di tornare indietro a vedere altri risultati nella SERP) e il CTR (Click Through Rate, tasso di click) come fattori determinanti in una strategia SEO in quanto per il loro valore aiuta il contenuto a salire in SERP. Fattori che l’attuale RankBrain naturalmente considera come rilevanti.

 

 

 

 

Evitiamo la cannibalizzazione delle keywords. Ovvero come dare una priorità ai contenuti da pubblicare

(giovedì 1 marzo)

Prima che i motori di ricerca conoscessero l’algoritmo Hummingbird era frequente realizzare articoli caratterizzati da determinate focus key, in cui ogni parola chiave – a prescindere dalla frequenza nel testo – andava a posizionare un suo contenuto. L’avvento della nuova versione afferma la ricerca semantica per cui ogni documento può essere posizionato tramite più keyword coesistenti tra di loro.

Nell’arte della SEO si può incorrere nell’effetto di cannibalizzazione, in base al quale, quando Google trova più contenuti (avallati da keyword similari) che dicono la stessa cosa in modo solo leggermente diverso se non identico, può avere difficoltà nel determinare quale di questi abbia maggior valore e meriti un buon posizionamento a dispetto degli altri.

Anche se normalmente Google riesce a determinare quale documento far prevalere tra tutti quelli simili, non sempre questo succede o peggio, può succedere danneggiando il documento su cui si puntava.

Nel campo dello sviluppo di siti web, è ricorrente trovarsi di fronte a dover dare priorità ad un articolo rispetto ad un altro nell’ambito della trattazione del medesimo contenuto.
Il rel canonical è stato introdotto proprio per affrontare situazioni di questo tipo. Solitamente i siti web più soggetti al fenomeno sono quelli di e-commerce, perché i prodotti potrebbero essere raggiunti utilizzando diverse logiche, diverse “sfumature” semantiche delle pagine.

Due possono essere le soluzioni al problema: o dare importanza alla sezione in cui l’articolo è inserito (predominanza di una sulle altre) oppure aggiungere un link con rel=”canonical” nella pagina non canonica indicante l’URL della versione canonica. Questo, tecnicamente, si traduce inserendo un opportuno frammento di codice che segue all’interno del tag <head> della pagina non canonica (supponendo che la versione canonica sia il primo URL dell’esempio).

<link rel=”canonical” href=”http://www.sito.com/nome-categoria/nome-prodotto/”>

Quello che accade è una sorta di “unione” delle pagine agli occhi del motore di ricerca.

L’URL canonico (canonical URL) rappresenta l’URL della versione “ufficiale” di un contenuto, ovvero l’unico riferimento di quel contenuto che deve essere indicizzato dai motori di ricerca.

Come però si realizza questo ‘puntamento’ al contenuto migliore ?

In presenza di articoli simili tra di loro per contenuto, per dare una certa priorità si ricorre all’utilizzo dell’attributo “rel=canonical” (“indirizzo canonico”) che etichetta l’articolo cui si riferisce come ” versione originale” per l’argomento trattato.

L’URL canonico (canonical URL) rappresenta l’URL della versione “ufficiale” di un contenuto, ovvero l’unico riferimento di quel contenuto che deve essere indicizzato dai motori di ricerca.

La questione fondamentale è: se si dispone di versioni dello stesso contenuto, è necessario scegliere quella “ufficiale” ed indicarla ai motori di ricerca. In questo modo si risolve il noto problema della duplicazione dei contenuti.

Supponiamo di avere due versioni della stessa pagina con contenuti identici al 100%, ma facenti parte di due sezioni diverse del sito web (quindi, ad esempio, potrebbero differire nella costruzione dell’URL) ed entrambe già linkate da siti esterni.
Quale versione dovrebbero considerare (e quindi proporre) i motori di ricerca?

Esempio pratico

http://www.sito.com/nome-categoria/nome-prodotto/
http://www.sito.com/prodotti-in-promozione/nome-prodotto/
Scegliere l’URL canonico

Per definire la pagina canonica in modo che sia comprensibile ai motori di ricerca occorre aggiungere un elemento <link> che contenga il rel=canonical e l’href dell’url da segnalare come primaria all’interno dei tag <head></head> della pagina web come segue:

<html xmlns=”http://www.w3.org/1999/xhtml” xml:lang=”en” lang=”en”>
<head profile=”http://purl.org/NET/erdf/profile”>
<title>….</title>
….
<link rel=”canonical” href=”http://www.example.com/elenco”/>
….
</head>
….

Conseguentemente, lo stesso canonical dovrà essere utilizzato per tutte quelle pagine che non sono altro che duplicati di questa proprio per fare ‘andare avanti’ quest’ultima.

 

A scanso di equivoci è opportuno però screditare questa leggenda; nella SEO non esiste un vero e proprio problema di cannibalizzazione. Premesso che ciò avviene quando più pagine si posizionano in SERP per una stessa keyword entrando così in competizione tra di loro; è viceversa attendibile che se il contenuto è buono ognuna di esse avrà un buon posizionamento sui motori di ricerca.
Per ovviare a questo fenomeno il buon operatore applicherà dunque la regola regina della SEO, vale a dire che ‘ogni pagina va ottimizzata per una determinata keyword‘. Va peraltro detto che una recente ricerca sul campo va in controtendenza affermando cioé che mediamente le singole pagine si posizionano per più parole chiave (cosiddetta longtail) e, giocoforza, se portano un buon contenuto, si possono posizionare più pagine per la stessa keyword.

Concludendo, un buon sito deve avere per ogni URL il suo canonical corretto per ridurre al minimo la possibilità di duplicazione e per preservare le risorse che produciamo.

“Specificare l’URL canonico in tutte le pagine, quindi, potrebbe essere considerata come una “tutela” contro gli errori e la negative SEO”.

Utilità di una sezione “glossario”

(mercoledì 28 febbraio)

Così come in un glossario così come lo intendiamo “nel’uso comune” sono definiti i termini chiave utili per meglio comprendere dei concetti riportati all’interno di un libro o un manuale, una materia di studio ecc., la sua esistenza strutturale può tornare utile anche a corredo di un sito web.

Prevedere l’aggiunta di un glossario all’interno di un sito è utile sia per aiutare le persone che si avvicinano a un determinato campo – quello che è poi la materia trattata dal progetto – a comprenderlo meglio, sia per aiutare “dal’altra parte”  i motori di ricerca ad “apprezzare” i collegamenti tra le pagine e i concetti contenuti. In altre parole, il glossario è uno strumento utile per la SEO perché:

  • permette di definire meglio il dominio semantico nel quale il sito web si colloca;
  • permette di collegare i contenuti di articoli e pagine con i principali concetti menzionati al loro interno.