Puntare su blog o sito web ?

(venerdì 30 marzo)

Una domanda che risuona tanto come il detto: ‘E’ nato prima l’uovo o la gallina?’.

Ovvero, nella fattispecie, è meglio aprire un blog o un sito web ? In effetti si tratta di due prodotti simili, stessa origine ma con sfumature diverse !

Se prima, esaltando uno sviluppo strutturale del codice, si puntava direttamente alla soluzione del ‘sito web statico’, allora la soluzione più pratica se non l’unica per farsi notare online.

Poi, con i primi anni Novanta, è iniziato il sopravvento del prodotto ‘blog’, soluzione più automatica e “dinamica” nel settore, strumento ideale per l’inbound marketing, “bacchetta magica mediante cui si realizza il content marketing  (contenuti utili, questa è la logica. Il blog diventa approccio preferito da tanti esperti di inbound marketing) e per tracciare una leading.

Da qui, la domanda ‘sorge spontanea’: meglio un blog o un sito web, anche con un’occhiata al posizionamento in Serp ?

Prima di mettere sulla bilancia i due strumenti, occorre definire cos’è l’uno e cosa l’altro. Un blog è un progetto web che nasconde due potenzialità: pubblicare periodicamente degli articoli, dei nuovi contenuti e allo stesso tempo aprire a commenti o interventi del pubblico, degli utenti che mostrano un “intento di ricerca” (da cui ottenere la fidelizzazione del pubblico). Per creare un blog solitamente si usa un CMS (Content Management System), soluzione ideale per ottenere in pochissimo tempo un progetto performante e in linea con i principi del blogging.

Ma “il blog” non deve essere pensato come un traguardo dell’informatica a sè stante. Infatti, il ‘sito web’ va considerato il genitore del blog (lo stesso si può dire per un e-commerce o un forum) ma in questo caso si guarda ad un concetto di “sito web statico”, cioè che non prevede aggiornamenti. Questo è l’elemento caratterizzante del sito web: esso viene pubblicato e non va avanti, non prosegue la sua attività con aggiornamenti. Le persone non trovano contenuti extra e non vengono generati articoli.

Approfondimento: come creare un blog di successo

 

La differenza tra sito e blog è allora sostanziale. Col primo, solitamente riconducibile a un lavoro di poche pagine, si bada a creare una presentazione dell’attività/servizi e l’interesse per il posizionamento ai fini di una ricerca web è relativa; nel secondo, fermo stante il prodotto, mediante l’ausilio di determinate tecniche di scrittura, contenuti che vengono aggiornati e ottimizzazione SEO si vuole anche puntare al miglior piazzamento possibile per il sito in modo da renderlo appetibile.

 

Si è citato prima l’inbound marketing come risultato principe di una attività di blogging. Concretamente, può essere descritto come un processo definito da un funnel simile a quello riportato sotto e che porta il pubblico a raggiungere la landing page del sito tramite un lavoro “certosino” che attira proprio grazie ai contenuti, l’anima di un blog: quindi, se mancano quest’ultimi è difficile procedere.

Diamoci i title giusti

(venerdì 23 marzo)

Il meta tag title assume un ruolo cruciale nella realizzazione di un articolo e in generale di una pagina web. Infatti, è necessario discernere e “soppesare” con particolare attenzione le parole da utilizzare nei vari punti in cui esso deve apparire. Proprio per dare differente “peso” laddove inserito nell’articolo, secondo le regole HTML il tag <title> è “preformattato” in 6 dimensioni, da h1 – la più grande – ad h6 – la più piccola; questa diversificazione torna estremamente utile per l’ottimizzazione SEO della pagina: <h1> verrà così utilizzato per il titolo principale, <h2>/<h3> per i sottotitoli/sezioni e così via .

Inserito nella sezione <head> a livello di codice, va anzitutto ricordato che il tag definisce il titolo HTML che viene attribuito al documento/pagina, e che viene visualizzato nella ‘tab’ – la barra in alto – del browser, nonché nella serp di Google e nelle preview degli eventuali link social.

Il tag title è un elemento determinante per l’ottimizzazione di una pagina web perché ha un forte impatto sul posizionamento. Esso comunica a Google l’argomento principale della pagina, e pertanto assume particolare importanza in termini di SEO on page.

Occorre scegliere bene le keywords da inserire al suo interno. Per questa sua funzione, è opportuno scegliere un tag title efficace; un titolo cioè che non sia solo attrattivo per l’utente ma che sia finalizzato anche al SEO copywriting ovvero ad adoperare al suo interno le keyword trovate per ottenere un tag title persuasivo capace di attirare l’attenzione di chi legge.

 

E’ possibile definire un ‘prontuario’ per scrivere e poi inserire meta title in un articolo

Il meta title è fondamentale, questo è un punto chiaro. Cosa deve allora fare il “buon” blogger per usare, nel miglior modo possibile, questo contenuto strizzando l’occhio alla SEO optimization ? I punti importanti da non trascurare in questo senso sono:

  • Usa le keyword più rilevanti per quella pagina.
  • Non superare i 65 caratteri (circa) altrimenti Google taglia.
  • Inserisci un tag title diverso per ogni pagina.
  • Le keyword a sinistra hanno più rilevanza.
  • Niente termini generici tipo Home o Untitled Document nelle intestazioni.
  • Non fare keyword stuffing.

 

Scegliere un buon tag title non è facile perché si devono conciliare le esigenze del motore di ricerca con quelle degli esseri umani.

 

 

 

 

Ma non va dimenticato che gran parte del lavoro viene svolto dalla meta description, una stringa di testo che si trova sotto al tag title e che permette di definirne il contenuto. Tra tag title e meta description c’è sinergia, complicità, armonia.

Con un buon lavoro di persuasive copywriting è possibile creare un equilibrio tra questi contenuti: il tag title è immediato, sintetico, capace di attirare l’attenzione dell’utente ‘in cerca’; la description alimenta la curiosità, dà qualche informazione in più e invita il lettore a continuare il percorso.

 

Leggi anche qua: https://www.seochef.it/titolo-persuasivo-o-informativo/

Query string e parametri url

(venerdì 16 marzo)

A livello di programmazione una “Query” non è altro che una “ricerca”; sto facendo una richiesta di codice ad una sorgente dati (la più classica è ad un database con istruzioni SQL).

Mediante una Query String URL dei parametri inseriti nell’URL con lo scopo di filtrare o estrapolare determinati valori o semplicemente passare dei dati in più, necessari per raggiungere poi la “risorsa”.

In informatica una querystring o stringa di ricerca è la parte di un URL che contiene dei dati da passare in input ad un programma, nella fattispecie il destinatario è l’indirizzo di un server con specificato il percorso al suo interno per arrivare alla directory nella quale è localizzata la risorsa che si intende raggiungere. Al termine di tale indirizzo, il segno di “?” il quale la delimita dalla parte contenente i parametri url nella loro strutturazione (“nomeparametro”, “=”, “valoreparametro”, “&” – separatore -, “nomeparametro”, “=”, “valoreparametro”, …).

In particolare, dopo la parte iniziale che possiamo chiamare “url di base”, nella parte a destra la query string include due campi: il parametro ed il suo valore. Questi campi vengono aggiunti all’ URL di base, ad esempio quando si invia un form compilato oppure applicando un filtro ad un listato di prodotti all’interno di un sito eCommerce.

Così, ogniqualvolta l’utente inoltra una richiesta da un terminale mediante un costrutto http (vedi sintassi completa URL), il web server può derivare un file system (u f.s. può essere pensato come una indicizzazione vettoriale mediante cui si arriva direttamente alla localizzazione della risorsa da raggiungere), dettato dal percorso dell’URL, oppure può gestire la richiesta utilizzando una query string (parametro), in forza della parte terminale dell’URL.

La sintassi del parametro URL pur non essendo sintatticamente definita, si può tuttavia standardizzare (perché implementata in tutti i browser e nei linguaggi di scripting) con il seguente schema:

?colore=verde

L’URL completo è composto dai seguenti elementi:

[protocollo (HTTP/HTTPS)] + [(sotto)dominio ((www.)esempio.com)] + [URL path (/scarpe)] + [parametro (&colore=verde)]

Si possono concatenare più parametri con l’utilizzo del carattere “&”.

?colore=verde&ordinamento=prezzo

 

Perché vanno gestiti i parametri url per una corretta SEO

La gestione dei parametri URL assume un’importanza strategica in ottica SEO.

Poggiando sull’univocità di un indirizzo URL e riprendendo la nozione di indirizzo canonico, infatti, se consideriamo due indirizzi “simili” mediante cui vengono raggiunte due pagine identiche, il motore di ricerca sarebbe portato ad indicizzarle entrambe, con scadenza di risultato. L’indirizzo http://www.esempio.com/scarpe è diverso da http://www.esempio.com/scarpe?colore=verde : Googlebot, navigando il sito e trovando link su entrambi gli URL, potrebbe decidere di indicizzare tutte e due le pagine. Il risultato non sarebbe buono dato che avremmo due pagine identiche indicizzate.

Attraverso i parametri così definiti è possibile effettuare diverse funzioni all’interno del sito (database) di riferimento. Per una buona SEO è importante gestire i parametri per migliorare indicizzazione e crawl budget ed evitare in questo modo che i motori di ricerca indicizzino pagine errate e duplicate. Il crawl budget verrà dedicato alla scansione di pagine canoniche (e utili).

 

Funzioni tipiche dei parametri URL

Come anticipato, i parametri IUR vengono utilizzati per diverse finalità dagli operatori.

Vediamo nel dettaglio tutte le possibili funzioni che può avere una query string, quale deve essere indicizzato e quale escluso.

 

Ordinare

Una delle funzioni più comuni per un parametro è l’ordinamento dei risultati in una pagina di listing, come ad esempio quando si vogliono ordinare i prodotti per prezzo.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?ordina=prezzo
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe

Considerazioni: l’obiettivo è non intasare il database di Google con pagine uguali, che non aggiungono alcun valore a quanto già indicizzato.

Una categoria di un sito eCommerce, con o senza i prodotti ordinati per prezzo, contiene sempre gli stessi elementi. Non avrebbe senso far indicizzare la pagina con il parametro, dato che risulterebbe una pagina duplicata. Per questo motivo i parametri di ordinamento solitamente non si fanno indicizzare, quindi vanno esclusi dalla tag rel canonical.

 

Circoscrivere

I parametri si possono usare per circoscrivere i risultati, ad esempio per una specifica categoria o caratteristica.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike

Considerazioni: i parametri che circoscrivono sono molto importanti, in diversi casi si preferisce usare una struttura URL a cartelle invece del parametro. Nel caso in cui questo tipo di URL crei contenuti utili e ricercati dagli utenti, conviene farli indicizzare.

URL con parametro che circoscrive si fanno indicizzare quando la pagina filtrata che si genera corrisponde a ricerche frequenti online, ad esempio “scarpe nike”. Per assicurare che la pagina venga indicizzata, la tag rel canonical deve includere il parametro nell’URL.

 

Specificare

Un altro utilizzo comune per i parametri è specificare un elemento da visualizzare, che può essere una scheda prodotto, un articolo del blog, una categoria, un profilo utente o qualsiasi altra cosa.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?id=123
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?id=123

Considerazioni: i parametri che specificano generalmente vengono fatti indicizzare dato che definiscono univocamente un elemento. Verifica che title tag e meta description siano unici per ogni valore di id.

 

Tradurre

Per questa funzione l’utilizzo de i parametri URL rappresenta una alternativa a i ccTLD dedicati oppure un gTLD con un sistema di URL a cartelle per gestire un sito multi lingua. Qual’è il metodo migliore di gestire questi parametri di traduzione per la SEO?

URL: http://www.esempio.com/scarpe?lang=it
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?lang=it

Considerazioni: i parametri di traduzione devono essere indicizzati se vuoi far indicizzare il sito multi-lingua. La tag rel canonical deve includere il parametro di traduzione e la stessa logica deve essere rispettata nella tag alternate hreflang.

 

Numerare le pagine

I parametri possono venire usati anche per gestire la paginazione di un archivio.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?page=3
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?page=3

Considerazioni: i parametri di paginazione devono essere indicizzati altrimenti i motori di ricerca si perderebbero tutte le pagine dell’archivio. La tag rel canonical deve includere il parametro e occorre implementare anche la tag rel next e rel prev per una corretta indicizzazione e posizionamento dell’archivio.

 

Tracciare le visite

I parametri vengono spesso usati per tracciare le visite in piattaforme di web analytics, ad esempio quando si condivide un contenuto sui social, per email oppure in campagne PPC.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?utm_source=ppc
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe

Considerazioni: i parametri di tracciamento, come quelli generati con Campaign URL Builder di Google, non modificano il contenuto visto dall’utente, pertanto questi URL parametrizzati non dovrebbero essere indicizzati dai motori di ricerca.

 

Parametri multipli

In alcuni casi possono essere attivi due o più parametri contemporaneamente. Il webmaster deve decidere, come visto sopra, quali parametri mantenere nella tag rel canonical, quali escludere, ed in questo caso anche l’ordine di priorità dei parametri – ovvero l’ordine con cui vanno appesi all’URL.

URL: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike&page=2&utm_source=ppc
Canonical: http://www.esempio.com/scarpe?brand=nike&page=2

.

Come si gestiscono  parametri

 Il miglior metodo per gestire i parametri è implementare correttamente la tag rel canonical. Esistono peraltro altri metodi per trattare i parametri.

 

Rel canonical

Rel canonical è una tag che si posiziona nella sezione <head> dell’HTML. Questa tag definisce l’URL univoco di riferimento, l’URL che i motori di ricerca devono usare in fase di indicizzazione e posizionamento della risorsa

Quando Googlebot incontra un URL come questo http://www.esempio.com/scarpe?utm_source=ppc e scansionandolo legge una tag rel canonical http://www.esempio.com/scarpe assegnerà all’URL canonico l’indicizzazione ed il posizionamento. Il parametro non presente nella tag rel canonical non verrà indicizzato ma comunque scansionato dai bot.

La tag rel canonical è accettata da tutti i motori di ricerca.

 

Google Search Console

Google Search Console ha una sezione dedicata alla gestione dei parametri in “Scansione > Parametri URL”. Con questo strumento è possibile istruire Googlebot, spiegandogli la funzione di ciascun parametro che ha incontrato durante la scansione del sito web. Per istruire Googlebot clicca su “modifica” a lato di ciascun parametro individuato e spuntare le voci a seconda che il parametro in considerazione sia da attivare o meno.

 

Rel nofollow

La tag rel nofollow applicata ad un link interno chiede ai motori di ricerca di non seguire quel link e non passare PageRank, di conseguenza l’URL di destinazione verrà ignorato e non verrà scansionato. Attenzione se l’URL è linkato da altre parti ‘nofollow’ allora quell’url verrà scansionato ed indicizzato.

 

Disallow robots.txt

La direttiva Disallow del robots.txt chiede agli spider dei motori di ricerca di non scansionare la cartella oppure l’URL definito. Il Disallow non preclude l’indicizzazione ma impatta solo sulla scansione.

 

Sinergia tra AI e Web semantico

(lunedì 12 marzo)

Come ormai si sa, una delle tendenze della SEO iniziata nel 2017 e che vedrà 

   la sua esplosione nel 2018 e gli anni a venire sono la ricerca conversazionale, la elaborazione del “linguaggio naturale” e l’intelligenza artificiale (chiamato anche machine learning o apprendimento automatico). In sostanza il concetto è che i robot stanno diventando sempre più intelligenti al punto di arrivare addirittura a dedurre il contesto di una ricerca !

Il risultato di questi sviluppi è ciò che viene definito web semantico e l’algoritmo ad esso dedicato è Rank Brain.

Se per gli addetti del settore il web semantico è una realtà, viceversa per alcuni sembra ancora molto lontana, forse addirittura inesistente, probabilmente perché a parer loro al momento non ha un grosso impatto sul campo.

Una nuova forma di contenuto Web scatenerà una rivoluzione di nuove possibilità, dando così origine a un Web di dati strutturati e non-strutturati, che consentirà “ad assistenti automatici di operare per conto nostro in modo del tutto autonomo, semplificando e arricchendo notevolmente la nostra esperienza on-line”.

 

Un altro importante elemento è la complessità dei contenuti in ottica SEO semantico. In passato la semplicità del World Wide Web è stato un fattore decisivo per la sua rapida espansione in una rete di massa globale.

Quella semplicità ha dato (libero) accesso anche a persone non preparate tecnicamente ad iniziare la creazione di contenuti che in breve tempo hanno popolato l’intero Web. Al contrario creare contenuti semantici è molto più complicato, proibitivo per molti. Produrre contenuti appositamente per il Web semantico è parte fondamentale per la sua crescita. Il campo semantico è molto più astratto rispetto a documenti o database.

 

Il SEO semantico non è un nuovo ambiente informatico, ma piuttosto una estensione del Web esistente. Il potere dei dati semantici è che un software sarà in grado di elaborare autonomamente soluzioni in grado di soddisfare totalmente le esigenze, bisogni e domande che gli utenti sottopongono ogni giorno al motore di ricerca.

Si sente spesso parlare di semantica applicata alla SEOGoogle RankBrain,  Knowledge Graph, Google Colibrì sono solo alcuni degli algoritmi usati da Google per sfruttare questi concetti e dare risposte concrete alle esigenze di ricerca degli utenti.

La Semantic Search è una sezione innovativa introdotta negli algoritmi dei motori di ricerca che permette di migliorare la precisione delle ricerche sfruttando il comportamento dell’utente.

Con l’avvento di Hummingbird e l’introduzione del Knowledge Graph, la Semantica si impone in modo prepotente all’interno dei “ragionamenti di Google”. I Microdati, RDF e le strutture tecniche sono a supporto del motore di ricerca per aiutarlo a comprendere i bisogni dell’utente finale.

In questo scenario i dispositivi mobile e l’introduzione delle query vocali hanno un ruolo cruciale. La S.E.O. moderna non è una cosa banale !

 

La visione semantica applicata al web si è diffusa a partire dal 2001. Costruire un web semantico globale è un impresa estremamente complessa, innanzitutto la complessità tecnologica, nuovi linguaggi e framework di rappresentazione della conoscenza devono essere pensati tramite standard ipertestuali che poggiano su  protocolli Web determinati.

 

La nascita nel 2013 dell’algoritmo  di ricerca  “Hummingbird”, è stato di fatto l’inizio dell’indicizzazione semantica.

L’azienda di Mountain View, negli anni successivi ha dato sempre più importanza al motore di ricerca e al web semantico, applicando, aggiornando e revisionando gli algoritmi per aumentargli l’intelligenza, semplicemente perché la semantica restituisce contenuti sempre migliori e rilevanti per la query fornita dagli utenti.

Non parliamo più di dati strutturati, applicati ai contenuti come veniva fatto in precedenza, ma di una vera e propria intelligenza artificiale – machine learning -, abbandonando di fatto la SEO canonica e spostandoci verso un SEO semantico.

 

Su questa scia nel 2015 Google dichiara di utilizzare una nuova struttura di intelligenza artificiale – learning machine – chiamato “Rank Brain“.

 

Nel 2018 l’Intelligenza Artificiale e la SEO andranno ancora più strettamente a braccetto, nell’ottica di aiutare gli utenti a ottenere risultati più rilevanti col minimo sforzo. A prescindere da come si accede ai contenuti, una cosa è assolutamente chiara: l’Intelligenza Artificiale applicata alla SEO continuerà ad aiutare gli utenti a ottenere risultati sempre più rilevanti. Tutto ciò avverrà in virtù dell’enfatizzazione di un web semantico, ossia di una strutturazione dei contenuti fornendo all’utente una gamma più completa di informazioni inerenti la sua ricerca (questa era nel 2013 la filosofia “nuda e cruda” dell’algoritmo Hummingbird).

 

Quest’anno assisteremo a una crescita esponenziale del fenomeno dei Linked Data. La rivoluzione silenziosa dei dati linked ha già iniziato a cambiare interi settori, interessando anche SEO e digital marketing. Le applicazioni di Intelligenza Artificiale, i motori di ricerca e gli algoritmi di machine learning hanno un bisogno cospicuo di dati strutturati arricchiti semanticamente per migliorare la qualità dei propri risultati.

 

In questo scenario subentra il concetto di contenuto olistico, ovvero un modo d’approccio alla SEO secondo cui la risposta ad ogni ricerca dovrebbe riuscire a dare strategicamente più informazioni possibili inerenti la ricerca medesima: un testo non deve basarsi solo sull’ottimizzazione di keyword, ma deve trattare l’argomento in modo completo ed essere arricchito di termini correlati e attinenti.

E’ da tempo che si afferma l’importanza di capire l’intenzione degli utenti piuttosto che basarsi sulla singola keyword; si può anzi affermare che oramai al centro dell’indicizzazione di un sito in riferimento alla SERP l’attenzione si è spostata sull’intento di ricerca.  Questa affermazione è facile a dirsi ma difficile da mettere in pratica. Per capire in modo accurato quali siano i comportamenti degli utenti bisogna conoscere le loro aspettative.

 

 

 

Dalla voglia di implementare il web semantico, è nato WordLift, un plugin per WordPress che combina tecnologie semantiche e Intelligenza Artificiale per fare quello che un esperto Seo farebbe per aumentare il traffico verso il proprio sito. Progetto nato agli inizi del 2017 con l’intenzione di sviluppare un “prodotto” che aiutasse a rendere i contenuti più ricchi, organizzandoli in base agli interessi degli utenti.

 il plugin esegue un’analisi semantica, che evidenzia concetti – e non parole – da mettere in risalto. Vengono scelti e tradotti dal software in contenuti adatti a chatbot, crawler e assistenti digitali come Siri. Questo meccanismo non penalizza lo stile di scrittura, anzi aiuta a creare una user experience più ricca, in cui l’utente finale sente di avere un dialogo reale o di leggere un testo più “vero” e curato.

La SEO nel 2018: i trend fra novità e opportunità

 (sabato 3 marzo)

Mai come prima, il passaggio dal 2017 al 2018 si sta rivelando come un anno di importanti trasformazioni per il settore della SEO, un settore comunque da sempre in “silente” ma progressivo mutamento, cambiamenti  in funzione di un’attenzione sempre maggiore alle esigenze dell’utente e alle sue ricerche. Infatti, paradossalmente non si parla più di ottimizzazione per i motori di ricerca ma di ottimizzazione per intento di ricerca.

Uno dei grossi temi di discussione in chiave SEO che al termine dello scorso anno è diventato cruciale, una sorta di “spartiacque”, è stata (ed è) la content findability, la capacità di un articolo di essere ritrovato nel mare aeternum di Internet.

Ad essa sono strettamente legati diversi aspetti, “ambiti” tutt’altro che chiari e che saranno “campo di battaglia” dell’anno in corso.

  1. Dati strutturati e semantica
  2. Intelligenza artificiale e Machine Learning
  3. Indicizzazione Mobile-First, Accelerated Mobile Pages, Progressive Web App
  4. Valorizzazione della ricerca semantica, video e immagini
  5. Ricerca vocale, chatbot e ottimizzazione per gli agenti artificiali
  6. Spazio alla Local SEO

 

  1. Per dare una miglior rilevanza ai contenuti nella SERP è stato enfatizzato il ruolo di un web semantico 1 2, al fine di una migliore indicizzazione del sito web, che aiuta a mettere direttamente in rilievo i contenuti in SERP (con l’aiuto aggiuntivo dei rich snippet).
  2. L’algoritmo RankBrain e altri fondati sulla Machine Learning hanno aperto un acceso e importante dibattito e confronto su quello che sarà l’intelligenza artificiale, condizionando indubbiamente il modo di fare SEO e come Google, motore di ricerca principe, organizzerà di conseguenza i risultati di ricerca. L’impatto che l’intelligenza artificiale sta avendo sulla SEO e sugli ultimi algoritmi come RankBrain si fonda sull’affermazione di tre fattori, che vengono assurti a fondamentali : il dwell time, click-trough-rate e passaggio da seo tradizionale – attività tradizionale di indicizzazione delle pagine e di social marketing – a ‘Modern Seo’.
  3. In virtù del “Mobile-First” in tema di indicizzazione di sito web e dell’ottimizzazione dell’esperienza utente, avere un sito “veloce” diviene il verbo del 2018. Proprio per migliorare l’esperienza utente, si punterà su tecnologie che permettano una velocizzazione delle pagine e dunque degli stessi siti.
  4. Si parlerà sempre più spesso di web semantico, il nocciolo attorno a cui si deve sviluppare un buon progetto web affinché sia appetibile in chiave SEO.

Accanto, si sta assistendo ad una sempre maggior affermazione dei contenuti visuali.

  1. Un passo decisivo che vedrà luce nel corso dell’anno, occorrerà avere presenti e dunque targetizzare anche i contenuti per la ricerca vocale e per i dispositivi intelligenti. In questo ambito assumono rilievo i cosiddetti chatbot.
  2. Il 2018 vedrà l’affermazione della Local Search e della Local SEO, assetto favorito dalla crescita “senza soluzione di continuità” delle ricerche eseguite tramite dispositivi mobile.

 

Se fino a qualche anno fa il campo d’azione per chi faceva SEO era rappresentato dai motori di ricerca, ora l’obiettivo si è spostato sul focalizzarsi sul comportamento degli utenti in modo tale che i contenuti mantengano estremamente alto il grado di soddisfazione: cercare cioè di mantenere l’utente “incollato” sul vostro web site.

(approfondimenti: SEO trend 2018: conferme, novità e opportunità per il posizionamento,  Web Marketing – I 5 Trend SEO 2018 – UPtimization
SEO Trend 2018: sfide e opportunità per le aziende italiane)

 

Nuovi metodi di ricerca si stanno affiancando alla classica ricerca eseguita dal desktop.

Oggi un utente non utilizza più le (“semplici”) parole chiave che usava l’anno scorso e se vorrà chiedere la stessa cosa di qualche anno fa, sicuramente formulerà la domanda in modo diverso (strizzata d’occhio alle ‘longtail’): segno inconfutabile che le query evolvono.

Il modo in cui le persone ricercano sul web cambia anche la modalità con cui essi vengono a contatto con i contenuti: ecco perché adesso ricerca tramite video e immagini rivestono un punto cruciale.

Se si intende ottenere coinvolgenti e consistenti risultati dalla SEO, rendendoli per ciò più ‘efficaci’, nel 2018 è necessario considerare due fattori: il dwell time (tempo di permanenza su una pagina, prima di tornare indietro a vedere altri risultati nella SERP) e il CTR (Click Through Rate, tasso di click) come fattori determinanti in una strategia SEO in quanto per il loro valore aiuta il contenuto a salire in SERP. Fattori che l’attuale RankBrain naturalmente considera come rilevanti.

 

 

 

 

Evitiamo la cannibalizzazione delle keywords. Ovvero come dare una priorità ai contenuti da pubblicare

(giovedì 1 marzo)

Prima che i motori di ricerca conoscessero l’algoritmo Hummingbird era frequente realizzare articoli caratterizzati da determinate focus key, in cui ogni parola chiave – a prescindere dalla frequenza nel testo – andava a posizionare un suo contenuto. L’avvento della nuova versione afferma la ricerca semantica per cui ogni documento può essere posizionato tramite più keyword coesistenti tra di loro.

Nell’arte della SEO si può incorrere nell’effetto di cannibalizzazione, in base al quale, quando Google trova più contenuti (avallati da keyword similari) che dicono la stessa cosa in modo solo leggermente diverso se non identico, può avere difficoltà nel determinare quale di questi abbia maggior valore e meriti un buon posizionamento a dispetto degli altri.

Anche se normalmente Google riesce a determinare quale documento far prevalere tra tutti quelli simili, non sempre questo succede o peggio, può succedere danneggiando il documento su cui si puntava.

Nel campo dello sviluppo di siti web, è ricorrente trovarsi di fronte a dover dare priorità ad un articolo rispetto ad un altro nell’ambito della trattazione del medesimo contenuto.
Il rel canonical è stato introdotto proprio per affrontare situazioni di questo tipo. Solitamente i siti web più soggetti al fenomeno sono quelli di e-commerce, perché i prodotti potrebbero essere raggiunti utilizzando diverse logiche, diverse “sfumature” semantiche delle pagine.

Due possono essere le soluzioni al problema: o dare importanza alla sezione in cui l’articolo è inserito (predominanza di una sulle altre) oppure aggiungere un link con rel=”canonical” nella pagina non canonica indicante l’URL della versione canonica. Questo, tecnicamente, si traduce inserendo un opportuno frammento di codice che segue all’interno del tag <head> della pagina non canonica (supponendo che la versione canonica sia il primo URL dell’esempio).

<link rel=”canonical” href=”http://www.sito.com/nome-categoria/nome-prodotto/”>

Quello che accade è una sorta di “unione” delle pagine agli occhi del motore di ricerca.

L’URL canonico (canonical URL) rappresenta l’URL della versione “ufficiale” di un contenuto, ovvero l’unico riferimento di quel contenuto che deve essere indicizzato dai motori di ricerca.

Come però si realizza questo ‘puntamento’ al contenuto migliore ?

In presenza di articoli simili tra di loro per contenuto, per dare una certa priorità si ricorre all’utilizzo dell’attributo “rel=canonical” (“indirizzo canonico”) che etichetta l’articolo cui si riferisce come ” versione originale” per l’argomento trattato.

L’URL canonico (canonical URL) rappresenta l’URL della versione “ufficiale” di un contenuto, ovvero l’unico riferimento di quel contenuto che deve essere indicizzato dai motori di ricerca.

La questione fondamentale è: se si dispone di versioni dello stesso contenuto, è necessario scegliere quella “ufficiale” ed indicarla ai motori di ricerca. In questo modo si risolve il noto problema della duplicazione dei contenuti.

Supponiamo di avere due versioni della stessa pagina con contenuti identici al 100%, ma facenti parte di due sezioni diverse del sito web (quindi, ad esempio, potrebbero differire nella costruzione dell’URL) ed entrambe già linkate da siti esterni.
Quale versione dovrebbero considerare (e quindi proporre) i motori di ricerca?

Esempio pratico

http://www.sito.com/nome-categoria/nome-prodotto/
http://www.sito.com/prodotti-in-promozione/nome-prodotto/
Scegliere l’URL canonico

Per definire la pagina canonica in modo che sia comprensibile ai motori di ricerca occorre aggiungere un elemento <link> che contenga il rel=canonical e l’href dell’url da segnalare come primaria all’interno dei tag <head></head> della pagina web come segue:

<html xmlns=”http://www.w3.org/1999/xhtml” xml:lang=”en” lang=”en”>
<head profile=”http://purl.org/NET/erdf/profile”>
<title>….</title>
….
<link rel=”canonical” href=”http://www.example.com/elenco”/>
….
</head>
….

Conseguentemente, lo stesso canonical dovrà essere utilizzato per tutte quelle pagine che non sono altro che duplicati di questa proprio per fare ‘andare avanti’ quest’ultima.

 

A scanso di equivoci è opportuno però screditare questa leggenda; nella SEO non esiste un vero e proprio problema di cannibalizzazione. Premesso che ciò avviene quando più pagine si posizionano in SERP per una stessa keyword entrando così in competizione tra di loro; è viceversa attendibile che se il contenuto è buono ognuna di esse avrà un buon posizionamento sui motori di ricerca.
Per ovviare a questo fenomeno il buon operatore applicherà dunque la regola regina della SEO, vale a dire che ‘ogni pagina va ottimizzata per una determinata keyword‘. Va peraltro detto che una recente ricerca sul campo va in controtendenza affermando cioé che mediamente le singole pagine si posizionano per più parole chiave (cosiddetta longtail) e, giocoforza, se portano un buon contenuto, si possono posizionare più pagine per la stessa keyword.

Concludendo, un buon sito deve avere per ogni URL il suo canonical corretto per ridurre al minimo la possibilità di duplicazione e per preservare le risorse che produciamo.

“Specificare l’URL canonico in tutte le pagine, quindi, potrebbe essere considerata come una “tutela” contro gli errori e la negative SEO”.

Utilità di una sezione “glossario”

(mercoledì 28 febbraio)

Così come in un glossario così come lo intendiamo “nel’uso comune” sono definiti i termini chiave utili per meglio comprendere dei concetti riportati all’interno di un libro o un manuale, una materia di studio ecc., la sua esistenza strutturale può tornare utile anche a corredo di un sito web.

Prevedere l’aggiunta di un glossario all’interno di un sito è utile sia per aiutare le persone che si avvicinano a un determinato campo – quello che è poi la materia trattata dal progetto – a comprenderlo meglio, sia per aiutare “dal’altra parte”  i motori di ricerca ad “apprezzare” i collegamenti tra le pagine e i concetti contenuti. In altre parole, il glossario è uno strumento utile per la SEO perché:

  • permette di definire meglio il dominio semantico nel quale il sito web si colloca;
  • permette di collegare i contenuti di articoli e pagine con i principali concetti menzionati al loro interno.

il ‘buon’ scrivere online. SEO Copywriting e strutturazione articolo.

(giovedì 22 febbraio)

Che uno scriva per lavoro e fini commerciali, per vendere, o per diletto, passione, alimentare un proprio blog estraneo da fini commerciali, sul writer di turno aleggia un dubbio cui non si può fare a meno di pensare:

Ma chi leggerà i miei contenuti ?’ oppure ‘Quello che scrivo interessa a qualcuno ?‘.
Domanda emblematica questa che trova risposta in una buona strutturazione e “attacco” dell’articolo. Strategie che poi variano a seconda di ciò che si scrive, se cioè riguarda un prodotto/servizio, un fine commerciale piuttosto che un articolo generico, che riporta solo riflessioni, opinioni o esperienze di chi scrive.

Nel primo caso ad esempio prevale la cosiddetta regola di derivazione giornalistica delle 5W (Who ? What ? When ? Where ? Why ?); nel secondo un approccio più soggettivo e “di getto”.
Sullo sfondo – ma che è poi la premessa di tutto il lavoro che viene svolto mediante un’apposita attività di ricerca – il fine che si vuole raggiungere con il post: un intento informazionale – una ricerca “generica” non destinata ad una transazione -, quando l’utente si vuole informare su qualcosa e  vuole andare da qualche parte; un intento navigazionale – quando l’utente cerca informazioni -, ‘ha già individuato il settore/servizio entro cui muoversi’; un intento transazionale o commerciale – quando l’utente vuole fare qualcosa -: ha già individuato un brand commerciale e ha ben chiaro il proprio bisogno quindi è finalizzato al compimento di un’azione commerciale, la fine del funnel. E’ da qui, una volta cioè appreso        il target a cui indirizzare il contenuto, che il copywriter web writer o blogger che sia – colui che è preposto all’analisi (delle parole chiave, competitività, ecc.) sul campo prima per scrivere poi – dispone degli elementi necessari …. E’ così che si sfata un mito irrazionale e al contrario affermare che dobbiamo scrivere per le persone e non per i motori di ricerca.

 

 

 

Sicuramente, quello che deve avere bene in mente il blogger di turno è tenere in considerazione la strutturazione dell’articolo (ciò facilita da subito anche una ottimizzazione in chiave SEO), quindi titolo “ben evidenziato” (tag <h1>) e scritto (inclusione keyword), eventuale sottotitolo che permetta al lettore di focalizzarne il contenuto, meta description che accompagna l’articolo nella SERP dando una prima descrizione di quello che l’utente ritroverà nello stesso, quindi un testo scorrevole opportunamente separato in paragrafi in cui poter enfatizzare determinate parti (kw o long tail) utilizzando i diversi stili disponibili e in cui le parole chiave vengo sì utilizzate ma non in modo così ridondante e ripetitivo così come veniva consigliato in precedenza in chiave SEO.

Un buon metodo per catturare l’attenzione del lettore inizia con lo scrivere una headline efficace, un titolo d’impatto capace di catturare la sua attenzione per convincerlo nel fine commerciale o nell’aprire il post. L’headline si lega al mondo del giornalismo e della pubblicità. Rappresenta la parte iniziale dell’ articolo, è l’elemento più in vista della pagina. Sintesi del contenuto, l’headline serve a convincere il lettore sulla sua ‘bontà’.

Sul web diventa anche oggetto delle attenzioni di Google, per questo è necessario creare dei titoli in grado di informare, emozionare e soddisfare le esigenze del SEO Copywriting (se nella headline chi legge ritrova la soluzione a un problema comune o il modo per raggiungere un desiderio il gioco è fatto).

L’headline può assumere diverse sfumature: può essere dunque un titolo ‘caldo’ (“Come scrivere una headline efficace”) o ‘freddo’ (“Come scrivere una headline”), l’importante proprio per mantenere la sua incisività è il rimanere coerenti con i contenuti.

Scrivere per il web, fare SEO Copywriting, vuol dire soddisfare, ma ancor prima saper individuare, le esigenze dei lettori. Se un testo piace ai lettori viene ‘premiato’ da Google.

.. Per lavorare in questo settore non basta ripetere le keyword a destra e a sinistra. I contenuti di qualità incrociano direttamente le domande e le necessità di chi legge, questa è la vera tecnica di scrittura SEO: soddisfare il lettore. ..” (fonte:www.mysocialweb.it).

E’ arrivato BootStrap v. 4

(venerdì 16 febbraio)

Cullata e plasmata nelle versioni beta dalla seconda metà del 2017, l’inizio del 2018 ha visto il rilascio della versione stabile di Bootstrap 4.0, il più noto framework Open Source utilizzato per lo sviluppo di progetti ed applicazioni web responsive e mobile first. L’aggiornamento presenta diverse novità sia dal punto di vista delle feature sia per quanto riguarda gli strumenti di base, con un lavoro determinante di revisione e integrazione dei template di base.

Bootstrap 4 abbandona Less in favore di Sass ottenendo tempi di compilazione più rapidi grazie a Libsass; nel contempo il toolkit è stato reso conforme alle specifiche Flexbox per migliorare il focus verso i dispositivi mobile.

Da evidenziare inoltre l’introduzione di nuovi componenti per i layout, le Cards, che offrono dei contenitori facilmente estendibili e flessibili per i contenuti delle Web applications.

Con questa versione è stata rivista l’implementazione delle potenzialità responsive del file di Normalize.css con il supporto di un unico file Sass, mentre le opzioni per la personalizzazione sono state migliorate e integrate con nuovi strumenti. Anche diversi elementi per la stilizzazione (ombre, gradienti, transizioni..) sono stati definiti tramite variabili Sass: in questo modo, per effettuare una qualsiasi modifica basterà effettuare l’aggiornamento di una variabile e ricompilare il sorgente.

La nuova versione del toolkit abbandona di fatto la compatibilità con Internet Explorer 8 e 9.

Inoltre, i plugin JavaScript sono stati riscritti in funzione delle specifiche ES6; mentre Popper.js diventa la libreria di riferimento per tooltip, popover e dropdown. Sono stati profondamente revisionati anche i tools gestori dell’istradamento del flusso di dati con npm che prende il posto di Grunt.

Preprocessori CSS

(venerdì 16 febbraio)

Non tutti sanno (me compreso !) che buona parte delle potenzialità offerte dall’utilizzo dei fogli di stile CSS ovvero CSS3 sono permesse dai preprocessori, programmi ideati per rendere più veloce ed ottimizzare la scrittura dei fogli di stile all’interno di un sito web (si pensi alle porzioni di codice racchiuse tra parentesi graffe in cui vengono inserite le regole CSS) .

Lasciando perdere i dettagli che stanno a monte di queste strutture, quindi evitando di parlare del linguaggio C (che è un po’ il papà in materia), di preprocessori sentiamo parlarne anche a proposito dei CSS, qui introdotti per superare e risolvere alcuni limiti propri del costrutto (poter cambiare una serie di colori, riutilizzare delle parti ridondanti di codice e operazioni matematiche particolari, definire ad hoc delle classi), per i quali occorre citarne due, simili tra loro nell’utilizzo differenti per alcune regole sintattiche (ad es. la definizione delle variabili viene fatta con il simbolo $ nell’uno e con la @ nell’altro) e nella complessità: Sass e Less il cui pregio è di poter definire delle regole evitando di doverle poi ripetere nel corso del programma, rendendo così più leggero e scorrevole il codice, ciò in base al principio DRY (“Don’t Repeat Yourself“).

A partire dalla versione 4, Bootstrap ha deciso di scrivere il proprio codice in Sass abbandonando in questo modo Less.

Per ulteriori approfondimenti sui due preprocessori Less e Sass fare riferimento qui o qui.