(Mal)Essere

(martedì 13 marzo)

Sto scorrendo le pagine di una rivista scientifica mentre sono in sala d’attesa dal dentista quando la mia attenzione si sofferma come catalizzata dalla lettura di un articolo inerente uno ‘stile di vita’ o meglio un atteggiamento comportamentale che, similarmente ad altri “sulla stessa frequenza”, potrebbe far pensare a … qualcosa di strano, qualcosa che non va, di innaturale nella persona …

Da qui, ho preso spunto per una riflessione sullo sfondo sociale, su come cioè sia facile essere etichettati / targetizzati perché “diversi”, foss’anche per una minuzia (come spesso avviene) alla stregua del romanzo pirandelliano ‘Uno, nessuno, centomila’ .. L’immagine che di ognuno di noi viene creata da chi ci osserva, da chi ci frequenta; questa è una realtà della vita di tutti i giorni. 

Vivere sulla propria pelle, non per nostra scelta o volere nel senso del verbo, quanto per .. “fattori innati” determinati modi d’essere ci fa sembrare “distanti” da chi ci circonda … Ecco che allora ‘essere specchio’ di determinati atteggiamenti piuttosto che comportamenti caratteriali della persona che vanno poi riflettendosi “a macchia d’olio” sulla società potrebbero indurre a ‘sentirsi diversi’ rispetto agli altri quando non addirittura isolati dalla comunità, al considerarsi malati …, finanche all’essere additati, discriminati.

Sunto della nostra fragilità quando pur non sapendolo cioè non per nostra scelta ci discostiamo dall’essere normali ed “equilibrati” nella conduzione della vita, o meglio di come siamo succubi e di “come cadiamo” di fronte agli altri che ci vedono così “anormali”.

Quando però dietro alla maggioranza di questi comportamenti “anormali” si nasconde solamente un diverso modo di porsi alla vita, alla relazione con gli altri, senza cioè andare a pregiudicare quelli che possono essere i rapporti amicali, le relazioni sociali.

 

L’argomento trattato è quello dell’asessualità cioè di quel modo d’essere per cui non si prova attrazione l’uno per l’altro, o meglio non si prova alcuna forma di attrazione e desiderio né da una parte né dall’altra, constatazioni che inducono a vedere “storto” chi ci sta innanzi.

Durante l’adolescenza, l’idea di vivere una prima esperienza sessuale “non manda in tilt corpo e cervello e, anche crescendo, il sesso non è mai stato al centro dei propri pensieri”; ma non per una questione di timidezza o per un’educazione religiosa.  Eppure, non c’è nulla che non vada in questi soggetti: benché siano poche le ricerche condotte su questa categoria, da un punto di vista neurofisiologico un gruppo di scienziati ha affermato che in chi è asessuale non c’è nulla che non va: l’eccitazione è dunque simile a quella degli ‘eterosessuali’. Si denota solo una scarsa ‘reazione soggettiva’, come se ci fosse un blocco tra la normale reazione fisica che si prova e le consapevolezza della stessa (attrazione): solitamente infatti il cervello si accorge che il corpo è eccitato e dà il via all’istinto di stare insieme a un partner. Statisticamente, una curiosità, l’asessualità è più diffusa fra i mancini.

Asessualità non significa per forza ‘astensione da’, non deve essere confusa cioè con la castità che è dettata da norme religiose.  Asessualità non significa infine rifiutare e fuggire le relazioni affettive; anche loro desiderano conoscere persone con cui relazionarsi, vivere emozioni forse in modo ‘atipico’: una persona asessuale potrebbe voler vivere una storia d’amore “a modo suo”, e magari costruire comunque anche una famiglia, avere dei figli.

In una società dominata da istinti innati definendo perciò le nostre relazioni, l’idea di una vita senza sesso può apparire inconcepibile. Se allora nei decenni precedenti, a seguito delle prime osservazioni, questi soggetti venivano catalogati come “persone senza contatti o relazioni socio-sessuali, nel 1979 certo Michael Storms scienziato all’università del Kansas identificandolo come “orientamento sessuale”, alla stregua dell’eterosessualità e/o bisessualità.

XXVI Giornata Mondiale del Malato

(sabato 10 febbraio)

 

L’11 febbraio di quest’anno ricorrono i 160 anni dalle apparizioni di Lourdes (1858). La Vergine Santa si mostrò alla giovane Bernadette Soubirous presentandosi ad essa con il titolo di Immacolata Concezione, confermando di fatto quanto era stato definito come dogma dal Beato Papa Pio IX, appena quattro anni prima (1854).

La presenza di Maria a Lourdes è stata, fin dal primo momento, grazie anche alla testimonianza semplice e bella, ma allo stesso tempo faticosa e travagliata di Bernadette, legata al fiducioso affidamento che i fedeli fanno della propria vita a Lei, Madre del Signore,per consegnarle le proprie sofferenze, i propri dolori, le proprie malattie sia fisiche che spirituali.

Fin dai primi tempi, numerosissimi pellegrini, alcuni di essi colpiti da gravi infermità, hanno raggiunto la città francese. E’ stato principalmente questo il motivo che ha spinto il Papa Giovanni Paolo II, a disporre che a partire dal 1993 la memoria della Vergine di Lourdes divenisse Giornata Mondiale del Malato. Quest’anno siamo alla XXVIima edizione. Tema: “Ecco tuo figlio … Ecco tua madre. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sè“.

L’invocazione a Maria “Salute degli Infermi” manifesta con forza la fede nel potere della Vergine di guarirci dai nostri mali ….

 

(tratto da La Domenica, periodico religioso)

Un’omelia, una riflessione

(sabato 27 gennaio)

‘Il più bel ricordo che una persona può lasciare di sè ai [posteri,] coetanei e compagni, sono gli insegnamenti che è riuscito a tramandare durante la sua esistenza …’.
Parole ricorrenti in una qualsiasi omelia …

Oggi queste stesse parole pronunciate da don Luca in una celebrazione funebre mi hanno toccato tanto da ricordarle parola per parola; “significativo” verrebbe da dire, in un frangente come quello di una liturgia, precisamente in un commento ai passi della Sacra Scrittura, ricordarsene a posteriori ! … Non so il motivo, forse perché avevo presente di chi si stava parlando nella circostanza. E quello che è ancor più significativo sono state le parole successive: ‘… perché ha capito cosa fosse importante nella vita, … i veri valori che bisogna tenersi stretti …’.

Una riflessione “dal doppio taglio” – verrebbe da pensare -: chi si può fregiare della “buona” strada intrapresa, chi rimane “in bilico” a queste parole, quasi rappresentassero una chimera ! ….

Traslando un pò la riflessione, nel corso della propria vita, del proprio vissuto, ad ognuno è data la facoltà di sperimentare giorno dopo giorno determinate esperienze e conseguentemente le proprie attitudini dal punto di vista caratteriale e comportamentale, imprescindibilmente dettate dalla propria sensibilità e da ciò, da quello che viene seminato, ne consegue il riscontro, una sorta di filtro dei propri talenti e valori, la cartina tornasole del nostro ego. Questa forse è anche l’essenza del ‘METTERSI IN GIOCO‘, non un dovere – va sottinteso – ma una facoltà per ognuno.

Dunque un invito a ‘conformare’ la propria vita interiore “ai” valori veri e consolidati, mettendo in secondo piano quelli più materiali ed effimeri: ciò non vuole sottintendere però a una vita asociale, al rimanere in disparte – anzi, il contesto sociale è il “campo di gioco” in questi termini ! -.

Tu chiamale se vuoi ‘AFFEZIONI’

(domenica 21 gennaio)

Uno degli aspetti umanamente (e universalmente) più “luminosi” e appaganti per ognuno di noi è – come ci viene insegnato – la capacità di intavolare, tessere rapporti sociali per così dire a vari livelli.
Quindi qui non voglio parare banalmente del nostro relazionarsi agli altri, siano essi la propria famiglia piuttosto che il frequentare la vita sociale in genere; mi riferisco cioé squisitamente alla nostra ambizione di METTERSI IN GIOCO (come altrove già alluso …).
Spostando l’attenzione su queste “situazioni” di vissuto abbiamo così gruppi di aggregazione per così dire generici (“Gruppo Alpini”, “Protezione Civile”, ecc) dove cioè abbiamo opportunità o meno di stabilire ulteriori legami e altri in cui, senza nulla togliere ai primi, ci si trova maggiormente immersi non per “numero” di rapporti stretti quanto forse “per scelta” e il senso di responsabilità che ci si prende nell’esserne parte e per quanto si spende per esso, …. la possibilità di stabilire e consolidare legami quasi ne consegue !
Un esempio lampante è quello dei gruppi sportivi: aggregazioni “extra-familiari” e “extra-sociali” – o meglio sottoinsieme – che ci danno l’opportunità di mettere in comune nostre passioni con altre persone, adulti e ragazzi. Relazioni che crescono senza che noi ce ne accorgiamo. In essi e con i nostri compagni di viaggio, grandi o piccoli, condividiamo sacrifici, l’Amicizia e parallelamente un rapporto di fiducia, gioie per i risultati raggiunti come le fatiche per i sacrifici sostenuti – leggi anche scelte da adottare – ….
Sembra quasi si venga a creare un nuovo nido se il rapporto coinvolge adulti e fanciulli di differente età ! Momenti rubati al proprio quotidiano – e chi allena in primis lo sa bene -per dedicarsi ad una famiglia costruita, fondata su valori di rispetto reciproco e crescita personale .
Ecco poi che, quando meno te lo aspetti, “ti” arriva una tegola addosso, che mai avresti voluto o pensato interessasse anche te – la quale si traduce nella perdita di qualcuno ‘di famiglia’ …. non l’abbandono, ognuno è poi libero di fare quello che vuole, di “scendere dalla giostra” perché non ritiene opportuno continuare o capisce che ciò non rispecchia effettivamente ciò che pensava …
E’ qui – come dicevo recentemente a un mio amico anche lui dirigente di squadra – che entra in scena il dirigente di squadra con i suoi valori e la sua opportuna vicinanza e – si auspica – la società tutta anzitutto per “proteggerli”, che deve farsi e dare forza ai propri atleti per andare avanti nel percorso intrapreso a prescindere dai momenti ‘bui’, da ciò che non si sarebbe mai voluto, star loro accanto, …..

“Amore incondizionato”

“Amami sempre, anche quando sono difficile da comprendere. Amami quando mi perdo nei miei silenzi e non mi lascio avvicinare, amami quando litighiamo e mi chiudo a chiave in camera lasciandoti fuori ad aspettare. Amami quando sbaglio, quando piango, quando tiro fuori gli artigli come un animale selvatico. Amami quando avro’ gli occhi stanchi dopo notti insonni perse dietro troppi pensieri. Amami quando girerò per casa in pigiama, spettinata, senza trucco e sprofonderò sotto al plaid sul divano. Amami quando specchiandomi troverò una ruga in più sul mio viso e mi sentirò meno bella. Amami quando sono insicura, paranoica, lunatica, irascibile. Amami quando faticherò ad accettare un dolore troppo grande o quando inciamperò nelle buche della vita. Amami quando metto il broncio e divento più capricciosa di una bambina. Amami sempre, anche quando sono difficile da capire, anche quando ti farò impazzire, anche quando ti dirò di andare via perché è proprio in quei momenti che ho più bisogno di te. Solo tra le tue braccia io mi sento a casa, solo con te so di non dover fingere di essere diversa da quella che sono.”
insieme, possiamo e potremo sempre tutto.

[CIT.]

PGS, 50 anni al servizio dei giovani con lo sport

(martedì 2 gennaio)

Il presidente della Repubblica Mattarella ha mandato una medaglia commemorativa. L’ente di promozione sportiva è presente sul tutto il territorio e sabato convegno celebrativo nel Salone d’onore del Coni, col presidente Malagò.

Lo scorso 16 dicembre le PGS (Polisportive Giovanili Salesiani) hanno spento le 50 candeline di presenza sul territorio nazionale facendo dello sport un valido e necessario Risultati immagini per 50 anni PGS

strumento educativo, indispensabile per una responsabile crescita formativa dei nostri ragazzi uomini e donne di domani, andando oltre la dimensione agonistica dello sport medesimo.

Nella giornata di sabato 16 dicembre è andato in scena il momento culminante delle celebrazioni con un convegno celebrativo presso il Salone d’Onore del Coni a Roma

Come riportato in un articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport, ‘ le Polisportive Giovanili Salesiane sono impegnate a sviluppare la dimensione educativa dell’attività sportiva all’interno di un progetto giovani-società ispirato al sistema preventivo di Don Bosco’ e portato avanti facendo leva sui fondamenti della tradizione e spiritualità salesiana e degli “alleducatori”.

Questi ultimi, insieme alla presenza del corpo arbitrale presenza imprenscindibile per il rispetto delle regole di gioco, sono i veri attori e artefici del progetto PGS.

 

http://www.gazzetta.it/Sport-Vari/13-12-2017/pgs-polisportive-salesiane-coni-malago-240203051921.shtml

(tratto da un articolo apparso su ‘La Gazzetta dello Sport’ e dal filmato realizzato per il 50° delle PGS, 14-16 dicembre 2017)

Il presepio e l'albero

(9 dicembre)

 Incontriamo il Nato Bambino

 

All’evento della Nascita di Gesù si giunge attraverso una fase preparatoria ed organizzativa che vede all’opera grandi e bambini. Una tradizione del “fare” che ebbe origine nel 1223 a Greccio con san Francesco d’Assisi. Era una scena della Natività fatta di essenzialità e semplicità, riflesso del sentire e vivere del Poverello d’Assisi.
Nel tempo le rappresentazioni del presepio sono andate sempre più elaborandosi. Da anni l’arte e la creatività hanno dato luogo a molteplici interpretazioni e svariati modelli che pur ruotando attorno alla ricostruzione storica della nascita di Gesù, da essa si distaccano introducendo mestieri e figure del presente.
A San Gregorio Armeno, Napoli, ad esempio, la fantasia napoletana mette in scena statuine con personaggi dello spettacolo e Capi di Stato.
In tante parrocchie viene realizzato il presepe vivente con la partecipazione attiva dei fedeli. Un modo per coinvolgere famiglie intere avvicinando anche i giovani che non frequentano la chiesa.
Il presepe che potrebbe essere definito come il luogo della tenerezza divina, trova anche nelle abitazioni una collocazione centrale in virtù di una tradizione religiosa irrinunciabile. Alla ricostruzione storica della Natività spesso si affianca l’albero di Natale.
ricordiamo che durante il pontificato di san Giovanni Paolo II nel 1982 fu allestito per la prima volta un grande albero di Natale in piazza San Pietro a Roma. Significative le parole di papa Francesco: ‘Anche oggi, presepe_1Gesù continua a dissipare le tenebre dell’errore e del peccato, per recare all’umanità la sfolgorante luce divina, di cui l’albero natalizio è segno e richiamo” (13 dicembre 2014).

 

(tratto da “La Domenica, periodico religioso)

Il valore della dignità oggi

(martedì 29 novembre)

La dignità è diventata negli ultimi anni da semplice vocabolo “perso” nei dizionari italiani celando il suo significato di ‘libertà e serenità’,
a bene prezioso, termine ricorrente nel quotidiano, quasi a significare una ‘cosa’ da custodire gelosamente. Stato e livello di vivibilità irrinunciabile per la persona, ma che spesso viene messo in discussione dal mondo reale !
Uscendo quasi dalla nebulosa dell’oblìo dei termini della lingua italiana (una bella accezione è “nobiltà morale che deriva all’uomo dalla sua natura, dalle sue qualità, e insieme rispetto che egli ha di sé e suscita negli altri in virtù di questa sua condizione”; e ancora: “Considerazione in cui l’uomo tiene se stesso e che si traduce in un comportamento responsabile, misurato, equilibrato”), per il suo significato, il suo valore, la sua innegabilità, oggi questa parola è alquanto di uso comune, fa parte della nostra quotidianità !!
Tante invece le sfumature che oggigiorno il mondo ci offre in cui la sua mancanza è viceversa tangibile, palpabile: dalle storie dei prigionieri reclusi e di guerra, al fenomeno e alle vicende dei migranti, … a quello – forse più latente e tagliente – della disoccupazione.
Già mi vedo Lorenzo Cherubini, apprezzato paroliere degli anni 2000, come possibile assemblatore di una grida a riguardo (“DIGNITA’ DIGNITA’…). Condizione a cui tutti auspicano di non arrivare, o banalmente evitare, ma che non guarda in faccia a nessuno … o quasi !!!
Anche papa Francesco nei suoi recenti discorsi si è schierato a difesa di questo diritto imprescindibile per ognuno: se anche il detenuto sconta una pena meritata (per aver commesso reati anche gravi) lo Stato non ha il diritto di ignorare le sue sofferenze.”; “Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti!”, “Ogni lavoratore ha il diritto di vederla tutelata, e in particolare i giovani devono poter coltivare la fiducia che i loro sforzi, il loro entusiasmo, l’investimento delle loro energie e delle loro risorse non saranno inutili.”
Leggi controverse e talora forse opinabili, diritti calpestati: tutto però fa “confusione”.
Brutto, estremamente sfiancante e intollerabile è vedere un padre di famiglia, se non padre e madre, vittime ‘innocenti’ e inconsapevoli,
faticare per arrivare a fine mese per riuscire a malapena a sfamare la propria famiglia.
O il pensionato o l’anziano vedersi privati di diritti certi e acquisiti, garantiti della propria carriera lavorativa dopo anni di lavoro, per un domani migliore. O ancora “i bamboccioni”, fantomatico eufemismo coniato dalla nostra classe politica, non riuscire a dare un senso, una finalità al proprio futuro, la libertà di poter programmare la propria vita “oltre”; a una possibilità di migliorare, di riuscire a cambiare il proprio domani, rincorrendo magari (anche) un sogno.

La preghiera di Papa Francesco «Resta aperta la porta della misericordia. Giubileo non finisce»

(lunedì 21 novembre)

Papa Francesco chiude l’anno della Misericordia iniziato l’8 dicembre 2015 e invita a «riscoprire la centralità del Vangelo»

 

CITTÀ DEL VATICANO – «Quante volte, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio». Francesco ha pregato in silenzio, si è avvicinato al portale di San Pietro, ha chiuso la Porta Santa che aveva aperto l’8 dicembre 2015 e con essa l’Anno Santo della Misericordia.

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Il senso del Giubileo

E ora è come se ricapitolasse il senso del Giubileo che in realtà aveva voluto aprire il 29 novembre dell’anno scorso, nel Centrafrica in guerra civile: Bangui e la sua cattedrale come «capitale spirituale» di un mondo afflitto dal «virus dell’inimicizia», ciò che ha più volte definito la «terza guerra mondiale combattuta a pezzi». Francesco ha voluto invitare la Chiesa a «riscoprire il centro, ritornare all’essenziale» del Vangelo,  e nella piazza gremita sillaba: «La misericordia, portandoci al cuore del Vangelo, ci esorta anche a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio; a trovare il nostro orientamento solo nella perenne e umile regalità di Gesù, non nell’adeguamento alle precarie regalità e ai mutevoli poteri di ogni epoca». Ecco perché il Giubileo non è finito, non deve finire: «Anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza».

Il vero potere

Più di 22 milioni di persone hanno attraversato la porta santa di San Pietro durante il Giubileo, una cifra enorme considerando che il Papa aveva deciso che non si concentrasse tutto a Roma e venissero aperte più di diecimila porte sante in tutte le diocesi del mondo. Nessun grande evento, niente spettacoli. Il Papa ha voluto un Giubileo sobrio: «Tanti pellegrini hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore». Francesco ha voluto che l’Anno Santo si chiudesse, oggi, nel giorno che per la Chiesa è la «solennità di Cristo Re dell’Universo». La sua riflessione è intorno al senso di questa regalità: «Cristo appare senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete». Qui sta ciò che il Papa indica alla Chiesa: «La grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa. Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta. Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura».

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La tentazione più terribile

Di fronte a questa «regalità paradossale», ci possono essere tre possibili reazioni che Francesco riassume con tre immagini. La prima è il «popolo» che «stava a vedere», la tentazione di stare lontani: «È lo stesso popolo che per le proprie necessità si accalcava attorno a Gesù, ed ora tiene le distanze. Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile. Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi…». La secona immagine, il gruppo che nel Vangelo comprende «i capi del popolo, i soldati e un malfattore», rappresenta la tentazione più grave: «Tutti costoro deridono Gesù, gli rivolgono la stessa provocazione: “Salvi se stesso!” Tentano Gesù, come fece il diavolo agli inizi del Vangelo, perché rinunci a regnare alla maniera di Dio, ma lo faccia secondo la logica del mondo: scenda dalla croce e sconfigga i nemici! Se è Dio, dimostri potenza e superiorità! Questa tentazione è un attacco diretto all’amore. “Salva te stesso»: non gli altri, ma te stesso. Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo». La tentazione di «cercare le appaganti sicurezze offerte dal mondo», «scendere dalla croce»: mirare al potere e al successo.

Il malfattore

La terza immagine è quella del malfattore crocifisso che dice: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È l’atteggiamento indicato dal Giubileo, spiega Francesco: «Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: “Oggi con me sarai nel paradiso”». Qui sta il senso dell’Anno Santo, la porta che resta aperta: «Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza».

(tratto da www.corriere.it, domenica 20 novembre)

Papa Francesco: in ogni Diocesi un "segno" del Giubileo

(lunedì 21 novembre)

Papa Francesco conclude l’Anno Santo straordinario della Misericordia nella solennità di Cristo Re dell’Universo, domenica 20 novembre. Iniziato l’8 dicembre 2015, questo Anno è stato ricco di appuntamenti ecclesiali. Per ricordarlo negli anni a venire, il Pontefice ha inviato a costruire un “monumento” in ogni diocesi, un’opera strutturale di misericordia: un ospedale, una casa per anziani, per bambini abbandonati, una scuola dove non ci fosse, una casa per recuperare i tossicodipendenti.

Sarebbe un modo per lasciare come un ricordo vivente, un’opera di misericordia concreta, una “piaga di Gesù vivente”, come Papa Bergoglio ha detto, nella veglia di preghiera in piazza San Pietro sabato pomeriggio 22 aprile, nella festa della Divina Misericordia e nell’XI anniversario della morte di san Giovanni Paolo II.

L’Anno Santo è stata un’occasione importante per riscoprire il Volto compassionevole di Cristo e per mettere l’accento sulla necessità di esprimere con le opere concrete la misericordia professata a parole. Solidarietà e amore verso i fratelli che devono coniugarsi con la tutela e la salvaguardia del creato, come ha sottolineato ancora Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato sì”. L’Anno Santo, infatti, dovrebbe lasciare ai posteri anche un “messaggio” ecologico per testimoniare che la terra è strettamente solidale con l’uomo che per primo deve rispettarla.

 

(tratto da ‘La Domenica’, di Nicola Gori)