Trittico della Solidarietà 2018 all’epilogo

(sabato 6 ottobre)

Dopo gli appuntamenti di Cavona di questa estate e di Malgesso di domenica scorsa, nel pomeriggio di oggi va in scena a Cassano Valcuvia all’interno della ‘Festa dei popoli’ il terzo e ultimo appuntamento del ‘Trittico della Solidarietà‘, un mini circuito di gare locali scelte e organizzate dall’amico Vittorio Ciresa per fare del podismo locale uno strumento di sensibilizzazione a piccoli grandi gesti per il sociale.

 

Giunto alla seconda edizione, si tratta di un “ventaglio” di gare dei nostri territori attraverso cui si vuole enfatizzare (e allo stesso tempo trasmettere) proprio un valore squisitamente sociale, mettendo da parte qualsiasi risvolto agonistico, occasioni attraverso cui devolvere i fondi a specifiche mutue esigenze piuttosto che alla realizzazione di progetti ‘di più ampio respiro’.

Già da quando avevo adocchiato il volantino della gara odierna ‘mi era salito lo spauracchio’ dal possibile sviluppo altimetrico considerando la collocazione del paese di Cassano Valcuvia; e difatti devo dire le aspettative sono state ampiamente soddisfatte !! …

Con uno sviluppo di 6 chilometri e spicci la gara si è rivelata tutt’altro che .. soft: dopo essere (fortunatamente) ridiscesi al passo dal ripido pendio della località San Francesco sede del ritrovo, partenza dal viale antistante il municipio. Ma appena superato l’edificio, subito la strada prende la sua … piega (in salita) per raggiungere l’eremo dei frati carmelitani, non concedendo letteralmente un metro per rifiatare e così mettere alla prova la resistenza “e l’audacia”dei partecipanti, un’ottantina fra i due percorsi  di 3 e 6 chilometri.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo un km circa su asfalto, si imbocca per i boschi; camminamenti fra la vegetazione non sempre agevoli quanto a fondo caratterizzati in più passaggi da tratti sassosi e qua e là da cambiamenti di direzione, fattibili ma che consigliano un’andatura cauta onde evitare incidenti di percorso.
Saluto il Vittorio e messa alle spalle la parte boschiva più aspra (“TO BE CONTINUED..”), segue una lunga dolce ridiscesa che ci accompagna nelle “recondite” campagne locali e un successivo saliscendi che riporta verso l’abitato.

Quindi una risalita piuttosto impegnativa e a seguire deviazione ingannevole sulla sinistra che scende verso il centro del borgo e la zona di partenza. Attraversamento del parco giochi e qui, forse per distrazione, devo bruscamente prendere a destra, in direzione del Centro Documentale ‘Frontiera Nord Linea Cadorna’, attraversando le strette viuzze e guadagnare infine la via principale, passare sotto l’arco che funge da ingresso al paese e risalire poi il versante sinistro. Riguadagnato a questo punto lo sterrato e bosco eccoci affrontare una suggestiva quanto impegnativa scalinata ricavata sul costone retrostante la chiesetta che domina il promontorio, impossibile da correre anche per i più audaci forse (quasi 300 metri di dislivello) !

Raggiunta la sommità, in corrispondenza dell’inizio della Via Santa del paese, ci buttiamo per i duecento metri finali di questa impegnativa ma avvincente e meritevole gara per arrivare al traguardo posto davanti la locanda ‘Crotto del Sorriso’ !

Il post gara è poi allietato da un breve monologo realizzato dalla compagnia del Teatro Periferico di Cassano Valcuvia che festeggia il suo 10° compleanno, abbracciando con ciò l’apertura multietnica che vuole essere al centro dell’attenzione come momento aggregativo della nostra società.

Infine, complimenti a Vittorio Ciresa per la sua perspicacia nel ricercare percorsi e angoli comunque affascinanti nelle nostre valli e paesi da riproporre in veste sportiva.

Appunti di una domenica pomeriggio alternativa

(domenica 30 settembre)

Proseguendo la giornata sportiva, dopo il consueto appuntamento mattutino con il Piede d’Oro sul lungolago della Schitanna di Varese, nel pomeriggio mi reco a Malgesso, invogliato dall’amico Vittorio Ciresa, per partecipare a una corsa benefica: ‘Memorial Martina e Erika’ e patrocinato dalla Fondazione Giacomo Ascoli , per cui ritrovo Giuseppe e Mariella, la quale da anni combatte per e a fianco dei bambini colpiti da malattie oncoematologiche.
Trattasi di una gara di 5 chilometri circa che si sviluppa fra le vie e i boschi limitrofi, con partenza e arrivo davanti all’oratorio.
“Partecipazione soft” – almeno così si sarebbe detto una volta: si è dato al mattino ora si corre per una giusta causa !
All’arrivo sul piazzale dell’oratorio ritrovo Pietro e gli amici dell’Atletica 3V, qualche rappresentante del 7 Laghi Runners dell’amico Ugo Fantoni, Antonio Rondinelli, Stefano Bordanzi e Matteo Raimondi anch’essi reduci dalla prova del mattino.
Si sarebbe detto gara tranquilla ma, si sa, un conto è parlare … un altro interpretare ! Infatti, sin dall’inizio il ritmo è decisamente alto.
Meno di un km e siamo nella parte boschiva che da subito si profila abbastanza impegnativa con un paio di passaggi … degni di nota fino ad arrivare al punto più alto del percorso.
Noto che lungo lo sviluppo la gara ripropone alcuni passaggi della gara di Malgesso di qualche anno fa.
Siamo attorno al terzo chilometro quando abbandoniamo i boschi per riguadagnare l’abitato, e tornare così in leggera discesa verso ‘la zona di lancio. A questo punto però invece di imbucare nuovamente il rettifilo iniziale teniamo la destra per superare il ponte sulla ferrovia e dirigerci verso il lungo rettilineo delle scuole Manzoni.
Al termine, ci dirigiamo verso il punto di partenza ma veniamo prima portati verso l’attraversamento del parco DinDon, lungo periplo per riuscire dal parco giochi e rientrare più in alto attraversando il viale alberato al termine del quale è posto l’arrivo.

Bel percorso quello proposto dagli organizzatori come buona la partecipazione di grandi e piccini, soprattutto coinvolgendo le famiglie, e accattivante quanto basta … Promosso.

Appuntamento settembrino con la fiaccolata di Cavona

(domenica 9 settembre)
Della serie ‘Piccole cose che lasciano il segno ! ..’

Oggi smetto la skill del podista verace, “doc” per indossare quelli che, da alcuni anni a questa parte, considero un piccolo pregio, un’occasione che non capita tutti i giorni per chi fa della corsa una passione, un piccolo onore: fare il tedoforo, sulle strade di casa !! …
E’ un piccolo ma irrinunciabile gesto questo ma dall’encomiabile significato che si ripete da svariati anni e che porta un gruppo di ragazzi di Cavona e Cuveglio a suggellare, con una marcia di avvicinamento (simbolo di difficoltà e sacrificio) emulando il gesto olimpico, il cammino che porta alla Luce che è Maria.
Come da diversi anni a questa parte avviene, la prima settimana di settembre, in occasione dei festeggiamenti della Madonna Nera nel piccolo paese della Valcuvia, è stato rispettato l’appuntamento con la Fiaccolata. Un ‘rendez-vous’ irrinunciabile e fortemente voluto dalla Comunità che sta diventando una consuetudine dal grande significato in occasione della festività mariana evidenziandone la devozione.

Un gesto che si ripete ogni anno partendo da un santuario o sito religioso della provincia a simulare un cammino non privo di difficoltà e che conduce proprio sul sagrato della chiesa del borgo valcuviano per l’accensione del braciere antistante.
Dopo aver toccato il Sacro Monte di Varese, la prepositurale di Arcisate, San Michele, Agra, Marzio e altre località, partenza quest’anno nel tardo pomeriggio dalla Casa ‘Don Guanella’ di Barza di Ispra passandosi di volta in volta la fiamma per risalire al cuore della Valcuvia dove veniamo accolti da don Lorenzo.

 

(Mal)Essere

(martedì 13 marzo)

Sto scorrendo le pagine di una rivista scientifica mentre sono in sala d’attesa dal dentista quando la mia attenzione si sofferma come catalizzata dalla lettura di un articolo inerente uno ‘stile di vita’ o meglio un atteggiamento comportamentale che, similarmente ad altri “sulla stessa frequenza”, potrebbe far pensare a … qualcosa di strano, qualcosa che non va, di innaturale nella persona …

Da qui, ho preso spunto per una riflessione sullo sfondo sociale, su come cioè sia facile essere etichettati / targetizzati perché “diversi”, foss’anche per una minuzia (come spesso avviene) alla stregua del romanzo pirandelliano ‘Uno, nessuno, centomila’ .. L’immagine che di ognuno di noi viene creata da chi ci osserva, da chi ci frequenta; questa è una realtà della vita di tutti i giorni. 

Vivere sulla propria pelle, non per nostra scelta o volere nel senso del verbo, quanto per .. “fattori innati” determinati modi d’essere ci fa sembrare “distanti” da chi ci circonda … Ecco che allora ‘essere specchio’ di determinati atteggiamenti piuttosto che comportamenti caratteriali della persona che vanno poi riflettendosi “a macchia d’olio” sulla società potrebbero indurre a ‘sentirsi diversi’ rispetto agli altri quando non addirittura isolati dalla comunità, al considerarsi malati …, finanche all’essere additati, discriminati.

Sunto della nostra fragilità quando pur non sapendolo cioè non per nostra scelta ci discostiamo dall’essere normali ed “equilibrati” nella conduzione della vita, o meglio di come siamo succubi e di “come cadiamo” di fronte agli altri che ci vedono così “anormali”.

Quando però dietro alla maggioranza di questi comportamenti “anormali” si nasconde solamente un diverso modo di porsi alla vita, alla relazione con gli altri, senza cioè andare a pregiudicare quelli che possono essere i rapporti amicali, le relazioni sociali.

 

L’argomento trattato è quello dell’asessualità cioè di quel modo d’essere per cui non si prova attrazione l’uno per l’altro, o meglio non si prova alcuna forma di attrazione e desiderio né da una parte né dall’altra, constatazioni che inducono a vedere “storto” chi ci sta innanzi.

Durante l’adolescenza, l’idea di vivere una prima esperienza sessuale “non manda in tilt corpo e cervello e, anche crescendo, il sesso non è mai stato al centro dei propri pensieri”; ma non per una questione di timidezza o per un’educazione religiosa.  Eppure, non c’è nulla che non vada in questi soggetti: benché siano poche le ricerche condotte su questa categoria, da un punto di vista neurofisiologico un gruppo di scienziati ha affermato che in chi è asessuale non c’è nulla che non va: l’eccitazione è dunque simile a quella degli ‘eterosessuali’. Si denota solo una scarsa ‘reazione soggettiva’, come se ci fosse un blocco tra la normale reazione fisica che si prova e le consapevolezza della stessa (attrazione): solitamente infatti il cervello si accorge che il corpo è eccitato e dà il via all’istinto di stare insieme a un partner. Statisticamente, una curiosità, l’asessualità è più diffusa fra i mancini.

Asessualità non significa per forza ‘astensione da’, non deve essere confusa cioè con la castità che è dettata da norme religiose.  Asessualità non significa infine rifiutare e fuggire le relazioni affettive; anche loro desiderano conoscere persone con cui relazionarsi, vivere emozioni forse in modo ‘atipico’: una persona asessuale potrebbe voler vivere una storia d’amore “a modo suo”, e magari costruire comunque anche una famiglia, avere dei figli.

In una società dominata da istinti innati definendo perciò le nostre relazioni, l’idea di una vita senza sesso può apparire inconcepibile. Se allora nei decenni precedenti, a seguito delle prime osservazioni, questi soggetti venivano catalogati come “persone senza contatti o relazioni socio-sessuali, nel 1979 certo Michael Storms scienziato all’università del Kansas identificandolo come “orientamento sessuale”, alla stregua dell’eterosessualità e/o bisessualità.

XXVI Giornata Mondiale del Malato

(sabato 10 febbraio)

 

L’11 febbraio di quest’anno ricorrono i 160 anni dalle apparizioni di Lourdes (1858). La Vergine Santa si mostrò alla giovane Bernadette Soubirous presentandosi ad essa con il titolo di Immacolata Concezione, confermando di fatto quanto era stato definito come dogma dal Beato Papa Pio IX, appena quattro anni prima (1854).

La presenza di Maria a Lourdes è stata, fin dal primo momento, grazie anche alla testimonianza semplice e bella, ma allo stesso tempo faticosa e travagliata di Bernadette, legata al fiducioso affidamento che i fedeli fanno della propria vita a Lei, Madre del Signore,per consegnarle le proprie sofferenze, i propri dolori, le proprie malattie sia fisiche che spirituali.

Fin dai primi tempi, numerosissimi pellegrini, alcuni di essi colpiti da gravi infermità, hanno raggiunto la città francese. E’ stato principalmente questo il motivo che ha spinto il Papa Giovanni Paolo II, a disporre che a partire dal 1993 la memoria della Vergine di Lourdes divenisse Giornata Mondiale del Malato. Quest’anno siamo alla XXVIima edizione. Tema: “Ecco tuo figlio … Ecco tua madre. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sè“.

L’invocazione a Maria “Salute degli Infermi” manifesta con forza la fede nel potere della Vergine di guarirci dai nostri mali ….

 

(tratto da La Domenica, periodico religioso)

Un’omelia, una riflessione

(sabato 27 gennaio)

‘Il più bel ricordo che una persona può lasciare di sè ai [posteri,] coetanei e compagni, sono gli insegnamenti che è riuscito a tramandare durante la sua esistenza …’.
Parole ricorrenti in una qualsiasi omelia …

Oggi queste stesse parole pronunciate da don Luca in una celebrazione funebre mi hanno toccato tanto da ricordarle parola per parola; “significativo” verrebbe da dire, in un frangente come quello di una liturgia, precisamente in un commento ai passi della Sacra Scrittura, ricordarsene a posteriori ! … Non so il motivo, forse perché avevo presente di chi si stava parlando nella circostanza. E quello che è ancor più significativo sono state le parole successive: ‘… perché ha capito cosa fosse importante nella vita, … i veri valori che bisogna tenersi stretti …’.

Una riflessione “dal doppio taglio” – verrebbe da pensare -: chi si può fregiare della “buona” strada intrapresa, chi rimane “in bilico” a queste parole, quasi rappresentassero una chimera ! ….

Traslando un pò la riflessione, nel corso della propria vita, del proprio vissuto, ad ognuno è data la facoltà di sperimentare giorno dopo giorno determinate esperienze e conseguentemente le proprie attitudini dal punto di vista caratteriale e comportamentale, imprescindibilmente dettate dalla propria sensibilità e da ciò, da quello che viene seminato, ne consegue il riscontro, una sorta di filtro dei propri talenti e valori, la cartina tornasole del nostro ego. Questa forse è anche l’essenza del ‘METTERSI IN GIOCO‘, non un dovere – va sottinteso – ma una facoltà per ognuno.

Dunque un invito a ‘conformare’ la propria vita interiore “ai” valori veri e consolidati, mettendo in secondo piano quelli più materiali ed effimeri: ciò non vuole sottintendere però a una vita asociale, al rimanere in disparte – anzi, il contesto sociale è il “campo di gioco” in questi termini ! -.

Tu chiamale se vuoi ‘AFFEZIONI’

(domenica 21 gennaio)

Uno degli aspetti umanamente (e universalmente) più “luminosi” e appaganti per ognuno di noi è – come ci viene insegnato – la capacità di intavolare, tessere rapporti sociali per così dire a vari livelli.
Quindi qui non voglio parare banalmente del nostro relazionarsi agli altri, siano essi la propria famiglia piuttosto che il frequentare la vita sociale in genere; mi riferisco cioé squisitamente alla nostra ambizione di METTERSI IN GIOCO (come altrove già alluso …).
Spostando l’attenzione su queste “situazioni” di vissuto abbiamo così gruppi di aggregazione per così dire generici (“Gruppo Alpini”, “Protezione Civile”, ecc) dove cioè abbiamo opportunità o meno di stabilire ulteriori legami e altri in cui, senza nulla togliere ai primi, ci si trova maggiormente immersi non per “numero” di rapporti stretti quanto forse “per scelta” e il senso di responsabilità che ci si prende nell’esserne parte e per quanto si spende per esso, …. la possibilità di stabilire e consolidare legami quasi ne consegue !
Un esempio lampante è quello dei gruppi sportivi: aggregazioni “extra-familiari” e “extra-sociali” – o meglio sottoinsieme – che ci danno l’opportunità di mettere in comune nostre passioni con altre persone, adulti e ragazzi. Relazioni che crescono senza che noi ce ne accorgiamo. In essi e con i nostri compagni di viaggio, grandi o piccoli, condividiamo sacrifici, l’Amicizia e parallelamente un rapporto di fiducia, gioie per i risultati raggiunti come le fatiche per i sacrifici sostenuti – leggi anche scelte da adottare – ….
Sembra quasi si venga a creare un nuovo nido se il rapporto coinvolge adulti e fanciulli di differente età ! Momenti rubati al proprio quotidiano – e chi allena in primis lo sa bene -per dedicarsi ad una famiglia costruita, fondata su valori di rispetto reciproco e crescita personale .
Ecco poi che, quando meno te lo aspetti, “ti” arriva una tegola addosso, che mai avresti voluto o pensato interessasse anche te – la quale si traduce nella perdita di qualcuno ‘di famiglia’ …. non l’abbandono, ognuno è poi libero di fare quello che vuole, di “scendere dalla giostra” perché non ritiene opportuno continuare o capisce che ciò non rispecchia effettivamente ciò che pensava …
E’ qui – come dicevo recentemente a un mio amico anche lui dirigente di squadra – che entra in scena il dirigente di squadra con i suoi valori e la sua opportuna vicinanza e – si auspica – la società tutta anzitutto per “proteggerli”, che deve farsi e dare forza ai propri atleti per andare avanti nel percorso intrapreso a prescindere dai momenti ‘bui’, da ciò che non si sarebbe mai voluto, star loro accanto, …..

“Amore incondizionato”

“Amami sempre, anche quando sono difficile da comprendere. Amami quando mi perdo nei miei silenzi e non mi lascio avvicinare, amami quando litighiamo e mi chiudo a chiave in camera lasciandoti fuori ad aspettare. Amami quando sbaglio, quando piango, quando tiro fuori gli artigli come un animale selvatico. Amami quando avro’ gli occhi stanchi dopo notti insonni perse dietro troppi pensieri. Amami quando girerò per casa in pigiama, spettinata, senza trucco e sprofonderò sotto al plaid sul divano. Amami quando specchiandomi troverò una ruga in più sul mio viso e mi sentirò meno bella. Amami quando sono insicura, paranoica, lunatica, irascibile. Amami quando faticherò ad accettare un dolore troppo grande o quando inciamperò nelle buche della vita. Amami quando metto il broncio e divento più capricciosa di una bambina. Amami sempre, anche quando sono difficile da capire, anche quando ti farò impazzire, anche quando ti dirò di andare via perché è proprio in quei momenti che ho più bisogno di te. Solo tra le tue braccia io mi sento a casa, solo con te so di non dover fingere di essere diversa da quella che sono.”
insieme, possiamo e potremo sempre tutto.

[CIT.]

PGS, 50 anni al servizio dei giovani con lo sport

(martedì 2 gennaio)

Il presidente della Repubblica Mattarella ha mandato una medaglia commemorativa. L’ente di promozione sportiva è presente sul tutto il territorio e sabato convegno celebrativo nel Salone d’onore del Coni, col presidente Malagò.

Lo scorso 16 dicembre le PGS (Polisportive Giovanili Salesiani) hanno spento le 50 candeline di presenza sul territorio nazionale facendo dello sport un valido e necessario Risultati immagini per 50 anni PGS

strumento educativo, indispensabile per una responsabile crescita formativa dei nostri ragazzi uomini e donne di domani, andando oltre la dimensione agonistica dello sport medesimo.

Nella giornata di sabato 16 dicembre è andato in scena il momento culminante delle celebrazioni con un convegno celebrativo presso il Salone d’Onore del Coni a Roma

Come riportato in un articolo apparso sulla Gazzetta dello Sport, ‘ le Polisportive Giovanili Salesiane sono impegnate a sviluppare la dimensione educativa dell’attività sportiva all’interno di un progetto giovani-società ispirato al sistema preventivo di Don Bosco’ e portato avanti facendo leva sui fondamenti della tradizione e spiritualità salesiana e degli “alleducatori”.

Questi ultimi, insieme alla presenza del corpo arbitrale presenza imprenscindibile per il rispetto delle regole di gioco, sono i veri attori e artefici del progetto PGS.

 

http://www.gazzetta.it/Sport-Vari/13-12-2017/pgs-polisportive-salesiane-coni-malago-240203051921.shtml

(tratto da un articolo apparso su ‘La Gazzetta dello Sport’ e dal filmato realizzato per il 50° delle PGS, 14-16 dicembre 2017)

Il presepio e l'albero

(9 dicembre)

 Incontriamo il Nato Bambino

 

All’evento della Nascita di Gesù si giunge attraverso una fase preparatoria ed organizzativa che vede all’opera grandi e bambini. Una tradizione del “fare” che ebbe origine nel 1223 a Greccio con san Francesco d’Assisi. Era una scena della Natività fatta di essenzialità e semplicità, riflesso del sentire e vivere del Poverello d’Assisi.
Nel tempo le rappresentazioni del presepio sono andate sempre più elaborandosi. Da anni l’arte e la creatività hanno dato luogo a molteplici interpretazioni e svariati modelli che pur ruotando attorno alla ricostruzione storica della nascita di Gesù, da essa si distaccano introducendo mestieri e figure del presente.
A San Gregorio Armeno, Napoli, ad esempio, la fantasia napoletana mette in scena statuine con personaggi dello spettacolo e Capi di Stato.
In tante parrocchie viene realizzato il presepe vivente con la partecipazione attiva dei fedeli. Un modo per coinvolgere famiglie intere avvicinando anche i giovani che non frequentano la chiesa.
Il presepe che potrebbe essere definito come il luogo della tenerezza divina, trova anche nelle abitazioni una collocazione centrale in virtù di una tradizione religiosa irrinunciabile. Alla ricostruzione storica della Natività spesso si affianca l’albero di Natale.
ricordiamo che durante il pontificato di san Giovanni Paolo II nel 1982 fu allestito per la prima volta un grande albero di Natale in piazza San Pietro a Roma. Significative le parole di papa Francesco: ‘Anche oggi, presepe_1Gesù continua a dissipare le tenebre dell’errore e del peccato, per recare all’umanità la sfolgorante luce divina, di cui l’albero natalizio è segno e richiamo” (13 dicembre 2014).

 

(tratto da “La Domenica, periodico religioso)