La riforma sul copyright ucciderà Internet e i suoi fruitori ?

(martedì 3 luglio)

Il prossimo 5 luglio il Parlamento Europeo si troverà a decidere su di una questione che, perlomeno nel nostro paese è rimasto assopito fino all’intervento di Di Maio: la riforma del copyright, cioè del diritto d’autore, volta ad armonizzare il gap esistente tra profitti e remunerazione sul mercato commerciale, approvato in via preliminare dall’apposita commissione parlamentare europea e che dovrà superare il banco di prova di tutto il legislativo di Bruxelles.

Riforma europea copyright
Alla vigilia di una direttiva europea sul copyright
 

Con essa il legislatore europeo ritiene di dover correggere un vuoto legislativo che ha permesso alle piattaforme che ospitano contenuti caricati dagli utenti (come YouTube) di evitare di pagare la relativa licenza per i contenuti stessi (musica, film, libri, ecc.), a scapito dell’industria culturale.
E’dal 2016 che l’Unione Europea caldeggia una riforma sul copyright volta a garantire ad editori e produttori che sviluppano e mettono in Rete contenuti non solo giornalistici una giusta retribuzione per il loro lavoro.
Come facilmente intuibile, è in corso un’accesa diatriba tra i maggiori produttori mondiali da una parte, Youtube e Facebook in testa, e gli editori/produttori dall’altra.
La direttiva è rivolta in primis alle piattaforme per l’uso dei contenuti protetti dal diritto d’autore, con Il fine di armonizzare il gap del valore tra profitti e remunerazione.

Il testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento

Timori per sviluppatori e produttori di contenuti
Produttori e fruitori Internet ingabbiati sul libero uso della Rete ?

è finalizzato ad obbligare i giganti della Rete a pagare le royalties, non graverà pertanto sugli utenti finali ma così come si propone è destinato a creare panico sul “mare magnum” …

Sono due gli articoli che fanno più discutere, il numero 11 e il numero 13. Secondo l’articolo 11 i grandi network on line dovrebbero pagare nel caso di utilizzo di link e/o snippet (l’estratto di due righe che segue il link pubblicato dai motori di ricerca per anticipare all’utente il contenuto di una pagina web) avrà bisogno di un’autorizzazione da parte dell’editore del contenuto “a cui si punta” e/o citato e dovrà pagare a quest’ultimo un compenso. L’articolo 13 invece riguarda il diritto d’autore per opere artistiche caricate dagli utenti sulle piattaforme; prevede la responsabilità legale per piattaforme digitali tipo YouTube o Instagram, che dovranno inserire dei filtri, un algoritmo, capaci di individuare e bloccare il caricamento di contenuti protetti da copyright da parte degli utenti. Erroneamente, i contrari alla  possibile innovazione (tipo il vicepremier Luigi Di Maio) hanno già battezzato questa introduzione con il nome di “link tax“, ma non si tratta di una tassa quanto del pagamento di un diritto d’autore (da intendere come equo compenso per retribuire gli editori per l’utilizzo di un’opera protetta da diritto d’autore. Per poter indicizzare contenuti e permettere la visualizzazione dell’anteprima – snippet – i motori di ricerca dovrebbero pagare le testate, eventualmente sotto forma di abbonamenti).  Se il parlamento dovesse approvarla queste piattaforme dovrebbero inoltre ottenere una licenza per i contenuti di copyright consentendo in questo modo di generare un equo ritorno economico ai creatori. E pubblicare solo contenuti da parte di utenti che abbiano acquistato la licenza. L’obiettivo è risolvere quello che viene chiamato “value gap”, ovvero abbattere la forbice remunerativa che esiste nel mondo dello streaming tra quanto versano piattaforme come YouTube e altri servizi come ad esempio Spotify (addirittura, la prima arriva a pagare 20 volte di meno).

Di questa “causa” si è preoccupato anche direttamente il ministro Luigi Di Maio che ne ha parlato all’Internet Day lo scorso 26 giugno, prima di cui l’opinione pubblica in italia era del tutto ignara di ciò che stesse accadendo, che l’Europa stesse cioè dibattendo su un argomento che più o meno avrebbe influito su un aspetto della loro quotidianità.
Ed è diventato subito chiaro che questa riforma è davvero importante, con possibili conseguenze dirette su interi settori industriali, sulle persone che ci lavorano e non da ultimo sul diritto di tutti all’informazione.
Di Maio vede nel nuovo regolamento un pericolo, un possibile bavaglio per la rete: “Ci opporremo con tutte le nostre forze, a partire dal Parlamento europeo”. Una direttiva che, se approvata, il governo italiano potrebbe omettere di recepire.
Il vicepremier non è l’unica voce critica al provvedimento. In molti hanno espresso più di una perplessità davanti all’articolo 11 della riforma, ribattezzato link tax, che ‘ammazza’ i network fruitori di notizie, costringendoli a dipendere da una licenza a pagamento per potere continuare a segnalare le news provenienti da terze fonti. Una situazione che punirebbe i più piccoli e deboli, lasciando il campo libero a Facebook e a Google. Non solo: anche l’articolo 13 creerebbe non pochi cambiamenti nell’uso della rete: in pratica sarebbe vietato usare qualsiasi genere di contenuto di cui non si possiede il copyright.

Disaccordo Wikipedia
Wikipedia italiano oscurato

Chi il 3 luglio ha provato a fare una ricerca su Wikipedia si è imbattuto nella scritta: “Il 5 luglio 2018 il Parlamento europeo in seduta plenaria deciderà se accelerare l’approvazione della direttiva sul copyright. Tale direttiva, se promulgata, limiterà significativamente la libertà di Internet”.
Secondo la popolare enciclopedia digitale, la riforma sui diritti d’autore lederebbe la libertà on line e la stessa Wikipedia rischierebbe di chiudere.

Attorno a questa diatriba si sono facilmente create delle fake news che mirano solamene ad evidenziare ciò che di negativo potrebbe risultare passasse la direttiva:

1. Essere contrari alla proposta di direttiva europea non significa affatto essere contrari al diritto d’autore né non avere a cuore le sorti dell’industria creativa o di quella editoriale.  Il dibattito è volto esclusivamente a mettere nero su bianco proposta contro alcune disegualità del mercato dell’informazione. 
2. La proposta di direttiva non riguarda l’introduzione di nessuna nuova tassa né, tantomeno, di una tassa sui link. Piuttosto, prevede l’introduzione di una nuova forma di “equo compenso” che riguarderebbe gli editori a fronte dell’utilizzo commerciale di link e meta ai loro contenuti.
3. Essere contrari alla proposta di direttiva non significa consegnare Internet ai giganti del web come Google, Facebook & c.. Nel medio periodo è, probabilmente, vero l’esatto contrario. Sebbene obbligandoli a taluni adempimenti, la proposta di direttiva mette nelle mani dei big della Rete la responsabilità e tutti gli strumenti necessari a determinare una sorta di “dieta mediatica” di miliardi di cittadini del mondo. La “ricetta” starà verosimilmente nella capacità di aggregare contenuti, da offrire al pubblico a costo zero.
4. La proposta di direttiva non ha niente a che vedere con la libertà di stampa e la democrazia. Proporre un equo compenso salverà l’industria editoriale dalla crisi economico-finanziaria che sta attraversando e consentirà alla piccole e medie imprese di sopravvivere. 
5. Non è vero che la proposta di direttiva sul copyright abbia intenti censorei e neppure sia il risultato di accordi di sottobanco. Le sue origini sono, più semplicemente, da imputare alla circostanza che, purtroppo, è più facile riunire consensi attorno all’esigenza di difendere uno o più settori industriali ed altrettanti mercati che di difendere una o più libertà o diritti civili. Ma la responsabilità di questo stato di cose non può essere addebitata all’industria dei contenuti perché appartiene a ciascuno di noi e ai decenni di disinteresse.

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