La pace come cammino e, per giunta, in salita

(sabato 2 gennaio)

A dire il vero non siamo molto abituati a legare il termine “pace” a concetti dinamici. Raramente sentiamo dire: “Quell’uomo si affatica in pace, “lotta in pace”, “strappa la vita coi denti in pace”. Più consuete, nel nostro linguaggio, sono invece le espressioni “sta seduto in pace”, “legge in pace”, medita in pace” e, ovviamente, “riposa in pace”.

La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante. Più il confort del salotto che i pericoli della strada. Più il caminetto che l’officina brulicante di problemi. Più il silenzio del deserto che il traffico dell metropoli. Più la penombra raccolta di una chiesa che una riunione di sindacato. Più il mistero della notte che i rumori del meriggio.

Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo. La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi d’incomprensione e di sacrificio. Rifiuta la tentazione del godimento.  Non rtollera atteggiamenti sedentari. on annulla la conflittualità. Non ha molt da sopartire con la banalre “vita pacifica”.

Sì, la pace prima che un traguardo è cammino. E, per giunta, cammino in salita. Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi percorsi preferenziali e i suo tempi tecnici, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue sioste. Se è così occorrono attese pazienti.

E sarà beato, perché operatore di pace, non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito ma chi parte. Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista, anche se mai – su questa terra s’intende – pienamente raggiunta.

 

(tratto da La Domenica – Periodico religioso, 1 gennaio 2016)

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